Personaggi Storici Viaggio nella storia

Il paradosso di Diego de Landa: l’uomo che distrusse e salvò la memoria dei Maya

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Articolo a cura di Roberto Orsi

Ci sono figure nella storia il cui nome è legato a un paradosso così profondo da sfidare ogni giudizio affrettato. Diego de Landa Calderón (1524–1579), frate francescano e poi vescovo dello Yucatán, è senza dubbio una di queste. Per gli archeologi e gli storici, De Landa rappresenta allo stesso tempo il più devastante “vandalo della cultura” del Nuovo Mondo e il più prezioso informatore sulla civiltà Maya.

Le fiamme di Maní: l’Auto da Fé del 1562

Giunto nello Yucatán nel 1549 con l’ardore dell’evangelizzazione spinta dalla Controriforma, Diego de Landa notò presto che i Maya convertiti al cristianesimo continuavano in segreto a praticare i loro antichi riti e ad adorare i propri dei.

Per estirpare quello che considerava un rigurgito di demonismo, il 12 luglio 1562 organizzò a Maní un imponente Auto da Fé. Davanti agli occhi terrorizzati delle popolazioni indigene, il frate fece piazzare una gigantesca pira al centro della piazza principale. Vi furono gettati centinaia di idoli scolpiti, vasi rituali, altari di pietra e, soprattutto, i preziosissimi codici Maya: libri pieghevoli realizzati in carta di corteccia (amatl), ricchi di geroglifici, tavole astronomiche, annali storici e formule rituali.

De Landa stesso registrò l’evento con agghiacciante precisione nelle sue cronache:

“Trovammo un gran numero di libri scritti con i loro caratteri e, poiché non contenevano nulla che non fosse superstizione e menzogne del demonio, li bruciammo tutti, cosa che provocò loro una meraviglia e un dolore incredibili.”

Si stima che in quel pomeriggio andò distrutto quasi l’intero patrimonio letterario Maya. Oggi sopravvivono soltanto quattro codici originali in tutto il mondo (i codici di Dresda, Parigi, Madrid e Grolier).

Il richiamo a Madrid e la difesa inquisitoria

L’azione di De Landa fu talmente brutale ed spietata da violare le stesse leggi spagnole del tempo. Il primo vescovo dello Yucatán, Francisco de Toral, denunciò il frate per aver usurpato i poteri inquisitoriali e per aver inflitto torture eccessive agli indigeni.

Nel 1564 De Landa fu richiamato in Spagna per essere processato dal Consiglio delle Indie. Durante gli anni trascorsi in patria in attesa di giudizio, nel tentativo di discolparsi e dimostrare la complessità del lavoro svolto con gli indigeni, si dedicò a un’opera monumentale: la stesura della Relación de las cosas de Yucatán (1566).

La “Relación”: la chiave che sbloccò i geroglifici

Il manoscritto della Relación divenne una miniera d’oro inestimabile. In quelle pagine De Landa annotò con minuzia di dettagli usi, costumi, feste, calendario rituale, fauna e flora dello Yucatán. Ma il tassello più importante fu il cosiddetto “Alfabeto di Landa”.

Il frate chiese a un nobile Maya convertito di tradurre i segni dell’alfabeto latino nei corrispondenti caratteri indigeni. Sebbene De Landa avesse frainteso la natura della scrittura Maya — credendo fosse alfabetica e non sillabica/logografica —, quelle annotazioni rimasero sepolte negli archivi della Real Academia de la Historia di Madrid fino al loro ritrovamento nel XIX secolo.

Centocinquant’anni dopo, fu proprio grazie al lavoro combinato di studiosi come Yuri Knorosov sul manoscritto di De Landa che il mondo riuscì finalmente a decifrare la scrittura Maya, ridando voce a una civiltà muta da secoli.

La lezione della storia

Diego de Landa morì a Mérida nel 1579, da vescovo confermato e rispettato dalle autorità spagnole. La sua eredità resta tuttavia macchiata da una dolorosa dualità: senza la sua cieca foga religiosa non avremmo perso l’immensa biblioteca di Maní; ma senza la sua maniacale ossessione di comprendere l’avversario, non avremmo mai ritrovato la chiave per leggere la voce dei Maya.

Collocare questi avvenimenti nei loro giusti confini storici ci ricorda quanto sottile sia il confine tra conservazione della memoria e la sua distruzione.

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