Narrativa recensioni

Il filo avvelenato – Laura Purcell

Recensione a cura di Luigia Amico

In questo romanzo tutto può sembrare reale e tutto può essere finzione. C’è una linea sottile che unisce follia e ragione, lucidità e incomprensibilità, verità e menzogna e il lettore dovrà camminare in una sorta di equilibrio mentale su un filo narrativo ben teso ma non privo di illusioni.

Ruth è la protagonista indiscussa di questa storia particolare e triste, è accusata dell’omicidio della sua padrona ed è richiusa nella prigione di Oakgate in attesa di giudizio. Ogni indizio è contro di lei e la sua ammissione di colpevolezza è come una scure pronta a tagliarle di netto la testa, ma come sono andati realmente i fatti? La storia raccontata dalla protagonista è realmente accaduta o è frutto della fantasia di una ragazza un po’ fuori di testa? Una lucida follia prevarica sulla razionalità, Ruth si abbandona al proprio destino o meglio al destino che crede di meritare.

Ha un dono che la rende speciale, munita di ago e filo riesce a creare dei capolavori, dalle sue mani nascono ricami che sembrano prendere vita, ma nella sua mente c’è la convinzione che gli stessi possono portare anche la morte.
Figlia di una ricamatrice e di un padre perennemente attaccato alla bottiglia, Ruth conduce una vita misera, sfortunata; vittima di bullismo a scuola e in continua lotta contro le condizioni di povertà in cui versa la sua famiglia, si ritroverà suo malgrado a dover lavorare in un atelier e sarà questo per lei il punto di non ritorno; ago e filo saranno strumenti tra le sue mani che la condurranno inesorabilmente in una realtà illusoria.

Ogni lavoro di cucito può contenere una vita intera; è questo che la gente non capisce. Si può trasmettere all’ago qualsiasi emozione del cuore umano e il filo la assorbirà. Si  può ricamare con tenerezza, passare a forza di punti dal panico alla calma, si può ricamare con odio.

La ragazza trascorre le sue giornate chiusa in cella sospesa in un limbo di inquietudine, in attesa di una condanna a cui non vuole sottrarsi perché crede che questo sia l’unico modo per espiare il suo tremendo peccato.

Ci penserà Dorothea a spezzare la sua tediosa routine, una ragazza appartenente all’alta borghesia londinese, dedita a opere di beneficienza e misericordia concentrata soprattutto a visitare e portare conforto alle carcerate di Oakgate. Impegnata negli studi di frenologia (dottrina medica che studiava le caratteristiche mentali attraverso l’osservazione e la misurazione del cranio), la giovane Dorothea inizierà a frequentare assiduamente Ruth che diventerà una vera e propria ossessione per lei. Non passerà giornata senza che la sua mente e attenzione non vadano alla ricamatrice, è attratta dalle vicende di quella strana ragazza e in qualche modo ne è anche spaventata.

Penso alle mie povere donne, relegate lontano dai colori pastello della natura e dal cinguettio degli uccelli. Hanno a disposizione un cortile, certo, ma dovranno trascorrere anni prima che la chioma degli alberelli cresca così tanto da superare le mura accanto alle quali sono state piantate. Fino ad allora lì rimarrà un inverno eterno.

L’autrice traccia in modo dettagliato, preciso e realistico i tratti psicologici e cognitivi delle due donne, da un lato abbiamo Dorothea, giovane, innamorata, solare e solidale, dall’altro lato Ruth, cupa, svuotata, rinchiusa in una sorta di alienazione mentale.
È un romanzo dalle atmosfere gotiche, grigie, fredde, umide rese perfettamente dalle descrizioni delle ambientazioni della Gran Bretagna di inizi 800; la scrittura di Laura Purcell è fluida, diretta, asciutta e soprattutto cruda; il lettore sarà spettatore di scene dell’efferatezza spietata, pazzia e ragione si amalgamano creando una narrazione avvincente, scorrevole, adrenalinica e inquietante.

L’ago era forte, l’ago vinceva. Si apriva un varco attraverso la pelle, attraverso quell’attrito disgustoso. Uno strillo acuto mi riportò alla realtà. D’un tratto tutto tornò a fuoco: le mie mani, luccicanti di rosso; la mamma ricucita a zig zag, la sua carne ferocemente scorticata ma almeno richiusa. Avevo fatto l’impossibile.

È quasi impossibile non empatizzare con la protagonista, vorresti farti carico delle sue debolezze e delle sue paure, come per Dorothea, anche la nostra mente sarà costantemente in quella fredda cella ad ascoltare le terribili parole di Ruth che come un fiume in piena travolgono e trascinano con sé. Le due giovani si alternano tra i capitoli, ma è Ruth a catalizzare l’attenzione come una calamita da cui è difficile staccarsi.

Ogni pagina è intrisa di dolore e di orrore e l’epilogo sarà altrettanto sconcertante, quasi surreale; non sarò io a svelarvi se ci sarà un lieto fine o meno, ma voglio solo ricordarvi di prendere fiato ogni tanto durante la lettura perché il racconto della povera Ruth sarà come una morsa a stringervi la gola.

Editore: ‎ Mondadori (21 settembre 2021)
Copertina rigida: ‎ 420 pagine
ISBN-10: ‎ 8804734558
ISBN-13: ‎ 978-8804734550
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Trama
Gran Bretagna, prima metà dell’Ottocento. Dorothea Truelove è giovane, bella e ricca. Ruth Butterham è giovane, ma povera e consumata da un segreto oscuro e terribile. Un segreto che rischia di condurla alla forca. I loro destini si incrociano alla Oakgate Prison, dove Ruth è rinchiusa in attesa di processo per omicidio e dove Dorothea si dedica ad attività caritatevoli; soprattutto, qui la ragazza trova il luogo ideale per mettere alla prova le neonate teorie della frenologia – secondo cui la forma del cranio di una persona spiega i suoi peggiori crimini – che tanto la appassionano. L’incontro con Ruth fa però sorgere in lei nuovi dubbi, che nessuna scienza è in grado di risolvere: è davvero possibile uccidere una persona usando solo ago e filo? La storia che la prigioniera ha da raccontare – una storia di amarezze e tradimenti, di abiti belli da morire – scuoterà la fede di Dorothea nella razionalità e nel potere della redenzione. Per tutti gli amanti della letteratura gotica, un racconto da brivido dedicato al male celato dietro il volto dell’innocenza.

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