Una volta quando in una casa avveniva un decesso, una delle prime cose che veniva fatta era coprire tutti gli specchi con un panno scuro. Oggi questa usanza può sembrare una semplice superstizione del passato, ma per secoli è stata considerata una pratica importante in molte parti del mondo.
Dietro quel gesto apparentemente semplice si nasconde un intreccio di credenze religiose, paure ancestrali e simbolismi legati al mistero della morte.
Per comprenderne l’origine bisogna fare un viaggio attraverso secoli di storia e culture diverse.
Fin dall’antichità gli specchi sono stati considerati oggetti speciali. Non erano soltanto strumenti per osservare il proprio aspetto, ma anche simboli legati all’anima, alla conoscenza e persino al soprannaturale.

Greci e Romani attribuivano agli specchi proprietà divinatorie credendo che potessero rivelare il futuro o mettere in contatto con il mondo degli spiriti. Da qui nacque la convinzione che uno specchio potesse catturare o trattenere qualcosa dell’essenza di una persona. Quando la morte entrava in una casa, lo specchio diventava quindi un elemento potenzialmente pericoloso, bisognava evitare che l’anima restasse intrappolata.
In molte tradizioni popolari europee si riteneva che, dopo il decesso, l’anima del defunto restasse per qualche tempo vicino al corpo prima di intraprendere il viaggio verso l’aldilà. Uno specchio poteva rappresentare una sorta di “trappola“: se l’anima vi si fosse riflessa, avrebbe rischiato di restare imprigionata o di non trovare la strada verso il mondo dei morti.
Per evitare questo rischio, gli specchi venivano coperti con lenzuola, drappi o tessuti scuri subito dopo il decesso.
Questa pratica, nel Medioevo e nei secoli successivi, si diffuse in molte regioni d’Europa, assumendo significati diversi. In alcune zone si credeva che uno specchio che rifletteva una salma perdesse i suoi poteri benefici e diventasse portatore di disgrazie. In altre zone si riteneva che il riflesso del morto nello specchio portasse sfortuna alla famiglia. Altrove si temeva che chi avesse visto la propria immagine accanto a quella del defunto sarebbe stato il prossimo a morire.
Non mancavano credenze ancora più inquietanti: secondo alcune tradizioni popolari, gli spiriti maligni potevano utilizzare gli specchi come porte d’accesso al mondo dei vivi durante il periodo del lutto.
Nel XIX secolo, soprattutto nell’Inghilterra vittoriana, il lutto era regolato da norme sociali rigidissime. Quando qualcuno moriva in casa si coprivano non solo gli specchi, ma anche fotografie, quadri e superfici riflettenti. Questo gesto, oltre a impedire all’anima di perdersi, fungeva da vero e proprio “segnale sociale” per la comunità. Indicava visivamente che la casa era diventata uno spazio sacro e separato dal resto del mondo, interamente dedicato al dolore.

L’usanza era così diffusa da essere riportata nei manuali di comportamento dell’epoca come una consuetudine quasi obbligatoria.
Anche nell’ ebraismo esiste l’usanza di coprire gli specchi durante la shiv’ah, il periodo di lutto che segue la sepoltura. Qui la spiegazione è leggermente diversa, principalmente spirituale. I familiari sono invitati a concentrarsi sul ricordo del defunto e sulla riflessione interiore, evitando di dedicare attenzione all’aspetto esteriore o alla vanità personale.
Lo specchio coperto diventa quindi un simbolo di raccoglimento e meditazione.
Nelle tradizioni russe, ucraine e balcaniche gli specchi rimanevano coperti per quaranta giorni, un periodo considerato necessario affinché l’anima completasse il passaggio verso l’altro mondo. Si credeva che il defunto potesse ancora visitare la propria abitazione e che il riflesso negli specchi potesse disorientarlo o trattenerlo tra i vivi.
In alcune aree della Cina esistono usanze simili. Secondo una credenza tradizionale, se una bara o una salma si riflette in uno specchio, potrebbe verificarsi una sventura immediata. Si teme che lo specchio possa “moltiplicare” la morte, agendo da presagio per un nuovo decesso imminente in famiglia. Per questo motivo gli specchi vengono spesso coperti o rimossi dalla stanza in cui si svolgono i riti funebri.

In alcune correnti del pensiero taoista e della religiosità popolare cinese gli specchi sono considerati oggetti capaci di influenzare le energie spirituali presenti in un ambiente.
Nelle zone rurali scozzesi e irlandesi, l’usanza faceva parte dei cosiddetti “house closing“, rituali di chiusura della casa, durante la veglia funebre. Insieme alla copertura degli specchi con lenzuola bianche, era tassativo fermare tutti gli orologi della casa nell’esatto momento del decesso e tirare completamente le tende. Fermare il tempo e nascondere i riflessi serviva a segnalare agli spiriti che la vita ordinaria della famiglia era temporaneamente sospesa per onorare il defunto.
Perché proprio gli specchi?
Dal punto di vista antropologico, gli specchi hanno sempre suscitato un certo fascino perché mostrano un’immagine che sembra reale ma non lo è. Per molte culture antiche il riflesso non era semplicemente un’immagine, ma una manifestazione dell’anima, del doppio o dell’essenza spirituale della persona. La morte, che rappresenta il passaggio tra due mondi, rendeva quindi lo specchio un oggetto particolarmente delicato e carico di significati simbolici.
Oggi la maggior parte delle persone non teme più che un’anima possa restare intrappolata in uno specchio. Eppure, questa antica tradizione continua ad affascinare perché riflette un bisogno universale: dare un significato a uno dei momenti più misteriosi dell’esistenza umana.



