Narrativa recensioni

Mastro Titta e l’accusa del sangue – Nicola Verde

Recensione a cura di Roberto Orsi

“Lo sgozzamento era stato rapido e violento: un fendente profondo a recidere giugulari e carotidi. Lo sgocciolamento era finito nel vaso che di solito veniva usato per raccogliere il sangue dei bambini circoncisi”

Si apre con una scena dalle tinte forti e dense il nuovo romanzo di Nicola Verde: “Mastro Titta e l’accusa del sangue” edito da Fratelli Frilli Editori.

Dopo aver conosciuto il boia papalino nel romanzo “Il vangelo del boia” (di cui potete leggere la recensione qui) e nel racconto “La lama del boia” editi da Newton Compton Editori, l’autore propone una nuova storia con protagonisti Giambattista Bugatti, meglio noto come Mastro Titta, e i suoi amici fraterni Amilcare Laudadio, ispettore di polizia della Presidenza regionaria di Borgo, e Giuseppe Marocco d’Imola, poeta scrittore.

Anche in questo caso, come avvenuto per il precedente romanzo, lo scrittore Ernesto Mezzabotta raccoglie le memorie di Bugatti per pubblicare un nuovo libro. Le parole e i ricordi di Mastro Titta riportano il lettore al 1859…

Una nuova indagine che mette i tre protagonisti sulle tracce di un caso alquanto misterioso: la scomparsa di un bambino, figlio di un generale militare francese in servizio a Roma, dopo che il piccolo era stato considerato in fin di vita e quindi convertito da ebreo a cristiano a opera della balia Amelia Corvaro.

Una sparizione che ricorda da vicino il caso di Edgardo Mortara di qualche anno precedente. Un bimbo bolognese che, considerato in fin di vita dalla balia era stato battezzato nella fede Cristiana e dopo alcuni anni prelevato dalle autorità clericali per essere cresciuto a Roma, visto il divieto imposto a persone di altre fedi di crescere bambini cristiani. Fu un caso molto spinoso a quel tempo. L’opinione pubblica internazionale additava e accusava lo Stato Pontificio di essere legato a concezioni anacronistiche della vita, negando il diritto alla libertà di culto dell’essere umano.

L’affare Mortara sembra replicarsi nel nuovo “Affaire Reynard”, questo il cognome di Charles, il piccolo svanito nel nulla insieme ad Amelia Corvaro.

“Giochi e contro-giochi in una partita a scacchi tra spie e contro-spie: Roma, d’altronde, era risaputo quanto fosse piena di soffioni, come nella città eterna venivamo chiamate le spie.”

Nicola Verde, come spiega nelle note finali al libro, si lascia guidare da quelle “coincidenze” suggestive che solo la ricerca storica sa regalare e tesse una nuova trama accattivante nella Roma del 1859 all’alba dei conflitti che vedranno, dopo pochi anni, la nascita del Regno d’Italia.

Le tinte rosse del sangue che scorre tra le pagine del romanzo si mescolano a quelle torbide della sporcizia di una città degradata, di quartieri allo sbando, popolati dai derelitti della società. Una città che puzza dentro e fuori, una città disegnata dall’autore con i suoi vizi e le virtù, anche se in questo caso forse prevalgono i primi.

L’indagine, nella quale sembra svolgere il ruolo di protagonista Amilcare Laudadio, coinvolto personalmente e sentimentalmente nella vicenda, bussa ai cancelli del ghetto ebraico, indaga nelle bettole malfamate alla ricerca delle informazioni più viscide.

Le piste da seguire sono molteplici: dal delitto passionale all’intrigo internazionale che vedrebbe coinvolte le potenze del Regno Francese, dei Savoia piemontesi e dell’Austria, in un’ottica di discredito dello Stato Pontificio che sta perdendo progressivamente il suo potere temporale.

“Dacchè dobbiamo finire, anziché cadere in camicia nella fossa, meglio scomparire quali siamo, con i grandi ideali e con tutte le forme della nostra passata grandezza”.

Mastro Titta, “Maestro di Giustizia”, il dio pagano che governava la morte, ombrellaio e boia al servizio del Papa da settant’anni, in questo episodio rimane forse più in ombra, lasciando le luci della ribalta a un personaggio altrettanto interessante a livello introspettivo come Amilcare Laudadio.

L’ispettore di Polizia, che già nel precedente episodio ha aiutato con le sue intuizioni e conoscenze nella risoluzione del caso, risalta con i suoi tormenti interiori. Il lungo Tevere è il suo luogo della salvezza, dove potersi estraniare e dove sfogare i propri malumori.

“Ogni volta provava la sensazione che tutto fluisse via, preoccupazioni, rancori, malumori, dolori, guai, come se la leggera corrente del fiume se li portasse via alla stregua di detriti”.

Atmosfere dure e grevi inserite in un contesto storico ben ricostruito dall’autore che anche questa volta riesce a rendere perfettamente la vita nella Roma ottocentesca. Fede cristiana ed ebraica che nella città del Papa, convivono in un confronto atavico che oscilla tra convivenza e contrasto.

I riferimenti alle vicende vere e verificabili, come il caso Mortara o le missioni diplomatiche di personaggi come Massimo D’Azeglio, politico del Regno di Sardegna, accrescono l’appeal storico del romanzo in cui la vicenda di fantasia si inserisce perfettamente.

Molti i dettagli che il lettore può apprezzare, dalla toponomastica accurata ai mestieri ormai scomparsi, dalla struttura gerarchica e organizzativa delle forze di polizia alle tradizioni della fede giudaica riportate dal libro del Talmud.

Un giallo storico che non delude, con una prosa accattivante e ritmata, dialoghi fitti e capitoli incisivi fino alla resa dei conti finale.

Trama

Roma gennaio 1869: Giambattista Bugatti detta le sue memorie allo scrittore Ernesto Mezzabotta.

Roma, inverno 1859. La scomparsa di un neonato, figlio di un ufficiale francese, fa temere un nuovo “caso Mortara”. Il bambino, infatti, nato ebreo, è stato sottoposto a un “battesimo forzato” dalla sua balia. Rapito, dunque, dai gendarmi pontifici e condotto nella casa dei catecumeni perché venga allevato nella fede cristiana? Siamo nel momento più delicato in cui si sta decidendo l’alleanza franco-piemontese contro l’Austria, che c’entri, quindi, la “longa manus” di una delle due potenze, prossime alleate, per screditare lo stato pontificio affinché Napoleone III possa schierarsi senza suscitare le ire e lo sdegno dei cattolici europei? Oppure, si tratta, più semplicemente, della fuga della giovane nutrice proprio per sottrarre il neonato alle “grinfie” pontificie? Ma quando il bambino e la balia verranno trovati trucidati, omicidi ai quali ne seguiranno altri, a quelle prime ipotesi se ne dovranno aggiungere altre. Gelosia? Oppure si deve dar credito a “l’accusa del sangue”, il mito secondo il quale gli ebrei userebbero il sangue dei bambini cristiani per scopi rituali? O le ragioni di quel “furore assassino”, risiedono altrove? Anche in questo caso Giambattista Bugatti, Mastro Titta, il famoso boia papalino, e i suoi due amici, Amilcare Laudadio, ispettore di polizia di Borgo, e Giuseppe Marocco d’Imola, poeta e tornitore, sono coinvolti per sciogliere il mistero. Il nuovo avvincente romanzo di un autore che sta portando alla ribalta una Roma ottocentesca sconosciuta, buia, sporca, puzzolente e addormentata, ma assolutamente fascinosa, incantevole e seducente.

Editore ‏ : ‎ Frilli (24 febbraio 2021)

Lingua ‏ : ‎ Italiano

Copertina flessibile ‏ : ‎ 260 pagine

ISBN-10 ‏ : ‎ 8869434982

ISBN-13 ‏ : ‎ 978-8869434983

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