Trama Il 10 ottobre 1434 Camerino è travolta dalla rivoluzione borghese che ha trovato un suo alleato in Francesco Sforza. Gentilpandolfo da Varano, signore di Camerino, viene ammazzato davanti alla chiesa di San Domenico insieme ai nipoti: negli attimi che precedono la sua morte, Gentilpandolfo rivive gli ultimi anni della sua vita e soprattutto la congiura che ha ordito con il fratello Berardo per eliminare i fratellastri Giovanni e Piergentile. A causa di tale congiura, Elisabetta Malatesta Varano, moglie di Piergentile, è costretta a fuggire per portare in salvo il figlio Rodolfo e il nipote Giulio Cesare. La giovane trova rifugio a Visso, ma in capo a tre mesi la città capitola ed Elisabetta è costretta a tornare a Camerino, dove nel frattempo la situazione politica della Signoria precipita, con l’assassinio di Gentilpandolfo e di tutti maschi di Casa Varano. Elisabetta si rifugia a Pesaro: qui vive da profuga per nove anni, spesi a ordire trame politiche per intervenire al momento giusto e mantenere fede al suo giuramento di riportare i due bambini Rodolfo e Giulio Cesare, sotto la sua reggenza, al governo di Camerino. Recensione a cura di Chiara Guidarini Il libro di Clara Schiavoni è stato una piacevole scoperta. Devo ammettere che non mi è mai capitato tra le mani un libro del genere, un libro particolare, un libro curioso, sia dal punto di vista dell’abilità narrativa dell’autrice che da quello della stesura. Un libro passato scritto al presente. Come se il lettore non leggesse i fatti, ma li vedesse proprio, ne fosse partecipe. Come in una fiaba, narrata a voce, davanti a un focolare o prima di addormentarsi. Uso questo termine, fiaba, perché è un termine che più si sposa col “racconto parlato”, in quanto derivante dal verbo “fari” ovvero parlare. E sembra davvero di parlarlo, questo libro. E vederlo. Vedere immagini e scene che passano in rapida successione come dentro a un film, come se in realtà l’immersione nella lettura non sia solo lettura ma diventi anche visione dei fatti. Il lettore si ritrova avvinghiato alla storia, ne carpisce momenti e sentimenti, sente gli odori, vede i colori, ascolta le voci. Il pathos è equamente dosato: momenti di quiete sono intervallati a momenti di tempesta ed è lì che l’autrice a mio avviso da il meglio di sé, regalando al lettore la consapevolezza e la conoscenza di uno studio che va ben oltre il romanzato ma si lega a fatti storici reali.
Abituati a cavalcare in lungo e in largo le proprie terre, presi dai loro pensieri, Gentilpandolfo e Berardo non sono in grado di apprezzare la bellezza della vallata di Tolentino che dalla primavera all’estate è nella sua piena grazia arcadica né la dolce sinuosità delle colline della Marca che la circondano accompagnando il fiume Chienti con pennellate di zone boschive tra coltivi così curati da sembrare merletti.
In questo passo l’autrice regala un magnifico spezzone di vita, spiegando anche al lettore cosa sta succedendo. Senza dilungarsi in descrizioni che farebbero perdere la giusta risoluzione alla trama, con rapide e successive pennellate disegna un bellissimo affresco dove svelando poco, dice molto. Mi è capitato poche volte di leggere libri in cui le descrizioni sono dosate così bene. La scena che si prospetta davanti agli occhi evoca una tranquillità apparente, circondata dal gioco sottile della natura, così normale, così scontato, nel quale il lettore si addentra e si perde.
è una bella giornata di agosto. Il sole ha accompagnato il risveglio delle ville, dei castri, della città di Camerino e del palazzo abitato dai Signori e dalla loro innumerevole servitù: cuochi, beccai, panettieri, sguatteri, lavandaie, mulattieri, scudieri, maniscalchi, armigeri hanno salutato la luce del nuovo giorno seguiti dai domestici personali dei Signori e delle loro mogli.
Stesso discorso di prima, questa volta sapientemente misurato nel mostrare la vita all’interno delle mura del palazzo. Ecco che, se in precedenza si parlava di natura, ora si parla di mura, di vita, di persone, e di nuovo il lettore è avvinto, incuriosito, non riesce a smettere di leggere. Cosa succederà dopo? Cosa ne sarà di Elisabetta Malatesta Varano? Sì, perché l’eroina indiscussa di tutta la narrazione è lei: moglie, madre, nobile, in un’epoca in cui le cronache restituiscono donne carismatiche ed energiche, non mogli sottomesse ma abili diplomatiche tutt’altro che decise a farsi mettere i piedi in testa.
È l’alba del 6 settembre 1433: annientato sia moralmente che fisicamente, abbruttito da ventisei giorni di carcere duro, di cui gli ultimi nove trascorsi nelle segrete del Palazzo Episcopale di Recanati, Piergentile, il cui corpo emana un odore nauseabondo, viene condotto fuori dalla prigione. Incerto sulle gambe, con gli arti doloranti, le braccia incatenate dietro la schiena, cammina con grande sforzo circondato dai dieci soldati che lo scortano, preceduto dal Capo delle Guardie e seguito da alcuni armigeri.
Ho scelto questo particolare passaggio perché dona l’esatto specchio di un quadro dell’epoca: il condannato, allo stremo delle forze, che viene condotto verso un destino incerto, e di sicuro poco edificante. Abbiamo una data: 6 settembre 1433, data che aiuta a dare ancor più spessore alla narrazione, proiettando il lettore dentro quel giorno, a quell’ora, nell’istante in cui il povero Piergentile affaticato, stanco, claudicante, viene condotto verso il suo inesorabile destino. Piergentile è il marito di Elisabetta Malatesta Varano. È un uomo buono, un uomo tradito. Un uomo che persino davanti alla morte ha lo “sguardo è sempre incollato all’orizzonte, alle montagne dove è stata tutta la sua vita, dove si trova sua moglie con i suoi figli, ed è nel caldo abbraccio, nel ricordo degli occhi e dei capelli di Elisabetta che ritrova un conforto momentaneo.” Quante esecuzioni simili ci saranno state nell’arco della grande storia? Quanti uomini e donne avranno guardato l’orizzonte pensando a coloro che lasciavano e a cosa stavano dicendo addio? Cosa accade nell’attimo in cui cala la scure, o si tende il cappio, l’attimo in cui tutto finisce e una vita si spezza? Il cuore di Elisabetta si spezza. Con la morte del marito, cade in una sorta di agonia che le tormenta corpo e anima, straziandola, piegandola, abbattendola ma solo per farla risorgere, più forte e determinata, degna donna del suo tempo e del nome che porta. Sono equilibri politici delicati quelli in cui si muove questa tenace protagonista: un passo, un movimento sbagliato, e l’intero tessuto politico si sfalda, portandosi dietro questo o quel casato. Un libro, dicevo all’inizio, che ha il sapore di una fiaba antica: di quelle che lasciano un retrogusto dolceamaro, di quelle dove il patos è sempre altissimo e dove chi ascolta passa volentieri da uno stato d’animo all’altro, vedendo la narrazione ogni volta con occhi diversi, passando dal protagonista all’antagonista, dal padre al figlio, dalla donna che matura e cambia, dall’uomo che tradisce e viene punito. Un libro da leggere, assaporare e scoprire.  Copertina flessibile: 168 pagine Editore: Affinità Elettive Edizioni (29 luglio 2017) Collana: Storia, storie Lingua: Italiano ISBN-10: 8873263461 ISBN-13: 978-8873263463 Link di acquisto cartaceo: Sono tornata

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