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La fine del fondatore: il 24 settembre 768 e la morte di Pipino il Breve

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Il 24 settembre 768 si concludeva presso l’abbazia di Saint-Denis la vita di Pipino III, passato alla storia con il celebre soprannome di Pipino il Breve a causa della sua statura minuta. La sua scomparsa segnò la fine di un regno durato diciassette anni, ma soprattutto il compimento di una parabola politica straordinaria che aveva ridefinito gli equilibri dell’Europa occidentale.

Da maestro di palazzo dell’ormai decadente dinastia dei Merovingi, Pipino era riuscito a compiere un vero e proprio capolavoro dinastico, facendosi consacrare re dei Franchi nel 751 con l’avallo di Papa Zaccaria e la solenne unzione di Santo Bonifacio.

Negli ultimi mesi della sua vita, avvertendo il declino delle forze a causa di un grave idropisia contratta durante le durissime campagne militari in Aquitania, Pipino dimostrò la consueta lucidità strategica.

Consapevole delle fragilità del regno e della necessità di regolare la successione, convocò i grandi dell’aristocrazia a Saint-Denis. In ottemperanza alla tradizione franca della legge salica, il territorio non venne affidato a un unico erede, ma diviso tra i suoi due figli maschi legittimi, Carlo e Carlomanno I.

Pipino il Breve

La geografia di questa spartizione fu architettata per evitare squilibri eccessivi di potere, ma finì per innescare enormi tensioni strategiche. A Carlo, il primogenito, vennero assegnati i territori esterni e costieri, una sorta di semicerchio che comprendeva l’Austrasia occidentale, la gran parte della Neustria e la frangia marittima dell’Aquitania.

A Carlomanno andarono invece le regioni interne e meridionali, tra cui la Borgogna, l’Allemannia, la Provenza e le porzioni interne dell’Aquitania. Questa configurazione a incastro costringeva Carlo a dover attraversare i domini del fratello per qualsiasi spostamento militare verso il sud, creando una morsa geopolitica soffocante.

L’eredità di Pipino andava però ben oltre la mappa geografica. Durante il suo regno, il sovrano aveva stretto un patto di ferro con la Chiesa di Roma, scendendo in Italia per sconfiggere i Longobardi guidati da re Astolfo e donando al Pontefice i territori riconquistati nell’Italia centrale. Quell’atto, noto come la Donazione di Pipino, gettò le fondamenta giuridiche ed economiche dello Stato Pontificio e legò indissolubilmente il destino della monarchia carolingia al papato.

La morte del re il 24 settembre 768 aprì tuttavia una fase di spietata guerra fredda dinastica. Fin da subito i due fratelli dimostrarono un’incompatibilità caratteriale e politica profonda.

Quando l’Aquitania si ribellò nel 769, Carlomanno si rifiutò categoricamente di inviare truppe in soccorso a Carlo, lasciandolo da solo a sedare la rivolta. La tensione toccò il punto critico quando la regina madre Bertrada di Laon tentò una complessa manovra diplomatica orchestrando il matrimonio di Carlo con Desiderata, figlia del re longobardo Desiderio, un’alleanza aborrita da Roma e vista con profondo sospetto da Carlomanno.

Il regno fu sull’orlo di un sanguinoso scontro fratricida per oltre tre anni, evitato solo da un improvviso colpo di scena della storia. Il 4 dicembre 771 Carlomanno morì improvvisamente nel suo palazzo di Samoussy, probabilmente per una grave emorragia nasale o una patologia fulminante. Senza perdere un solo giorno, Carlo si mosse con spietata tempestività: occupò i territori del fratello, costrinse la cognata Gerberga e i nipoti alla fuga verso la corte longobarda e si fece incoronare unico re di tutti i Franchi.

La scomparsa prematura di Carlomanno permise a Carlo di ricomporre sotto un unico scettro l’immenso dominio paterno. Libero dalle catene della rivalità familiare, Carlo potè concentrare le sue energie sulle campagne di espansione contro i Sassoni, sulla conquista del Regno Longobardo in Italia e sul consolidamento delle strutture amministrative che, il giorno di Natale dell’anno 800, lo avrebbero portato a essere incoronato da Papa Leone III imperatore del Sacro Romano Impero.

La figura di Pipino il Breve rimane la pietra angolare di questa incredibile epopea. Senza la sua determinazione nel spodestare i Merovingi, senza la sua visione strategica nei rapporti con Roma e persino senza la rischiosa eredità territoriale lasciata ai figli, l’Europa di Carlo Magno e la rinascita carolingia non avrebbero mai visto la luce.

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