Trama
La vita straordinaria di Gaio Giulio Cesare diventa un’autobiografia. Nel suo turbinare di scelte imponderabili e di strategie politiche, di relazioni difficili con donne dalla personalità forte ma anche pronte al sacrificio di se stesse, nel rutilante susseguirsi di battaglie e campagne militari, la trama della sua esistenza compone i tratti di una figura complessa e sfaccettata. Capace di arrivare dalla sua Suburra alle cariche più alte dello Stato e a ineguagliabili trionfi, il suo temperamento – sempre in bilico tra freddezza lucida e sincera generosità, l’amore per la grande tradizione dei padri e una visione alessandrina del mondo – lo ha reso un simbolo ineguagliabile, destinato post mortem a diventare un dio. Dall’esilio volontario per sfuggire alla mano di Silla all’inizio della sua carriera politica e al pontificato, dalla congiura di Catilina alla campagna in Gallia, dal passaggio del Rubicone alla campagna africana e agli attimi precedenti il tragico epilogo delle Idi di marzo: nel memoriale che scrive a Gaio Ottavio – futuro Cesare Augusto – e in cui lo nomina suo erede, Giulio Cesare ripercorre in prima persona i momenti cruciali di un vivere al galoppo, in sella alla sua celeberrima Fortuna, nella consapevolezza che la vita è un lancio di dadi e la vittoria una dea con le ali.

Recensione a cura di Maria Marques

Un romanzo che inizia con un salto temporale, per permettere al lettore di mettersi nei panni di chi riceverà la lunghissima e straordinaria lettera vergata da Giulio Cesare. Il destinatario è il nipote, Gaio Ottavio che si trova, alle idi di marzo, ad Apollonia, una piccola città al confine tra Epiro e Illirico “per completare l’addestramento militare e gli studi” nel fatidico anno 709 dalla fondazione di Roma, che corrisponde al nostro 44 a.C.

I fatti si scrivono per conservarne la memoria, i dialoghi per comprendere i caratteri degli uomini, tessuti nella trama delle parole

 Un’autobiografia dunque in cui i ricordi, gli avvenimenti s’intrecciano con i consigli, i suggerimenti e i dubbi che talvolta riescono a scalfire la corazza di volontà e ambizione di cui Giulio Cesare sembra essersi ammantato. Una lettera, in cui il fluire unilaterale delle informazioni non lascia spazio alla discussione, non è questo il suo fine. Quello che interessa a Cesare è passare il testimone, condividere ma anche spiegare a Ottaviano, quale sarà la sua eredità quando il prozio non sarà più e, il testamento custodito dalle Vestali, sarà aperto. Ci saranno i beni materiali, accumulati in tanti anni, utili innegabilmente perché il potere si conquista con l’oro, ma anche e, forse molto più importante, un’eredità “morale” destinata soltanto a lui, che seppe attrarre, bambino, l’attenzione del generale.

Una vita straordinaria, così ricca di eventi, di azione, di incontri e persone che è quasi impossibile riordinare e incanalare in un flusso ordinato e coerente persino da parte di chi l’ha vissuta in prima persona. Cesare però è uno scrittore metodico, ordinato e suddivide la sua esistenza in tre parti, richiamando l’inizio dei “Commentarii de bello gallico”, perché la vita è guerra. Non solo contro gli uomini, ma contro il tempo, contro le avversità contro la fortuna malandrina che spesso volta le spalle. Cesare crede alla fortuna, ma sa bene che, essendo una dea, è volubile nel suo amore verso gli uomini ed è più che mai consapevole che sia necessario saper raccogliere i dadi che essa lancia. Come si disporranno le facce dei dadi? Uscirà il colpo del cane o quello ambito di Venere? Nessuno può saperlo, ma l’importante è afferrarli e rilanciarli, tanto che, con un guizzo d’ironia e sincerità, Cesare sottolinea che le sue sono le “memorie di un giocatore d’azzardo”.

Il protagonista divide la sua esistenza in tre parti.

“La prima parte va dalla mia nascita alla fine della dittatura di Lucio Cornelio Silla e alla sua morte, dopo qualche tempo. Sono poco più di vent’anni: l’infanzia, la giovinezza, la latitanza, le prime vittorie, le prime sconfitte, le prime decisioni risolutive, la prima moglie.

La seconda parte arriva sino al triumvirato, al patto con Pompeo e Crasso, e al consolato, un altro ventennio circa: l’attività di avvocato nei tribunali, la successione delle cariche, i debiti, la popolarità, gli anni dell’ascesa.

La terza parte arriva fino a oggi; i sedici anni della gloria, da una guerra all’altra, senza soste, Gallia, Germania, Britannia, Grecia, Egitto, Africa, Asia, Spagna, le guerre di conquista, le guerre civili, le esplorazioni. Ho attraversato il mondo combattendo, e, come ti ho detto, ora che sono vicino ai sessant’anni, sento il peso delle miglia percorse, delle vite e delle morti.”

Chi meglio di colui che l’ha vissuta poteva sintetizzare in modo così chiaro un’esistenza intensa, assaporata appieno in un periodo turbolento e difficile della storia romana?

Dall’infanzia, età della spensieratezza e delle leggende, in cui si favoleggia degli antenati della famiglia Giulia, che risalgono sino alla dea Venere e, dal lato materno, al re Anco Marcio, si arriva alla maturità quando tutti i sogni si avverano. È vero, per arrivare lì, molti che hanno accompagnato i passi di Giulio Cesare, non ci sono più a fargli compagnia. Nomi noti che siamo abituati a conoscere più per le loro gesta che come uomini e che, dalle pagine emergono, caratterizzati in tutte le loro debolezze e qualità. Cinna, Pompeo, Crasso, Catone, Cicerone, Diviziaco, Vercingetorige e le donne, Cornelia, la giovane e amata prima moglie, la madre Aurelia e poi le altre compagne che hanno scandito anni e avvenimenti: Servilia, Cleopatra, Calpurnia. L’unica figlia, Giulia, è stata una fulgente meteora d’ingenuità e consapevolezza, strappata troppo presto perché il padre potesse conoscerla veramente. Tutto un mondo emerge dalle pagine del romanzo e ritorna a raccontarsi, senza nascondere nulla, dolore, gioia brutalità e tenerezza. Dalla guerra contro i pirati, alle battaglie nel foro, alle foreste della Gallia, alla presa di Alesia e al passaggio del Rubicone, tutto emerge, tutto viene narrato, filtrato attraverso l’occhio del protagonista.

L’autore, Cristoforo Gorno, riesce nell’intento di evocare una figura notissima, quella di Giulio Cesare e di liberarla dalla rigidità dei saggi e dei classici, costringendola a raccontarsi al lettore, in modo intimo ma semplice, in un colloquio faccia a faccia, mostrando le pieghe più nascoste di un uomo, geniale, arrogante, ambizioso, onesto con se stesso e sincero negli affetti.

Il romanzo è un poderoso affresco di un’epoca, una minuziosa ricostruzione di un periodo storico di conflitti, di alleanze, di rivolgimenti politici in cui è facile perdersi, travolti dagli innumerevoli personaggi che, ognuno, a suo modo, l’ha reso unico e irripetibile. Rigore storico, competenza e uno stile lineare, ne rendono una lettura avvincente per scoprire una civiltà, una città, ma soprattutto un uomo.

Su tutto e tutti infatti, si staglia Cesare che scruta lontano, immerso in una solitudine che pesa sul suo animo. La delusione di sapere Tito Labieno, compagno d’innumerevoli battaglie, schierato sul fronte opposto o la constatazione dei limiti di Marco Antonio e, infine, la consapevolezza di poter nuovamente specchiarsi nel giovanissimo nipote, ritrovare in lui l’intelligenza vivida e pronta di chi sa guardare ben oltre i limiti del quotidiano e scrutare gli animi a fondo. E, in quel momento, i dadi nascosti nelle pieghe del mantello, tornano a essere lanciati in una nuova partita di cui non si conosce l’esito ma in cui, l’importante, è partecipare.

Getterò un altro dado e vediamo come va a finire.

Copertina flessibile: 535 pagine
ISBN-10: 8839717730
ISBN-13: 978-8839717733
Editore: Rai Libri (30 aprile 2019)
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