Recensione a cura di IVANA TOMASETTI
La lettura ci porta nel meridione d’Italia, dove i signorotti locali vivono il momento di transizione dal regno borbonico al nuovo Regno d’Italia.
“…un gruppo armato era entrato in paese inneggiando al re Francesco di Borbone, accolto con entusiasmo dalla fazione di popolazione rimasta favorevole alla vecchia dinastia. La folla era entrata con violenza nel palazzo del Comune, mettendolo a soqquadro e cacciando il sindaco. Dal balcone che dava sulla piazza centrale del paese, due dei più irruenti avevano innalzato la bandiera bianca borbonica e arringato la folla dichiarando decaduto Vittorio Emanuele…”

Il senso identitario di contadini e ricchi possidenti si scontra con le leggi che arrivano da lontano; gli interessi personali vengono descritti come un attaccamento viscerale alla terra che deve restare nelle stesse mani, nonostante le illusioni garibaldine e che costituisce la vera ricchezza. Sullo sfondo i briganti che vengono accusati delle uccisioni anche eccellenti, che non dovrebbero essere loro attribuite, l’amore per la musica che fa diventare musicanti in giro per il mondo anche bambini, dati “in affitto” dalle famiglie.
La struttura della trama è ravvivata da qualche colpo di scena, talvolta vi sono anche momenti in cui il racconto rallenta, sfiorando il didascalico. Resta comunque un buon ritmo, specialmente nella seconda parte.
Un mondo dall’equilibrio instabile dove il delegato di polizia Gaetano Casagrande, che arriva da Napoli, si troverà immerso, pur cercando di prendere le distanze critiche dalle pressioni di cui viene fatto oggetto dal “barone” locale e di trovare una via per la risoluzione del misterioso assassinio su cui indaga, mentre tutti danno la colpa ai briganti.

Non posso dirvi come andrà a finire, dovete leggere il libro, resta il fatto che il poliziotto, nonostante le sue passate vicissitudini personali, dimostra tenacia e forza di carattere nell’indagine. Da sconosciuto diventa parte del mondo del paese e viene considerato come un uomo onesto che sta dalla parte dei deboli. Suscita subito la nostra simpatia di lettori, anche perché lo pensiamo solo, nella sua vita quotidiana senza una famiglia, mentre pian piano si guadagna degli amici.
“«Non mi fraintendete, don Gaetano. Sono convinto che molta della violenza in queste campagne sparirebbe all’improvviso se si tenesse conto dei bisogni e delle richieste dei contadini, senza trattarli come schiavi. La maggior parte sono braccianti chiamati a giornata, che lavorano dodici ore al giorno per pochi soldi senza nessuna prospettiva di miglioramento, hanno visto cambiare i governanti, ma per loro non è cambiato niente nonostante le promesse»”.

Le figure che lo circondano sono molteplici. Colpisce quella del barone che vive la sua sicurezza al di sopra di ogni sospetto e spadroneggia come ha sempre fatto, divertendosi con le sue amanti, nella connivenza dei benpensanti. Noi capiamo però che presto la sua aria di potenza dovrà essere piegata dai fatti, o vorremmo che lo fosse e siamo ancor più dalla parte di Gaetano.
Gli amici che si ritrovano in trattoria sono molti. Il poliziotto li guarda in doppia veste: amici, ma anche possibili sospettati. Di chi fidarsi, allora? Non dobbiamo dimenticarci di Rocco Montesano, il farmacista, che dà prova di essere un progressista, di Michele Grieco, il maestro elementare che cerca di “catturare” gli alunni, del brigante ‘U Curto che avrà un colloquio col poliziotto, raccontando la sua storia di opposizione al governo.
È lui che ci dà una visione del brigantaggio più approfondita e reale e forse è questo il pregio del romanzo.
“Il brigante rimase a lungo a pensare.
«Volete veramente sapere come un uomo può trasformarsi in una belva? Come dite voi, è il caso che ci assegna il ruolo di vittima o carnefice e sono pure sicuro che tutti se ne starebbero volentieri a casa con la propria donna invece di vivere come bestie in questi boschi. La mia storia è uguale ad altre migliaia che potete sentire da queste parti…»”

E le figure femminili? Non mancano: Angelina che prepara i pasti alla trattoria e che si prende cura del poliziotto, ma anche e soprattutto la moglie del barone, una figura dai risvolti insospettabili e oscuri, che si vendica del marito come solo le donne sanno fare.
Ogni personaggio ha la sua funzione precisa e si muove per far correre i fatti, mentre colpi di scena allontanano la soluzione e aggrovigliano le ipotesi.
L’ambiente è quello dei privilegi dei potenti; Viggiano e i suoi dintorni nel Potentino è il paese dove i bambini che vanno a scuola sono pochi, dove la vita è precaria davanti ai soprusi e dove si coltiva la terra dei padroni, da secoli, dove si viaggia a dorso di cavallo oppure a piedi.
“In questi paesi così isolati, fino ad ora, solo i figli dei più benestanti hanno potuto studiare con qualche sacerdote. Ora, con la nuova legge che ha introdotto due anni di scuola pubblica obbligatoria per tutti, il Comune mi ha dato l’incarico di avviarne una a Viggiano ma, per ora, appena i bambini sanno leggere e scrivere il proprio nome non vengono più e tornano a lavorare nei campi”.
Il linguaggio è abbastanza scorrevole, le voci dei personaggi sono sottolineate dal dialetto che a parer mio è di difficile comprensione, per fortuna il contesto è di grande aiuto.
Una grande parte lasciata al racconto non mette abbastanza in risalto il messaggio del romanzo e cioè il ricordo e la comprensione storica del fenomeno del brigantaggio, lasciato per molto tempo dentro un’aura di cupa e inspiegabile violenza. In tal senso la figura di ‘U Curto risulta emblematica.
La voce narrante è quella di Gaetano che ci coinvolge e ci fa giungere le sue riflessione e il suo punto di vista sui fatti.
Pro: l’argomento delle radici del brigantaggio nel sud d’Italia; un prospetto che aiuta il lettore a districarsi nella moltitudine dei personaggi.
Contro: L’argomento forse non abbastanza approfondito, larghe parti storiche raccontate, uso del dialetto stretto.

Tenebra 1862 – edizione e-book
Trama
Da un anno, il sogno di generazioni di italiani di una patria unita è realtà, ma un feroce conflitto civile insanguina le province meridionali del Regno, dall’Irpinia alla Puglia fino alla Calabria. Continui scontri tra bande di briganti ed esercito unitario provocano migliaia di vittime anche tra la popolazione civile. In questo clima di violenza, il commissario di polizia napoletano Gaetano Casagrande, in profonda crisi personale, viene trasferito a Viggiano per ripristinare la locale delegazione di pubblica sicurezza. L’arrivo del protagonista coincide con una serie di eventi sanguinosi. Gli abitanti, terrorizzati e sospettosi, puntano il dito contro i briganti, ma agli occhi di Casagrande la realtà è molto più complessa di come appare. Le indagini si incrociano, inevitabilmente, con le profonde ingiustizie sociali e le condizioni di estrema povertà che hanno spinto molti uomini a unirsi alle bande di briganti. La ricerca dei colpevoli diventa, allora, anche una ricerca personale delle motivazioni alla base della violenza che circonda il protagonista, in un crescendo di tensione e colpi di scena che mettono a rischio la sua stessa vita, fino alla inaspettata e sorprendente conclusione.



