Recensione a cura di Natascia Tieri
“La moglie del fascista” di Roberta De Santis è un romanzo che si immerge in un periodo storico complesso e controverso, raccontandolo attraverso gli occhi di una protagonista che cerca di trovare il proprio posto in un mondo in rapida trasformazione. Il libro offre uno spaccato profondo delle emozioni e delle difficoltà di Francesca, una giovane donna divisa tra la sua famiglia, contraria alla sua scelta, e il suo profondo coinvolgimento politico nel Fascio.
Uno scandalo in paese
Francesca e la sua insegnante, la professoressa, rappresentavano per molti la vergogna del paese. Il loro comportamento, audace e ritenuto più adatto a un uomo, scandalizzava i concittadini. Erano donne attive, impegnate politicamente e iscritte al Fascio, un ruolo che per molti non si addiceva alle donne di quel tempo. Questo contrasto tra l’attivismo delle due donne e le aspettative della società è uno dei motori narrativi del romanzo. Francesca, in particolare, si trova a dover gestire la tensione tra la sua dedizione alla causa politica e il desiderio di non deludere la sua famiglia, che disapprovava la sua scelta.

Il Duce e la povertà
Un aspetto molto toccante del libro è la cruda descrizione della vita quotidiana in un periodo di grave povertà, ma anche di speranza cieca nel regime. La protagonista, infatti, fa una riflessione molto lucida sulla sua condizione e su quella di chi la circonda:
“Eravamo tra i più fortunati della povera gente. Nonno lavorava la terra e avevamo gli animali: il cibo non era mancato mai in casa. Chi non aveva la terra doveva arrangiarsi come poteva. Alcuni conoscenti di mamma non avevano ancora il pavimento e nella casa stavano in quattro, in sette, anche in dieci, e se c’erano polli, anche loro riposavano dentro la notte, per paura che qualcuno potesse rubarli. Erano tempi assai duri, tempi di ricostruzione e di rivoluzione, certo, ma anche di fame, di disoccupazione e di povertà assoluta. Eppure, nonostante l’indigenza di quel periodo, noi fascisti eravamo convinti che il Duce avrebbe pensato a tutto, al nostro cibo, al nostro lavoro, ai vestiti, al futuro, ai nostri bambini e anche ai nostri risparmi.”
Questa convinzione incrollabile nel Duce, nonostante le evidenti difficoltà economiche, descrive perfettamente il clima dell’epoca e l’influenza del regime sulla vita delle persone.

La figura del generale e il legame con il fascismo
Francesca è particolarmente legata a una figura enigmatica: il generale. Lo descrive con parole cariche di fascino e mistero: “Era avvolto dal mistero, da un manto di colore indefinito che lo rendeva bello e oscuro.” Questa figura sembra rappresentare per lei un legame profondo e imprescindibile con il mondo politico che ha scelto. A questo proposito, la protagonista riflette:
“Mamma purtroppo non riusciva a comprendere il motivo per cui il generale fosse così importante per me, in quei giorni più che mai. Lui rappresentava l’unico filo che ancora mi univa al fascismo, al partito, al Duce. In un periodo in cui ogni possibilità si colorava di autoritarismo e ogni tipo di libertà veniva meno, lui simboleggiava l’unica occasione per conoscere i comunicati, le nuove leggi, eventuali successive incursioni, guerriglie.”
Questo passaggio evidenzia il ruolo che il generale aveva nella vita di Francesca, non solo come figura d’autorità, ma come unica fonte di informazione e punto di contatto con il mondo politico a cui teneva.

L’Abruzzo e le sue fragilità
Il romanzo non trascura di raccontare le condizioni di vita in Abruzzo in quel periodo, spesso segnato da tragedie naturali. Il passato di terremoti, purtroppo una costante in questa regione, viene descritto attraverso l’immagine delle “baracche” post-sisma. La casa della protagonista era una di queste, e la sua descrizione rende bene l’idea della precarietà e della resilienza delle persone:
“La nostra casa era stata ricostruita dopo il terremoto insieme a tante altre. Le chiamavano «baracche». Avevano il tetto spiovente in legno, mura sottili in mattoncini, trenta o cinquanta metri quadrati di casa senza bagno e senza pavimento, costruite proprio per dar rifugio ai terremotati. Nonno nel tempo e con qualche risparmio aveva comprato le mattonelle per il pavimento che aveva posato da solo.”
Questa descrizione mostra come la gente affrontasse le tragedie con ingegno e fatica, cercando di rendere abitabili luoghi che erano destinati a essere solo temporanei. La frequenza e la gravità dei terremoti in Abruzzo sono un dato storico e geologico, che rende ancora più significativo l’impegno di persone come il nonno di Francesca per costruire una vita stabile e dignitosa.
Cosa mi è piaciuto e cosa avrei voluto sapere
Ho apprezzato molto la capacità dell’autrice di mostrare le emozioni di Francesca e il suo progressivo cambiamento, sia nei confronti della politica che del suo rapporto con l’insegnante, figura che all’inizio stimava moltissimo. La sua evoluzione emotiva è il vero cuore del romanzo.
Tuttavia, avrei voluto che alcune figure cruciali fossero approfondite di più. Il medico, il generale e la professoressa, pur agendo in modi che si possono comprendere (convenienza per il primo, convinzione per gli altri due), restano un po’ misteriosi. Mi sarebbe piaciuto capire cosa facessero quando non erano in scena con la protagonista e quali fossero le motivazioni più profonde dei loro comportamenti e delle loro espressioni. Ad esempio, la relazione tra la professoressa e il generale non è chiara: erano amanti? O lei era solo un’amica per convenienza, come sospetta Francesca? E perché il generale, se fosse stato realmente innamorato dell’insegnante, ha sposato la protagonista e non la professoressa? Saperne di più su questi personaggi avrebbe arricchito ulteriormente la narrazione, ma il mistero che li avvolge aggiunge un tocco di fascino alla storia.
Trama
Marsica, 1927. Dopo il devastante terremoto che ha ridotto in macerie Avezzano, la città si prepara a una nuova era. Francesca, ragazza piena di speranze, vede nel fascismo una promessa di cambiamento, una via di fuga dalla miseria e dai sacrifici della vita contadina.
Influenzata da Elisabetta, professoressa che mescola l’insegnamento scolastico con la propaganda politica, e dai discorsi degli uomini in camicia nera, la giovane è pronta a sfidare l’autorità del nonno, uomo conservatore e monarchico, pur di ottenere l’agognata iscrizione al partito.
Francesca è determinata, in pochi anni scala i ranghi del fascio femminile. A notarla è il generale chiamato a ricoprire la carica di podestà di Avezzano, Guido Di Matteo, affascinato dalla sua bellezza e dalla sua audacia. Guido la corteggia insistentemente e le propone il matrimonio: per Francesca ciò significa affiancare un uomo di valore e diventare la donna più influente della città.
Eppure, mentre si avvicina sempre più al cuore del fascismo, comincia a conoscerne la natura violenta: in città si moltiplicano le rappresaglie contro i dissidenti, le torture, gli atti di repressione. Anche contro gli amici di un tempo.
Roberta De Santis, avezzanese, racconta il periodo storico più oscuro della storia italiana con la voce di una ragazza che, cresciuta in una terra sconvolta da un cataclisma, aderisce al fascismo a occhi chiusi. Lo fa con una voce autentica ed emozionante.




