Articolo a cura di Maria Marques

C’era però un pensiero che l’arrovellava dal giorno avanti: piantare lenticchie, non ci aveva mai pensato nessuno. Poca mano d’opera, non hanno bisogno di troppe cure e di terreni fertili, crescono in fretta, sono buone e riempiono la pancia a buon mercato.
(Gente del sud – R. Mastrolonardo)

È a questo che pensa Cipriano Parlante, protagonista di Gente del sud, di R. Mastrolonardo, lettura condivisa del mese di settembre del gruppo TSD (qui i commenti dei lettori).
Un legume povero per molti, simbolo di ricchezza e prosperità per altri, di sicuro con una storia millenaria alle spalle.
E quando si parla di Storia, TSD è pronto a indagare! Anche tuffandosi in un sacco di legumi.

Le lenticchie sono tra i primissimi legumi a essere consumati e coltivati dall’uomo, le prime tracce si fanno risalire alla Mezzaluna fertile.
Sono il primo cibo preparato dall’uomo del quale si ha testimonianza scritta, non meno di 4000 anni fa. Le lenticchie, alimento base per i popoli nomadi fin dal Neolitico, assumono fin dalla coltivazione un significato ben augurale.
La loro coltivazione inizia nelle terre dell’antico Egitto diventando subito un alimento nutriente di piccole dimensioni ma di grande spessore nell’arte del cibare. Dall’Egitto già nel 525 a.C. e precisamente dall’antichissima Pelusio sul Nilo che un mito vuole patria del grande Achille, si racconta che le navi egizie rifornivano regolarmente i porti di Grecia ed Italia di lenticchie.

Certo è che venivano apprezzate sia ad Atene che a Roma, tanto che Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, le cita come alimento dal grande valore nutritivo e capace di infondere tranquillità nell’animo. Di quale sublime devozione era tenuta la lenticchia basterebbe conoscere la storia della colonna egizia del colonnato di Piazza S. Pietro, portato a Roma nel I secolo per volere di Caligola, l’obelisco attraversò il Mediterraneo su una nave immerso e protetto da un carico di lenticchie.

Eppure, la lenticchia ha vissuto di alterne glorie nel corso dei secoli.
Nel Medioevo i ceti più abbienti, i nobili ricchi relegarono il consumo delle lenticchie alla mensa dei poveri, servite e mangiate quasi esclusivamente nei conventi e fra la gente, umile ma dotta, che diede alla lenticchia il ruolo che meritava, nutrire bene, piacere e costare poco.

Nel Rinascimento, invece, sono simbolo di prosperità e denaro, tanto da attribuire loro il potere di portare soldi, soprattutto se mangiate a cavallo del nuovo anno. Tale usanza affonda le proprie radici in un passato lontano. In epoca romana, infatti, si usava regalare, all’inizio del nuovo anno, un sacchetto di lenticchie da appendere alla cintura.
Anche la forma delle lenticchie facilita l’associazione alle monete. E l’augurio era che il contenuto del sacchetto potesse trasformarsi in guadagni per chi lo indossava. A parità di peso con altri legumi, le lenticchie sono molte di più, simbolo, per questo, di un maggior numero di monete d’oro guadagnate durante l’anno successivo.

Esaù vende la primogenitura a Isacco, De Ferrari Giovanni Andrea
1598 ca./ 1669

Eppure il significato simbolico delle lenticchie non viene interpretato soltanto con accezioni positive.
Nell’Antico Testamento, infatti, si fa menzione del legume in un episodio che non lo mette in buona luce. Si narra, infatti, che Esaù, tornato stanco e affamato da una lunga battuta di caccia, chiese al fratello Giacobbe un piatto della minestra di lenticchie che aveva preparato. Il gemello glielo concesse, a patto, però, che Esaù rinunciasse, in suo favore, alla propria eredità e al diritto di primogenitura.

Esaù, che non dava importanza a certi privilegi, accettò. E fu così che rinunciò ad assumere la guida del popolo ebraico. (cfr. Genesi 25,29-34). Proprio per questo, ai giorni nostri, si usa dire  “vendersi per un piatto di lenticchie”. Concedere, cioè, il meglio di sé per una misera contropartita che non vale affatto ciò per cui viene ricevuta.  Nella tradizione ebraica questo episodio, nel corso del tempo, ha favorito l’associazione del legume alle occasioni di lutto, a quando si perde qualcosa di prezioso.

Da allora, infatti, l’antica tradizione ebraica impone che gli Ebrei mangino lenticchie quando sono in lutto, in ricordo di Esaù per aver svenduto quanto aveva di più prezioso.

Nella Toscana rinascimentale, andare a raccogliere le lenticchie (un modo dire oggi caduto in disuso) era una metafora della morte e della sepoltura.
Un canto popolare che ricorda la battaglia di Scannogallo, in cui il condottiero di ventura Pietro Strozzi venne sconfitto, cita:

“O Pietro Strozzi, ‘ndu sono le tue genti?
Al poggio delle Donne, a cor (raccogliere, ndr) le lenti”.

Come ogni celebrità, dunque, anche le lenticchie annoverano sostenitori e detrattori. E se Plinio, come abbiamo visto, ne decantava le proprietà nutritive e la capacità di rilassare gli animi, il letterato Artemidoro, nel suo trattato sull’interpretazione dei sogni, le considerava annunciatrici di lutti e sventure.

Ancora, come a rimarcarne l’inutilità come cibo goliardico fu definito nel Rinascimento, dal medico Petronio, cibo caldo e secco, adatto a coloro che vogliono condurre una vita modesta. In Francia al tempo di Luigi XIV le lenticchie venivano date come cibo ai cavalli. Nemmeno Alexandre Dumas era un loro grande estimatore. Nel suo Grand Dictionnair de Cuisine del 1873 ne parla addirittura come di un pessimo alimento.

Di sicuro, però, le lenticchie hanno reso un gran vantaggio economico ad alcune zone d’Italia che si distinguono, oggi, per produzioni eccellenti, come le lenticchie di Castelluccio, o come le forse meno famose lenticchie di Onano, note anche come le lenticchie dei Papi  che vantano un’antica tradizione, riscontrabile in molte testimonianze scritte, come negli Ordini, statuti, leggi municipali della comunità del popolo di Onano del 1561, dove si prescrivevano sanzioni per chi era sorpreso a rubare o danneggiare leguminose.

A altri documenti ne attestano l’importanza anche per le corti papali nei secoli successivi. Nel ‘600, infatti, e nei secoli successivi, le lenticchie di Onano arrivano sulla tavola della corte papale, dove riscontrano un grande successo tanto da prendere il nome di “Lenticchia dei Papi”. Si narra infatti che il Papa Pio IX, dopo la perdita del potere temporale, si sia consolato con un piatto di lenticchie di Onano procurategli dal concittadino onanese, cardinale Prospero Caterini. (Tale aneddoto è riportato nel libro “La sciarada dei papi mastai” di G. Andreotti).

Pensiamo poi alla lenticchia di Altamura (e ringraziamo Matilde Titone per la foto) che negli anni Trenta del Novecento inizia la sua importante ascesa commerciale. Da semplice prodotto dell’economia agricola familiare, grazie al merito di pochi commercianti altamurani, la lenticchia di Altamura inizierà un percorso di esportazione, che nel giro di qualche anno la porterà nei più importanti mercati nazionali e internazionali: Inghilterra, Germania e finanche Stati Uniti, Canada, Australia.

L’esportazione di questo prodotto avrà una forte ripercussione nell’economia di tutto il territorio della Murgia e della fossa pre-murgiana (Puglia e Basilicata). In quegli anni gli ecotipi utilizzati davano un prodotto molto eterogeneo, era poi compito dei commercianti selezionarlo e distinguerlo per differenti dimensioni di diametro.

E se pensate che le lenticchie siano adatte solo a preparazioni salate, vi sbagliate: avete mai provato la torta di lenticchie e cacao? Vi lasciamo la ricetta, ma con una duplice avvertenza:
1) noi di TSD non l’abbiamo mai preparata né assaggiata, e decliniamo ogni responsabilità circa la sua riuscita e il suo sapore.
2) Se vi cimenterete nella preparazione, ci meritiamo la menzione (che fa pure rima) e… magari potreste farcela assaggiare portandola a Scripta Manent? Le temperature novembrine si sposano bene con questa torta e mangiarla in compagnia avrà di sicuro un sapore diverso 😉
Trovate la ricetta qui

Fonti:
https://www.stile.it/2019/12/27/lenticchie-tradizione-e-cultura-un-piatto-id-225133/
https://www.gamberorosso.it/notizie/tutto-sulle-lenticchie-curiosita-varieta-e-ricette/

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