Articolo a cura di Concetta Di Lorenzo
Sbagliamo quando diciamo che, fino a un certo periodo storico, la donna non ha contato nulla. Cadremmo solo in superficiali luoghi comuni. La donna ha sempre contato qualcosa, in tutte le società e in tutti i secoli, sia nel bene che nel male. Forse sarebbe più giusto dire che, fino a un determinato periodo storico, la donna era socialmente, letterariamente, artisticamente, scientificamente e politicamente invisibile, tranne per qualche rara eccezione.
Ma c’era. C’è sempre stata.
In questo articolo non voglio parlare di donne famose di cui si è già parlato spesso, come Ipazia, Santa Caterina, Lucrezia Borgia o Artemisia Gentileschi, tutte donne che hanno lasciato il segno nella storia. Preferisco parlare di una donna di fine ‘300 inizio ‘400 poco conosciuta ai più, ma che per perfidia e capacità di manovrare il potere dominante per i propri interessi feudali non ha niente da invidiare a certi personaggi di oggi. Una che nei complotti di palazzo ci sguazzava alla grande e che sapeva spostare gli equilibri politici a proprio vantaggio come nessuno.

Parlo di Covella Ruffo, contessa di Montalto e di Corigliano, in Calabria
Di donne chiamate Covella Ruffo ce n’erano due, zia e nipote. A noi interessa la nipote.
Chi era in realtà questa donna?
Figlia di Carlo Ruffo, conte di Montalto e di Sinopoli, e di Giovannella Sanseverino, esponenti di due nobilissime famiglie del Regno di Napoli, Covella portava su di sé molti titoli nobiliari e feudi, paterni ed ereditati dal primo matrimonio con Jacopo della Marra. Fu contessa di Montalto, Sinopoli e Corigliano, signora e poi principessa di Rossano Calabro, duchessa di Sessa dal matrimonio in seconde nozze con Giannantonio Marzano. Più tardi, dopo la morte senza eredi della sorella Polissena, prima moglie di Francesco Sforza duca di Milano, ereditò i feudi della sorella, diventando una delle ereditiere più potenti d’Italia.
“Fu costei donna terribilissima… di natura sì maligna ch’ella niuna amava e da niuna era amata”.[1]
Fu soprattutto influente consigliera della regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo di cui era seconda cugina.

Dal conflittuale matrimonio con Giovannantonio Marzano, Covella ebbe il figlio Marino, Grande Ammiraglio del Regno[2], che in fatto di ambiguità e capacità di intrigare era molto simile alla madre, tanto che fu il principale artefice della prima congiura dei baroni (1459-1464) contro suo cognato re Ferrante d’Aragona.
Ma a Covella, abituata a vivere a stretto contatto con la corte angioina-durazzesca di Napoli, in cui aveva ben imparato l’arte dell’intrigo politico, Sessa stava stretta. Lasciò il figlio e soprattutto il marito, con cui si scontrava continuamente per la gestione dei rispettivi feudi, se ne andò a Napoli e si piazzò a corte, dove convinse la regina Giovanna a inviare un esercito nel Ducato di Sessa per assediare il marito. L’assedio si concluse solo quando Covella riuscì ad ottenere una separazione di fatto dal marito, ma non riuscì a estrometterlo completamente dal controllo dei suoi feudi.

A Napoli doveva però vedersela con Giovanni Caracciolo, meglio conosciuto come Sergianni, amante della regina e Gran Siniscalco del Regno[3]. La presenza di Sergianni e il suo ascendente sulla regina impedivano a Covella di avere il pieno controllo sulla debole Giovanna e allora, senza pensarci troppo, capì che bisognava eliminare il problema alla radice. Si mise a capo di una fazione ostile al Gran Siniscalco e alimentò nella regina il sospetto che Sergianni volesse destituirla per prendere il suo posto sul trono di Napoli. Convinta da Covella, la regina diede ordine di eliminare Sergianni che fu assassinato la sera del 18 agosto 1432, con venti coltellate, da un gruppo di sicari. Covella volle vederne il cadavere e quando lo vide, gli mise il piede sul petto e con soddisfazione esclamò:
“Eccolo il figlio di Isabella Sarda che voleva competere meco!”[4]
Eliminato Sergianni, Covella rimase l’unica consigliera della regina da cui ebbe in dono molti altri feudi.
Giovanna ormai anziana e senza eredi, doveva seriamente pensare a un successore al Regno. Covella orientò la regina verso una politica filo-angioina a sostegno di Luigi III d’Angiò, duca di Provenza, come erede al trono, respingendo le richieste di Alfonso V d’Aragona, che pur vantava dei diritti sul trono di Napoli. L’aragonese era stato infatti ufficialmente adottato nel 1421 da Giovanna come erede al trono, dopo che questi l’aveva aiutata a liberarsi dalle minacce dello stesso Luigi III d’Angiò e dal suo condottiero Muzio Attendolo Sforza.

Inaspettatamente, nel 1434 morì Luigi III di malaria a Cosenza, dove era impegnato in una campagna militare, e il titolo di erede passò a suo fratello Renato d’Angiò.
Nel 1435 morì la regina Giovanna e il Regno di Napoli si trovò ad essere conteso tra Renato d’Angiò e Alfonso d’Aragona in una lunga, interminabile lotta. Infine Alfonso assediò la città di Napoli per diversi anni e solo nel 1442 riuscì ad avere la meglio sull’ angioino e a diventare il nuovo re di Napoli.
Ma le persone come Covella sanno galleggiare in qualsiasi liquido.
La donna non si perse d’animo e architettò il matrimonio di suo figlio Marino Marzano con Eleonora d’Aragona,figlia naturale di re Alfonso.
Tramite questo matrimonio, Covella si assicurò la protezione della Corona e la conferma di tutti i feudi e titoli nobiliari. Sembra che lo stesso re Alfonso d’Aragona avesse paura di lei e di quello che una simile donna avrebbe potuto architettare contro di lui. Con buona pace del re, Covella Ruffo si spense nel 1445, ancora giovane. “Il figliuolo di lei, Giovan Francesco Marino, successe in tutti i suoi stati e ricchezze e anche nella malvagità…”[5]
[1] Ferrante della Marra – Discorsi delle famiglie estinte, forastiere, o non comprese ne’ Seggi di Napoli, imparentate colla Casa della Marra, Napoli, Ottavio Beltrano, 1641, p. 335)
[2] Il Grande Ammiraglio era il terzo dei sette Grandi Ufficiali del Regno di Sicilia e poi di Napoli istituito da Ruggero II. Capo supremo delle forze navali, difendeva le coste, proteggeva la flotta mercantile, amministrava la giustizia marittima e nominava i vice-ammiragli provinciali.
[3] Gran Siniscalco era il settimo e ultimo dei sette Grandi Ufficiali della Corona nel Regno di Sicilia e poi di Napoli. Istituito da re Ruggero II, si occupava dell’amministrazione dei beni regi, dell’approvvigionamento alimentare della corte e dell’organizzazione delle scuderie e della caccia. La carica divenne in seguito ereditaria nella famiglia de Guevara.
[4] Historia della Casa dei Ruffo, Napoli, 1873, pag. 194.
[5] Ibidem, pag 197.


