Articolo a cura di Roberto Orsi
Il 29 giugno 1440 le pianure toscane sotto il borgo di Anghiari si trasformarono nel teatro di uno scontro brutale e decisivo per i destini geopolitici dell’Italia rinascimentale. Quel giorno le truppe della coalizione guidata dalla Repubblica di Firenze, alleata con il Papa e Venezia, riuscirono a respingere l’attacco a sorpresa dell’esercito del Ducato di Milano, guidato dal temibile capitano di ventura Niccolò Piccinino.
Fu un corpo a corpo furioso, durato quattro ore e avvolto da una nube di polvere accecante, che consolidò definitivamente l’egemonia fiorentina nell’Italia centrale. Sebbene Niccolò Machiavelli abbia in seguito ironizzato sull’evento nelle sue storie, i registri d’epoca confermano la violenza di una battaglia che lasciò sul campo centinaia di vittime. Ma se oggi il nome di Anghiari risuona ancora nei secoli, lo si deve a un’altra sfida, altrettanto feroce, combattuta sessant’anni dopo a colpi di pennello dentro Palazzo Vecchio.

Nel 1504, il governo di Firenze decise di celebrare quella storica vittoria patria commissionando un affresco monumentale per il Salone dei Cinquecento a Leonardo da Vinci. Per rendere l’impresa ancora più competitiva, la parete opposta venne affidata al giovane e rampante rivale di Leonardo, Michelangelo Buonarroti, creando una rivalità artistica senza precedenti.
Leonardo scelse di immortalare il momento più drammatico e ravvicinato dello scontro, la lotta per lo stendardo. Concepì un groviglio furioso di cavalieri, cavalli che si mordevano tra loro e volti deformati dall’odio, nel tentativo di rappresentare quella che lui stesso definiva la pazzia bestialissima della guerra.
Il genio di Leonardo, tuttavia, si scontrò con la sua cronica insofferenza per la tecnica del classico affresco, che richiedeva troppa rapidità e non permetteva ripensamenti. Volendo sperimentare, decise di riesumare l’antica tecnica romana dell’encausto, legando i colori con cera e sostanze grasse direttamente sulla parete. Per far asciugare e fissare quel colore così denso, fece accendere dei giganteschi bracieri ai piedi del muro. Il calore, però, non riuscì a raggiungere la parte superiore dell’enorme superficie e il dramma si consumò sotto i suoi occhi, i colori iniziarono a colare e i volti dei cavalieri a sciogliersi. Devastato dal fallimento chimico, Leonardo abbandonò l’opera incompiuta.

Nonostante il disastro, la parte inferiore del dipinto rimase visibile per decenni, diventando una meta di pellegrinaggio per artisti di tutta Europa, che ne trassero copie memorabili prima che la stanza venisse ristrutturata. Verso la metà del Cinquecento, Giorgio Vasari ricevette l’incarico di rinnovare il Salone e coprire tutto con i suoi dipinti. Vasari, che idolatrava Leonardo, scelse di non distruggere il capolavoro, ma di proteggerlo. Indagini tecnologiche recenti hanno infatti individuato un’intercapedine millimetrica dietro il muro vasariano, proprio nel punto in cui l’artista dipinse una bandiera verde con una scritta minuscola che suona come un indizio per i posteri, cerca trova. La Battaglia di Anghiari potrebbe essere ancora lì, custode di un segreto medievale e fantasma del più grande quadro mai perduto della storia.


