Biblioteche antiche nel mondo Viaggio nella storia

La biblioteca in attività più antica al mondo: la Capitolare di Verona

Articolo a cura di Paola Milli

Le origini e il Medioevo

Nel cuore di Verona, a pochi passi dal Duomo, esiste un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, pur continuando a scorrere ininterrottamente da oltre quindici secoli. È la Biblioteca Capitolare, ufficialmente riconosciuta come la biblioteca ancora in attività più antica del mondo. Un tesoro che ha superato invasioni barbariche, pestilenze, alluvioni e bombardamenti, rimanendo un faro di cultura per l’intera civiltà occidentale.

Le radici della Capitolare affondano nel V secolo d.C., quando nacque come scriptorium, centro di produzione libraria per la formazione del clero. Sebbene le sue origini siano probabilmente legate alla figura di san Zeno, vescovo di Verona dal 362 alla morte avvenuta il 12 aprile di un anno incerto tra il 372 e il 380, la data di nascita ufficiale della biblioteca è fissata al 1° agosto 517.

A certificarlo è il celebre Codice di Ursicino che contiene la Vita di San Martino di Tours di Sulpicio Severo e la Vita di San Paolo l’Eremita di San Girolamo e rappresenta la prova storica che lo scriptorium a quella data esisteva già. Il copista scrisse in fondo al codice di pergamena diverse informazioni sul manoscritto: il nome di chi aveva trascritto l’opera, Ursicinus, il luogo, ossia Verona, e la data, le calende di agosto dell’anno di consolato di Agapito, cioè il 1° agosto del 517.

Tuttavia, è molto probabile che lo scriptorium, dove i sacerdoti del Capitolo dei Canonici della Cattedrale di Verona ricopiavano i testi, fosse già attivo nel secolo precedente. La Biblioteca Capitolare infatti custodisce codici prodotti prima di quello di Ursicino come la copia più antica del De Civitate Dei di Sant’Agostino e le Institutiones di Gaio, entrambe scritte nel V secolo. Queste ultime rappresentano l’unico testo superstite al mondo di giurisprudenza romana classica pervenutoci senza manomissioni e rielaborazioni successive.

Nel IX secolo, figura leggendaria per la Capitolare fu l’Arcidiacono Pacifico, architetto, astronomo e inventore. Sotto la sua guida, lo scriptorium raggiunse vette altissime di produzione libraria. La collezione di codici fu in seguito arricchita con testi classici rari da Raterio, vescovo di Verona e colto studioso, nel X secolo.

Essendo la città una tappa obbligata lungo la via del Brennero per chi scendeva verso Roma, la Capitolare ricevette omaggi e visite da papi e monarchi. I sovrani carolingi, compreso Carlo Magno, la sostennero riconoscendone l’importanza educativa per l’Impero e, nel corso dei secoli, molti pontefici si fermarono a visitarne le collezioni, considerandola una filiale d’eccellenza della Biblioteca Vaticana.

Durante il Medioevo, la fama della Capitolare crebbe a tal punto da attirare le menti più brillanti dell’epoca. Durante il suo esilio veronese come ospite degli Scaligeri, Dante Alighieri la frequentò assiduamente per le sue ricerche soprattutto in occasione della stesura del De Vulgari Eloquentia. Fu proprio nella vicina chiesetta di Sant’Elena, parte del complesso capitolare, che il Sommo Poeta pronunciò nel 1320 la sua celebre Quaestio de Aqua et Terra.

Un altro illustre frequentatore fu Francesco Petrarca che, nel 1345, tra gli scaffali della biblioteca, fece una scoperta destinata a cambiare la storia dell’Umanesimo: ritrovò il manoscritto delle 396 Epistolae ad Atticum di Cicerone, restituendo al mondo un’immagine intima e privata del grande oratore romano.

Napoleone e la Capitolare

ll rapporto tra Napoleone Bonaparte e la Biblioteca Capitolare di Verona rappresenta uno dei momenti più drammatici e, paradossalmente, “gloriosi” – per la fama internazionale che ne derivò – della storia dell’istituto. Purtroppo non fu una semplice visita, ma una vera e propria spoliazione sistematica.

Quando le truppe napoleoniche entrarono a Verona, non cercavano solo vettovaglie e posizioni strategiche. Napoleone era accompagnato da una commissione di scienziati e letterati – tra cui il celebre matematico Gaspard Monge – incaricati di selezionare le opere d’arte e i libri più preziosi da inviare a Parigi per arricchire il nascente Muséum National, l’attuale Louvre, e la Bibliothèque Nationale.

Nel maggio del 1797, i commissari francesi visitarono la Capitolare e, con precisione chirurgica, selezionarono i pezzi migliori. Vennero scelti i codici più antichi e decorati. Tra questi, il celebre De Civitate Dei di Sant’Agostino del V secolo e preziosi frammenti di Virgilio. I canonici furono costretti a consegnare i tesori sotto la minaccia delle armi, anche se riuscirono a nasconderne qualcuno in mezzo a scartoffie senza valore o sotto cumuli di polvere nelle soffitte. I libri furono imballati in casse di legno e spediti verso la Francia via mare o su carri.

Si racconta che Napoleone in persona visitò la biblioteca. Sebbene fosse un uomo di guerra, era consapevole dell’immenso valore simbolico di quei testi. Portare i codici di Verona a Parigi significava, per lui, trasferire il baricentro della civiltà universale dall’Italia alla Francia rivoluzionaria.

Dopo la caduta di Napoleone a Waterloo, il Congresso di Vienna stabilì la restituzione delle opere d’arte saccheggiate. Il grande scultore Antonio Canova fu incaricato dal Papa di recuperare i tesori italiani a Parigi. Grazie alla sua mediazione e alla determinazione dei Veronesi, la maggior parte dei codici tornò a casa nel 1816. Non tutto, però, tornò indietro. Alcuni manoscritti rimasero in Francia o perché “smarriti” o perché i Francesi riuscirono a nasconderli.

Ancora oggi, alla Biblioteca Nazionale di Francia si conservano alcuni libri che originariamente appartenevano alla Capitolare.

Il XIX secolo: Barthold Georg Niebuhr e Theodor Mommsen 

Nell’Ottocento, la biblioteca divenne una meta fondamentale per i pionieri del diritto e della storia, attirati dai tesori nascosti.

Barthold Georg Niebuhr, storico e filologo prussiano, nel 1816 scoprì le Institutiones di Gaio in un codice palinsesto, ossia un manoscritto il cui testo originale era stato raschiato per permettere la stesura di un nuovo contenuto sullo stesso supporto. Esaminò il Codex XV e, utilizzando dei reagenti chimici – una pratica allora comune ma oggi discussa perché rischiava di danneggiare il reperto – riuscì a leggere le righe inferiori, identificando l’opera di Gaio.

Qualche decennio dopo, un altro studioso fu particolarmente importante per la Biblioteca Capitolare: Theodor Mommsen, Premio Nobel per la letteratura nel 1902 e gigante della storiografia moderna. Le sue ricerche segnarono il passaggio dalla vecchia erudizione settecentesca alla moderna scienza storica.

Sebbene i frammenti fossero stati individuati decenni prima da Karl Blume, fu Mommsen a pubblicare nel 1868 la prima edizione completa e scientifica dei frammenti dei libri III-VI di Ab Urbe condita di Tito Livio contenuti nel Codex XL, un palinsesto del V secolo. Mommsen dimostrò che il testo rappresentava una tradizione indipendente e più antica rispetto a tutti gli altri manoscritti medievali allora conosciuti, la cosiddetta famiglia nicomachea. Grazie al suo lavoro, il testo di Livio che leggiamo oggi è molto più accurato.

Lo studioso tedesco diede un contributo fondamentale anche allo studio del Laterculus Veronensis, un prezioso documento del IV secolo contenuto nel Codex II che elenca le province dell’Impero romano. Ne pubblicò la prima vera edizione critica nel 1863 e una definitiva nel 1892. Questo elenco è la fonte principale per capire come Diocleziano e Costantino riorganizzarono l’Impero, dividendo le vecchie province in unità più piccole. Se oggi conosciamo i confini amministrativi del tardo Impero, lo dobbiamo in gran parte allo studio di Mommsen su questo codice veronese.

Nel 1867, Mommsen trascorse diversi mesi nella città scaligera per censire le epigrafi romane del territorio. A differenza di altri studiosi che si fidavano di copie precedenti, egli volle esaminare personalmente ogni pietra e ogni manoscritto che riportava iscrizioni. Alla Capitolare studiò i manoscritti di antichi eruditi – come il celebre Scipione Maffei – per distinguere le iscrizioni autentiche da quelle false che erano state inventate nei secoli precedenti per gloria locale. A Verona strinse forti legami con intellettuali come Carlo Cipolla e Giovan Gerolamo Orti Manara. Il suo arrivo portò i metodi della filologia tedesca influenzando un’intera generazione di storici veronesi che iniziarono a guardare ai tesori della Capitolare non più solo come reliquie, ma come testi utili a ricostruire la storia universale e quei codici divennero la base della moderna storia di Roma.

La Biblioteca Capitolare dal Novecento ad oggi

Nel 1882, una terribile inondazione dell’Adige sommerse la biblioteca: i bibliotecari riuscirono a salvare i codici lanciandoli verso i ripiani più alti, ma molti volumi rimasero nel fango per giorni e vennero in seguito asciugati con stufe e grande cura.

Il colpo più duro arrivò però il 4 gennaio 1945, quando un bombardamento alleato rase al suolo il salone monumentale. Fortunatamente, i manoscritti più preziosi erano stati precedentemente messi in salvo dal Prefetto di allora, monsignor Giuseppe Turrini, che li aveva nascosti a Erbezzo, in Lessinia, e in una intercapedine segreta nel Duomo. Il salone fu ricostruito in tempi record e riaperto nel 1948.

Oggi la Biblioteca Capitolare non è più solo un archivio per studiosi, ma una Fondazione che si apre al pubblico con visite guidate, mostre ed eventi. Sotto la guida del Prefetto monsignor Bruno Fasani, l’istituzione sta affrontando la sfida della digitalizzazione, continuando a essere un ponte tra la saggezza del passato e le generazioni del futuro.

Una curiosità: l’indovinello veronese

L’indovinello veronese è uno dei testi più affascinanti e celebri della storia della lingua italiana. Scoperto nel 1924 dal paleografo Luigi Schiaparelli tra le pagine di un codice della Biblioteca Capitolare, rappresenta l’anello di congiunzione tra il latino e il volgare.

Il testo fu scritto da un amanuense tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo come una “prova di penna” al margine di un libro di preghiere, l’Orazionale Mozarabico.

Il testo originale è Se pareba boves, alba pratalia araba / et albo versorio teneba, et negro semen seminaba, tradotto Spingeva avanti i buoi, arava bianchi prati / e teneva un bianco aratro, e seminava un nero seme. A prima vista sembra una descrizione del lavoro nei campi, ma è in realtà un’arguta metafora dell’atto di scrivere. Per secoli il suo significato rimase oscuro, finché nel 1924 una studentessa, Liana Calza, ne intuì la soluzione: i buoi sono le dita della mano che guidano la penna; i bianchi prati sono le pagine bianche della pergamena; il bianco aratro è la penna d’oca che serviva per scrivere; il nero seme è l’inchiostro che germoglia in parole sulla carta.

L’indovinello veronese è considerato l’atto di nascita ufficioso della lingua italiana. Non è più latino ma non è ancora italiano moderno. L’amanuense stava scrivendo in latino, ma il suo parlato quotidiano, il volgare veronese, influenzava la sua scrittura. La parola versorio per indicare l’aratro è tipica ancora oggi dei dialetti veneti. Questo conferma che chi scrisse il breve testo era proprio un veronese.

Spesso si discute se sia questo o il Placito capuano – scritto nel 960 d.C. – il primo documento in italiano. Il Placito è considerato il primo documento ufficiale, mentre l’indovinello è la prima testimonianza letteraria e spontanea.

Subito dopo l’indovinello, lo stesso autore scrisse una breve formula in latino perfetto: Gratias tibi agimus omnip(oten)s sempiterne d(eu)s. Questo dimostra che il copista sapeva scrivere bene in latino, ma scelse volontariamente di usare una lingua diversa per il suo scherzo poetico.

Oggi il manoscritto originale, il Codex LXXXIX, è ancora custodito nella Biblioteca Capitolare e viene mostrato durante le visite guidate come il gioiello più prezioso della collezione.

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