Usi e costumi Viaggio nella storia

La notte di San Giovanni e le sue magie: il nocino ‘stregato’

Articolo a cura di Concetta Di Lorenzo

    Nelle tradizioni italiane tante cose si fanno la notte della vigilia di San Giovanni, cose che hanno sapore di magie antiche, di miti diventati leggende, di gestualità diventati riti, sacri o profani, di storie ancora da raccontare.

Una cosa in particolare riguarda anche il palato ed è molto gustoso sia per gli uomini che per le donne: il nocino (nocillo in Campania), lo squisito liquore digestivo che si ottiene dalla macerazione dei malli di noci ancora acerbe. Ma attenzione: per ottenere un buon nocino bisogna seguire delle usanze molto antiche, ancora ben radicate nelle nostre culture regionali.

    A preparare il nocino devono essere obbligatoriamente le donne, che la vigilia di San Giovanni raccolgono 24 noci acerbe, una per ogni giorno di giugno fino al giorno della festa, le spezzettano grossolanamente e le mettono a macerare in un litro di alcool per venti giorni, insieme a spezie quali cannella, chiodi di garofano, corteccia di china, buccia di limone.

Dopo questa prima macerazione si aggiungono zucchero e acqua e si lascia macerare il tutto per altri venti giorni. A macerazione conclusa, si filtra e si fa riposare il nocino per un mese intero prima di consumarlo.

     Ora, per capire da dove provengono queste usanze, dobbiamo scavare nei secoli fino ad arrivare a un momento in cui cristianesimo e paganesimo si incontrano e si scontrano, cercando di sovrapporsi l’uno all’altro, dando origine a un mito diventato poi tradizione e infine usanza seguita ancora oggi.

    Si tramanda infatti che la notte di San Giovanni, la dea Diana guidasse le sue sacerdotesse, le dianarae, custodi dei culti dedicata alla caccia, alla natura e alla luna, sotto un grande noce a Benevento per onorare la Grande Madre. Il noce era infatti consacrato alla Grande Madre (la dea Cibele) e simboleggiava l’abbondanza e la rigenerazione della vita. I suoi frutti erano invece sacri a Giove e nell’antica Roma venivano gettati a fini propiziatori sui novelli sposi, come noi oggi facciamo con il riso.

   Ebbene, da ‘dianarae’ a ‘janare’(streghe) il passo è molto breve. Anche queste malefiche figure della tradizione campana si radunavano “sott’acqua e sotto viento e sotto ogni maletiempo” sotto il noce di Benevento la notte di San Giovanni, per celebrare i loro sabba demoniaci.

   E così attraverso i secoli, le dianarae sono diventate janare e le janare sono oggi le donne, sempre un po’ streghe, che raccolgono le noci per un ottimo nocino, ma alquanto ‘stregato’.

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