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Libri classici per ragazzi – “Cuore” di Edmondo De Amicis

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Articolo di Mara Altomare


Nei dintorni dei romanzi storici esiste un mondo di libri che noi “grandi lettori” dovremmo ricordare… perché un po’ di tempo fa siamo stati “piccoli lettori” e molti libri, scoperti e letti da bambini, hanno seminato una passione coltivata poi per tutta la vita… sono i classici della nostra infanzia, quei romanzi che, oltre a raccontarci storie, senza che ce ne accorgessimo, ci insegnavano la Storia…

Libro Cuore di Edmondo De Amicis. Anche chi non lo ha letto probabilmente lo conosce per fama, per trascorsi scolastici, per trasposizioni televisive. Un romanzo scritto per bambini e ragazzi, come lo stesso De Amicis spiegò nella sua dedica, ma interessante da leggere probabilmente a tutte le età, soprattutto per quanta storia contiene.

Fu pubblicato il 17 ottobre 1886, il primo giorno di scuola dell’Italia umbertina, dalla casa editrice Treves; nel 1892 uscì la prima edizione illustrata. Fu da subito un enorme successo con grandi numeri: ristampato in 41 edizioni e tradotto in 25 lingue. Ne furono vendute quarantamila copie nell’anno di pubblicazione, per arrivare ad un milione nel 1923!

Nel 1878, in una lettera all’editore Emilio Treves, De Amicis illustrò il progetto di un libro fatto “col cuore”, destinato ai ragazzi e in particolare ai “ragazzi poveri”. Lo definiva “nuovo, originale, potente” e doveva intitolarsi “Cuore”.

Il libro ha la struttura di un diario di un ragazzo di terza elementare, Enrico, che racconta lo svolgersi del suo anno scolastico 1881/1882 nella scuola Boncompagni di Torino.

Così l’autore presentava la propria opera:


«Questo libro è particolarmente dedicato ai ragazzi delle scuole elementari, i quali sono tra i 9 e i 13 anni, e si potrebbe intitolare: Storia d’un anno scolastico, scritta da un alunno di terza d’una scuola municipale d’Italia. (…) Ora leggete questo libro, ragazzi: io spero che ne sarete contenti e che vi farà del bene.»
                                                                                                       (Edmondo De Amicis – Dedica dell’autore)



E’ diviso in capitoli, ognuno dei quali è dedicato a un mese dell’anno, intervallati da lettere scritte ad Enrico dai suoi genitori e da 9 racconti mensili, presentati dal maestro Perboni ai suoi alunni: una classe formata da 54 ragazzi tutti maschi, di varie età, tra cui ci sono personaggi molto diversi fra loro e appartenenti a vari ceti sociali; Enrico proviene da una famiglia di media borghesia, ci sono allievi di estrazione elevata o provenienti da famiglie della classe operaia.

L’ambientazione scolastica è fedele all’organizzazione della scuola derivante dalle leggi del tempo (Legge Casati del 1859 e successiva Legge Coppino del 1877) che prevedevano una scuola primaria elementare divisa in due cicli (inferiore e superiore) di due anni ciascuno. Il proseguimento nella scuola secondaria prevedeva cinque anni di Ginnasio seguiti da tre anni di Liceo. Nel libro Enrico frequenta la terza elementare, cioè la prima classe elementare superiore; l’anno successivo sarà l’ultimo anno delle elementari, a cui seguirà il ginnasio.

Anche la composizione mista per età della classe è veritiera e testimonia l’irregolarità della presenza e della frequenza scolastica in quegli anni: Enrico ha 11 anni, Derossi e Stardi 12, Garrone addirittura 14, mentre Rabucco, il “muratorino” poco più di otto.


Ma quello che va notato e apprezzato se letto con un’attenzione più adulta, è lo spaccato della società post risorgimentale di fine Ottocento, dove l’Italia, fresca di unità, viene esaltata con trasporto e patriottismo, così come gli ideali civili del Risorgimento.

Ad esempio nelle pagine dedicate a Giuseppe Garibaldi, a cui il padre di Enrico dedica una lettera nel giorno della sua morte, il 2 giugno 1882:

“Oggi è lutto nazionale. Ieri sera è morto Garibaldi. Sai chi era? È quello che affrancò 10 milioni di Italiani dalla tirannia dei Borboni. Aveva la fiamma dell’eroismo e il genio della guerra, era grande, semplice e buono; odiava gli oppressori, amava i popoli, proteggeva i deboli, non aveva altra ispirazione che il bene, adorava l’Italia. Il mondo intero lo piange. Tu non comprendi per ora. Ma leggerai le sue gesta, potrai parlar di lui continuamente nella vita”

Oppure nel testo che il maestro Perboni detta alla classe, presentando Mazzini come uno dei fautori del Risorgimento:

“Giuseppe Mazzini, grande anima di patriota, grande ingegno di scrittore, ispiratore ed Apostolo primo della rivoluzione italiana; il quale per amore della Patria visse 40 anni povero, esule, perseguitato, ramingo, eroicamente immobile nei suoi principi e nei suoi propositi”

Nel 1881 cade il terzo anniversario della morte di Vittorio Emanuele II e in un capitolo è descritta la visita a Torino di Re Umberto I, a cui il padre di un altro alunno, Coretti, reduce della guerra d’indipendenza combattuta al suo fianco, stringe la mano:

“La carrozza arrivò davanti a noi. “Evviva!” gridò Coretti. Il re lo guardò in viso e arrestò un momento lo sguardo sulle tre medaglie. Allora Coretti urlò: “Quarto Battaglione del 49!” Il re si rivoltò verso di noi e fissando Coretti negli occhi stese la mano fuori dalla carrozza. Lo ritrovammo ansante, con gli occhi umidi, che chiamava per nome il suo figliolo tenendo la mano in alto… “Qua piccino che ho ancora calda la mano” e gli passò la mano intorno al viso dicendo “Questa è una carezza del re!”

E in un’altra lettera il padre di Enrico descrive al figlio anche la grandezza di Cavour, fino alla sua morte:

Morì col grido della battaglia nella gola, e la sua morte fu grande come la sua vita… “Educate l’infanzia e la gioventù… governate con la libertà!”

Lo spirito risorgimentale emerge poi dai racconti mensili che hanno per protagonisti i ragazzi provenienti da varie regioni d’Italia, tutti esempi positivi di devozione familiare o patriottica e abnegazione al lavoro.

“La piccola vedetta lombarda” e “Il tamburino sardo” narrano episodi di ragazzi caduti o rimasti mutilati durante la guerra d’indipendenza; in “Sangue romagnolo” il protagonista viene ucciso per difendere la nonna; nel celebre “Dagli Appennini alle Ande” il piccolo Marco affronta un viaggio da Genova all’Argentina per ritrovare la madre, testimonianza delle storie di emigrazione italiana.



L’intento è chiaramente pedagogico, con un’esortazione all’unione sociale e alla celebrazione dei valori nazionali che contraddistinguono il periodo immediatamente successivo al Risorgimento e, soprattutto, all’Unità d’Italia. La scuola trasmette valori di patriottismo, ideali conservatori e il rispetto delle regole: chi non si adegua viene espulso dalla società, proprio come succede a Franti,che viene espulso dalla scuola.
Ma è anche un luogo in cui attraverso le pagine del diario si vivono emozioni ed esperienze di vita reale, dove ogni studente porta la sua realtà, i suoi talenti e le sue croci quotidiane e dove, tra tutti, emerge, indimenticabile, l’immagine più forte e gentile, quella del maestro Perboni:

“Se qualche volta m’è scappata la pazienza, scusatemi e vogliatemi bene. L’anno venturo non sarete più con me, ma vi rivedrò, e rimarrete sempre nel mio cuore.”

CURIOSITA’: GLI SCOLARI DEL CUORE

Bronzo del 1886 realizzato dalla scultore palermitano Ettore Ximenes. Riproduce i protagonisti del romanzo e fu realizzata prima dell’edizione illustrata del romanzo. A questa opera si ispirarono gli illustratori Ferraguti, Nardi e Sartorio per realizzare le immagini del libro.



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