Articolo a cura di Raffaelina Di Palma
Ci sono personaggi che danno forma e rappresentazione ai sogni e allo spirito di un’epoca. Giuseppe Verdi è uno di questi.
Nato a Roncole di Busseto il 10 ottobre 1813, nel piccolo ducato di Parma, (all’epoca inserito nei possedimenti napoleonici), Giuseppe Verdi, è una delle figure più emblematiche della musica classica italiana, la cui influenza supera i confini del tempo e dello spazio.
Figlio di un oste e di una filatrice, sin da bambino dimostra un talento musicale eccezionale, un dono che lo avrebbe portato a diventare uno dei più grandi compositori d’opera di tutti i tempi. La sua musica si distingue con melodie indimenticabili intrise di drammaticità intensa e profondità emotiva, melodie che continuano a propagarsi nei teatri di tutto il mondo.
La musica è da sempre rivelazione del nostro tempo. Melodia e parole, abilmente intrecciate, hanno la capacità di narrare il mondo che ci circonda e la società in cui viviamo. Oggi come allora la musica si è amalgamata nella storia italiana.

Sostenitore dell’Unità
Tra lutti e difficoltà economiche la carriera del grande musicista ha un inizio molto difficile.
Nel 1840, dopo la morte dei suoi due piccoli figli e della moglie, morta di meningite, cade in una profonda depressione. Tra i lutti famigliari e l’insuccesso dell’opera “Un giorno di regno”, rappresentata alla Scala di Milano il 5 settembre 1840, appena tre mesi dopo la morte della moglie, portata a termine in una situazione psicologica devastante, ma soltanto per rispettare il contratto: il maestro decide di non comporre più.
Ma, come narra lui stesso nella sua, Autobiografia epistolare, del 1841, l’impresario della Scala Bartolomeo Merelli gli chiede, con insistenza, di musicare un libretto del poeta Temistocle Solera, Nabucodonosor. Tornato a casa, getta quasi scocciato il manoscritto sul tavolo che si apre su una certa pagina e, senza volerlo, i suoi occhi fissano i versi di “Va’ pensiero sull’ali dorate…”
Quei versi lo colpiscono profondamente. Legge l’opera numerose volte e in poco tempo impara a memoria tutto il libretto. In pratica quei versi si “musicano” da soli.

Siamo nell’Italia del 1842, anno della prima del Nabucco: un’Italia complessa, tormentata da uno status contraddittorio, dove il problema non è limitato dal frazionamento geografico e politico, che realmente c’è, ma vi sono anche componenti di aspri contrasti tra la popolazione: sia dalla prospettiva culturale sociale, nonché linguistica.
Oltre alla divisione geografica ce n’è un’altra ben più complicata, che passa quasi inosservata a qualsiasi mappatura: la microdivisione territoriale e culturale, comune alla macrodivisione dei poteri regnanti.
Per secoli, gli italiani si sono affrontati per ragioni puramente locali e campanilistiche.
Assurdamente, l’intervento del potere dispotico dominante straniero, è l’unico rimedio a queste continue faide che sorgono nel microterritorio.
Le invasioni di francesi, spagnoli, tedeschi, arabi, napoleonici, sin dalle epoche medievali,
vengono accolte come desiderate soluzioni alle dispute, che minacciano la pace sociale di interi territori. Nell’indole italiana si è ormai consolidata l’idea che solo l’autorità straniera possa mantenere le fila di un popolo confuso e polemico.
Il sentimento di fratellanza, liberal-nazionale è molto più sentito nel mondo culturale, ma meno tra la massa popolare.
Nel 1846, Giuseppe Verdi, a soli 33 anni, ha già raggiunto successo e fama. Pochi sono gli artisti tanto ammirati in vita.
Lo scrittore Benedetto Bermani gli dedica una biografia: “Schizzi sulla vita e sulle opere del maestro Giuseppe Verdi”. Edito da HardPress.

Musica e patriottismo
Nelle sue prime opere, Verdi scrive cori regali e imponenti dai quali emergono Patria, Esilio, Riscatto. Il pubblico del tempo vede nelle sofferenze degli ebrei del Nabucco e dei popoli oppressi, il riflesso della condizione italiana. Il compositore si orienta verso uno stile vocale diretto e popolare, in grado di farsi capire e cantare da tutti, anche fuori dai teatri.
Quel “va’ pensiero” diventa l’inno di libertà che cambia l’Italia: diventando il simbolo, espresso in musica, del Risorgimento e dell’aspirazione alla libertà dal dominio straniero.
Il 27 gennaio 1849 il pubblico accoglie con entusiasmo, La battaglia di Legnano, la storia della Milano del 1176, minacciata dalle truppe di Federico Barbarossa, riecheggia nella realtà contemporanea e tutti confidano in una sconfitta dell’oppressore.
Nel 1855, con i Vespri siciliani, Verdi torna a una storia di popoli oppressi che si antepone al presente di una realtà italiana ancora schiacciata dalla dominazione straniera.

“Viva Verdi”: quella scritta anonima diventa un grido, che da quel muro rimbalza in tutta Milano. Il nome del musicista, racchiude la voce di una fazione politica e sociale dell’epoca.
Nel corso della vita di Verdi, che comprende poco meno di un secolo, l’Italia muta aspetto: da Paese dominato dallo straniero a quello di uno Stato riunito e indipendente, desideroso di entrare a far parte delle potenze europee. Il Maestro si sente parte di questo processo e non si isola in un’arte d’élite, resta sempre, comunque, vicino ai problemi reali del suo tempo. L’uomo, prima dell’artista, sente la necessità di iniziare un dialogo con il presente e con l’attualità storica. Si può anche considerare popolare la sua musica, ma nel senso più alto del termine, se parla a un sostenitore in un idioma che egli può comprendere facilmente. Una lingua che, spesso, si presenta in qualità di dramma, ma in armonia con le grandi aspirazioni del momento. Il musicista e compositore non può restare indifferente: infatti va tenuto presente come, l’ambiente dove affondano le radici delNabucco, de I Lombardi alla prima crociata, di Macbeth, di Aida,cioè di quelle pagine corali dove Verdi dichiara il suo amore patriottico e il suo dolore per un popolo schiacciato e sottomesso.
Pur non partecipando attivamente alla vita politica, anche se ha idee fortemente repubblicane, viene avvicinato dagli intellettuali lombardi più importanti, ma soltanto dopo l’incontro con Cavour si persuade a prendere parte al progetto di unificazione d’Italia.
È l’unico momento in cui dichiara senza esitazioni gli ideali patriottici nel 1848, quando la libertà dell’Italia sembra molto vicina.

Il Risorgimento visto da Verdi
Le parole che scrive al suo amico Francesco Maria Piave, nell’aprile del 1848, sono significative:
“L’ora della liberazione è arrivata, capacitatene. È il popolo che la desidera; e quando il popolo la vuole, non vi è nessun potere assoluto che può opporre resistenza!”
Nel 1847, conosce a Londra Mazzini il quale lo invita a comporre un inno con i versi di Mameli, “Suona la tromba”. In seguito scrive un’opera con un messaggio politico molto chiaro: “La battaglia di Legnano”, dove l’allontanamento di Federico Barbarossa raffigura la cacciata degli stranieri da parte degli italiani dal Paese.
Quando però i moti del 1848 sfociano in una strage, Verdi si ritira dal ruolo di prima linea e tornerà ad essere unicamente un compositore, continuando a sperare privatamente nella libertà dell’Italia.
Il successo della prima dell’opera, “Il Nabucco,” al Teatro alla Scala, lo aiuta lentamente a risalire dai tragici lutti famigliari, periodo che segna una svolta decisiva, una sorta di spartiacque, che in parte lo salva dalla depressione.
Il coro degli ebrei prigionieri, “va pensiero sull’ali dorate”, diventa un inno di libertà per il popolo italiano, che reputa Verdi un compositore patriottico. Nel Risorgimento italiano, oltre alla colonna sonora di un Paese che sta nascendo, non è soltanto un compositore, ma un punto di riferimento, unico, tra l’anima letteraria, quella politica e quella militare dell’Ottocento italiano.
Come Manzoni, (molto amato da Verdi, per il quale scrisse La Messa da Requiem), racconta l’identità morale di un popolo attraverso I Promessi Sposi, così Verdi mette in musica con la stessa passione opere come il Nabucco; il ” va’ pensiero sull’ali dorate” non è il pianto di un solo popolo, ma di tutti i popoli oppressi della terra.



