Narrativa recensioni

Oblio e perdono – Robert Harris

Recensione a cura di Valentina Ferrari

Londra, anno 1660: la dinastia Stuart, su richiesta del Parlamento inglese, quello stesso Parlamento che aveva mandato a morte il re, è tornata sul trono d’Inghilterra dopo un vuoto di potere di due anni seguito alla scomparsa di Oliver Cromwell.
Il nuovo sovrano è Carlo II, figlio del monarca decapitato undici anni prima, al termine di un processo istruito da un tribunale di cui il sovrano assoluto non aveva riconosciuto la legittimità e l’autorità, e terminato con la sua condanna a morte per decapitazione, firmata da Cromwell e da altri 58 commissari, i regicidi.

Tra questi ultimi, molti, negli anni, sono morti, come lo stesso Cromwell; altri si trovano in prigione in attesa di un processo che li condannerà ad una morte atroce e spettacolare, che l’autore descrive anche nei suoi dettagli più crudi; altri ancora sono in fuga.

Tra i regicidi fuggiaschi, ci sono Edward Whalley e suo genero William Goffe, due ex colonnelli del New Model Army, che erano stati particolarmente vicini a Cromwell, cui Ned (Edward) era anche legato da un rapporto di parentela. A differenza di altri che si sono nascosti in Germania o in Olanda, loro hanno scelto come rifugio la Nuova Inghilterra, cioè quell’America dove molti puritani inglesi sono emigrati nel corso del secolo e dove troveranno accoglienza e ospitalità grazie ad una capillare rete di solidarietà caratteristica delle comunità puritane dell’epoca.

I primi coloni a nasconderli, come si narra in apertura, sono i membri della famiglia Gookin di Cambridge, Massachusetts. Definirei cinematografico lo scambio di batture tra Daniel Gookin e la moglie Mary che lo interroga in merito ai due fuggiaschi:

Quanto tempo resteranno?
Tutto il tempo che sarà necessario.
E cioè? Un giorno? Un mese? Un anno?
Non te lo so dire.
(…)
Quindi non sono dei semplici visitatori dall’Inghilterra ma … dei fuggiaschi?
Lui non rispose.
Da cosa fuggono?
Gookin impiegò un po’ per replicare. Quando parlò, gli uomini erano già entrati in casa.
Hanno ucciso il re.
Disse calmo.

A Londra, il nuovo sovrano, promulgato l’Act of Oblivion (che è tra l’altro il titolo inglese del romanzo), ha incaricato un uomo, Richard Nayler, sostenitore convinto del ritorno all’assolutismo monarchico, mosso per di più da un forte desiderio di vendetta personale, di dare la caccia ai regicidi ancora vivi e in fuga.  Ne nascerà una ricerca estenuante, “la più grande caccia all’uomo del Diciassettesimo secolo” – parole dello stesso autore – che si snoderà tra Europa e America, e che si concluderà molti anni dopo con un colpo di scena finale…

Ispirato a fatti realmente accaduti e a personaggi davvero esistiti, (con l’eccezione di poche figure frutto della fantasia dello scrittore, tra cui lo stesso Nayler, il “cacciatore”), questo romanzo è un thriller storico e politico davvero ben costruito e dalla lettura godibilissima. Le vicende sono narrate con un ritmo incalzante, il contesto storico è ricostruito in modo magistrale: il processo al re, l’Inghilterra di Cromwell, rievocata nelle memorie di Edward Whalley, la monarchia restaurata, così come la vita nelle colonie inglesi in America, allora semplici villaggi rurali abitati da poche centinaia di persone, che nel tempo cresceranno a dismisura fino a diventare grandi metropoli come Boston e New York. Qui, nel corso del Seicento, si erano costituite comunità puritane che, sebbene sotto il dominio ufficiale della Corona inglese, tuttavia, avevano creato degli spazi di autonomia e di indipendenza all’interno dei quali i due protagonisti troveranno rifugio e sostegno per moltissimo tempo.

Alcune riflessioni sui protagonisti sono dovute… devo dire che, nel corso della lettura, mi è risultato naturale empatizzare con i due colonnelli in fuga, tuttavia, l’autore, come ha precisato in diverse interviste tra cui quella che ha rilasciato sabato 19 novembre 2022 in occasione di Bookcity – Milano, non ha voluto schierarsi né dalla parte degli uni né dalla parte degli altri: così, se da una parte “ha salvato” sul piano etico e delle motivazioni i due protagonisti, dall’altra è stato capace di restituirci un ritratto di Carlo I, mentre si dirige al patibolo, come quello di un uomo fermo, tranquillo, che affronta la morte quasi con eroismo, pronunciando con calma e sangue freddo un discorso a propria discolpa.

Dimostrò grande coraggio nella morte. Non era esatto. Era qualcosa di più del coraggio: era serenità, contentezza, quasi. Doveva essere consapevole che, con il suo comportamento al processo e poi sul patibolo, aveva finalmente ottenuto una vittoria sui suoi nemici.

Allo stesso modo il personaggio di fantasia, Richard Nayler, nella propria caccia all’uomo è di certo mosso da un fanatismo estremo, ma il lettore, nel momento in cui viene a conoscenza della sua storia personale, non può non provare un sentimento di empatia verso di lui e, pur magari non condividendone il desiderio di vendetta, arriva però a comprendere le ragioni che lo muovono; o ancora, nel descriverci alcuni pastori puritani della Nuova Inghilterra, Harris mette in luce il loro fanatismo e la loro chiusura mentale, facendoceli percepire come estremamente distanti dalla nostra sensibilità di lettori moderni. Insomma, è come se l’autore volesse dirci che ogni realtà non è solo “nera” o solo “bianca”, ma ha molte sfaccettature: non esistono i “buoni” e i “cattivi”, ma personaggi e situazioni a tutto tondo che vanno visti e analizzati nei loro punti di forza e di debolezza.

Tra i personaggi che ho più amato, ne cito due: il colonnello Ned Whalley, e la figlia di questi, Frances, sposata con William, compagno di sventure di Ned.

Il primo mi ha colpito perché, in misura maggiore rispetto al genero, riflette, rievoca il passato continuamente, dubita, venendo ad incarnare così l’uomo che non vive di certezze monolitiche ma che si interroga criticamente sulle proprie azioni. Questi i suoi pensieri mentre ricorda e racconta la morte del re:

“(…) c’è una domanda che mi ossessiona. Non era solo Carlo Stuart che intendevamo uccidere quel giorno di gennaio, ma la monarchia stessa. (…) La nostra intenzione era che l’Inghilterra diventasse una repubblica legittima, e che nessun re o principe, lord o vescovo si interponesse mai più tra il popolo e Dio onnipotente. Il principio era buono: ci credevo allora e ci credo ancora, nonostante le nostre attuali sofferenze. Ma ecco la domanda, a cui non so rispondere: se le vittorie che Dio ci ha concesso erano la prova che noi stavamo compiendo la sua opera, come dobbiamo interpretare quello che è accaduto da allora? Non guarda più con favore alla nostra causa, o … siamo sempre stati nell’errore?”

Frances Goffe è sicuramente la figura femminile maggiore all’interno del romanzo: si tratta di un personaggio reale, il cui ritratto l’autore ha ricostruito tramite il rapporto epistolare che negli anni di clandestinità del marito ha intrattenuto con lui; è una donna che ha cresciuto da sola cinque figli, nel 1660 tutti sotto i 9 anni d’età; che, dopo la condanna a morte in contumacia di Will e la requisizione di tutti i beni di famiglia, ha sopportato una vita di miseria, povertà e privazioni, sopravvivendo a fatti tragici, tra l’altro ben descritti e narrati nel romanzo, come la peste di Londra del 1665 e l’incendio della città del 1666. Insomma, una figura che non può lasciare indifferenti.

Per concludere con le mie considerazioni, credo che questo romanzo meriti una lettura, in primis per la godibilità delle sue pagine e per la capacità di coinvolgere chi legge; e poi perché indaga un periodo della storia inglese affascinante ma sicuramente meno conosciuto rispetto ad altre epoche ben più presenti nella narrativa storica – pensiamo all’età di Enrico VIII o di Elisabetta Prima; per finire perché, leggendo queste pagine, viene naturale interrogarsi su che cosa sia stata la Rivoluzione inglese, una rivoluzione che ha preceduto di secoli quella francese, un evento questo talmente sconvolgente da fare da spartiacque tra un’epoca e l’altra, a differenza invece di quella puritana che non ha minimamente scalfito l’istituzione della monarchia nel Regno Unito, oggi più solida che mai … a questo proposito chiudo con una battuta / riflessione: che il successore di Elisabetta II abbia assunto il nome di Carlo III, alla faccia di chi (causa precedenti storici) ritiene “Carlo” un nome sfortunato, mi pare indicativo di quanto la Corona si ritenga al riparo da qualunque attacco e pericolo di barcollamento.

Link cartaceo: Oblio e perdono
Link ebook: Oblio e perdono

Trama
Luglio 1660. Due uomini dalle barbe incolte e i vestiti ricoperti di salsedine approdano sulle sponde del Massachusetts. Si tratta del colonnello Edward Whalley e di suo genero, il colonnello William Goffe. Sono in fuga, ricercati per l’omicidio di re Carlo I, un’esecuzione clamorosa che ha segnato il culmine della guerra civile inglese, durante la quale le truppe parlamentari hanno combattuto con successo contro i realisti per il controllo del paese. Ma ora, dieci anni dopo la decapitazione di Carlo, i realisti sono tornati al potere. In base alle disposizioni dell’Atto di oblio, i cinquantanove uomini che hanno firmato la condanna a morte del re e hanno partecipato alla sua esecuzione sono stati giudicati colpevoli di alto tradimento. Alcuni di loro, tra cui Oliver Cromwell, sono già morti. Altri sono stati catturati, impiccati, e squartati. Alcuni sono stati imprigionati a vita. Ma due sono fuggiti in America per nave. A Londra, Richard Nayler, funzionario della commissione del Consiglio privato istituita per arrestare i regicidi, è incaricato di consegnare i traditori alla giustizia e si mette sulle loro tracce. Uno stretto legame col passato lo spinge verso questa caccia instancabile: non avrà pace finché non li avrà presi. Ha inizio così un inseguimento che attraversa due continenti, per portare a termine un atto di giustizia e insieme di vendetta personale. Con “Oblio e perdono”, primo romanzo storico di Robert Harris ambientato prevalentemente in America, l’autore ricostruisce con una narrazione incalzante la più grande caccia all’uomo del Diciassettesimo secolo, e racconta un’epica storia vera sulla religione, la vendetta e il potere, trasportando il lettore in uno dei periodi più tumultuosi della storia inglese.

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