Curiosità

Quale è la canzone più antica del mondo?

Reading Time: 3 minutes

Quando è stata composta la prima canzone della storia? Non possiamo saperlo. Possiamo però ascoltare quella che, allo stato attuale delle conoscenze, è la più antica composizione musicale giunta fino a noi con una notazione almeno in parte decifrabile.

La sua storia inizia nell’antica città di Ugarit, sulla costa dell’attuale Siria, dove nei primi anni Cinquanta furono rinvenute da un gruppo di archeologi francesi, circa 36 tavolette di argilla. Nella maggior parte dei casi erano così deteriorate da risultare illeggibili e di molte restavano soltanto alcuni frammenti. Su quei frammenti erano incisi segni cuneiformi in lingua hurrita che gli studiosi identificarono come antichi inni musicali, datati intorno al 1400 a.C. Su alcune tavolette compaiono quattro nomi: Tapšiẖuni, Puẖiyana, Urẖiya e Ammiya, probabilmente riferibili agli autori, ai compilatori o agli esecutori degli inni.

“Sono proprio quei quattro nomi uno degli aspetti più intriganti delle tavolette. Nessuno sa con certezza a chi appartenessero: potrebbero essere stati compositori, copisti, musicisti o cantori. È raro che un documento di oltre 3400 anni fa ci restituisca un legame così diretto con persone realmente esistite. Anche se conosciamo soltanto i loro nomi, rappresentano una delle più antiche tracce individuali oggi note nella storia della musica.”

Tra tutte le tavolette rinvenute, una sola si è conservata abbastanza da poter essere letta nella sua quasi totalità. Si tratta del cosiddetto “Inno hurrita alla dea Nikkal“, o “Hurrian Hymn No. 6“, più semplicemente “H.6“, oggi conservato nelle collezioni del Museo Nazionale di Damasco, in Siria.

Su di essa è tracciata una doppia linea di demarcazione: nella parte superiore è trascritto il testo di un’ode dedicata a Nikkal, dea dei frutteti e dei raccolti, mentre nella parte inferiore è riportata una guida per suonare e accordare una lira. In fondo alla tavoletta compare persino il nome dell’accordatura: nīd qabli, interpretata da alcuni studiosi come una sequenza dorica (con riferimento ai Modi medievali).

Prima di questa scoperta non si sapeva quasi nulla della musica della Mesopotamia se non congetture che si basavano su immagini e reperti archeologici rinvenuti.

Dopo la pubblicazione dei frammenti da parte dell’archeologo Emmanuel Laroche, diversi studiosi cercarono di interpretarne la notazione musicale. Fra questi ebbero un ruolo fondamentale l’assiriologa Anne Draffkorn Kilmer e la musicologa Marcelle Duchesne-Guillemin, che negli anni Settanta proposero le prime ricostruzioni della melodia.

L’inno ha avuto la sua prima esecuzione moderna nel 1974, con la registrazione del disco“Sounds from silence” (suoni dal silenzio), il cui sottotitolo, decisamente evocativo, recita “the oldest song in the world” (la canzone più antica del mondo).

La ricostruzione proposta dalla Kilmer fu  definita da Richard Crocker come qualcosa capace di rivoluzionare l’intero concetto dell’origine della musica occidentale. In effetti quella musica sollevò non poche domande tutte legate e in qualche modo volte a mettere in discussione delle convinzioni di tipo musicologico.

La più sorprendente fu quella relativa alla scala, cioè la successione delle note utilizzate nella melodia. Secondo una delle interpretazioni più note, l’inno sarebbe costruito su una scala di sette note assimilabile alla moderna scala diatonica. Se così fosse, significherebbe che sistemi musicali sorprendentemente complessi erano già in uso oltre tre millenni fa, mettendo in discussione la teoria che prima dell’antica Grecia l’armonia non esistesse.

L’inno hurriano precede di un millennio molte altre prime opere musicali sopravvissute come  l’epitaffio di Seikilos e gli inni delfici, tuttavia, la sua trascrizione rimane controversa.

La ricostruzione della Kilmer e di Duchesne-Guillemin è solo una delle almeno cinque decifrazioni alternative della notazione, ciascuna con risultati completamente diversi. Interpretare H.6 non è semplice, sia perché la lingua hurrita non è stata completamente decodificata, sia a causa di piccole lacune dovute a frammenti mancanti della tavoletta d’argilla. Inoltre, sembra che la lingua sia un dialetto locale di Ugarit, che differisce in modo significativo dai dialetti conosciuti da altre fonti. È anche possibile che la pronuncia di alcune parole sia stata alterata rispetto alla normale pronuncia per esigenze di metrica musicale.

L’inno a Nikkal non è soltanto una curiosità storica ma anche un’ eccezionale testimonianza della cultura musicale del mondo antico, dimostrando come la musica abbia sempre avuto un ruolo di primo piano nelle società antiche. Ma soprattutto rappresenta il primo momento della storia in cui possiamo tentare di ricostruire una musica realmente eseguita da esseri umani oltre 3400 anni fa.

Ma com’era la melodia? Nessuno può dirlo con assoluta certezza. Quella che vi propongo è una delle numerose ricostruzioni basate sulle interpretazioni degli studiosi, realizzata dal musicista Michael Levy, specializzato nell’esecuzione di antiche composizioni con la lira. Puoi ascoltare il brano su YouTube.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.