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Virginia Woolf: la malattia, la Seconda Guerra Mondiale, il suicidio

Articolo a cura di Laura Pitzalis

Adeline Virginia Woolf, nata Stephen, si tolse la vita nel 1941 a causa di una profonda depressione e della paura di una ricaduta nella malattia mentale, esasperata dalla guerra e dalle sue crescenti difficoltà a controllare i propri pensieri. Si suicidò annegandosi nel fiume Ouse, dopo aver lasciato due lettere d’addio alle persone a lei più care, la sorella Vanessa e il marito Leonard Woolf, in cui scrisse di non sentirsi in grado di affrontare un’altra crisi e di non vedere via d’uscita. La sua decisione fu anche influenzata dal suo desiderio di non essere un peso per gli altri, in particolare per il marito, che l’aveva sempre sostenuta.

la malattia

La depressione di Virginia Woolf era un problema che la tormentava da tempo, con periodi di crisi acute e periodi di relativa stabilità.

Crebbe in un ambiente vittoriano, che disprezzava intensamente, sempre insieme e in accordo con la  sorella Vanessa:

Eravamo per natura esploratrici, rivoluzionarie, riformiste, ma l’ambiente che ci circondava era almeno 50 anni indietro”.

Entrambe, come riferisce nel racconto autobiografico “Momenti di essere e altri racconti”, furono abusate sessualmente da parte dei fratellastri George e Gerald Duckworth, nati dal precedente matrimonio della madre, aspetto, questo, che inciderà sui suoi frequenti e violenti esaurimenti nervosi, sulle sue crisi maniaco-depressive e sul suo difficile rapporto intimo con gli uomini. Crisi che appaiono per la prima volta dopo la morte della madre, lei aveva solo tredici anni, e si aggravarono con la morte della sorellastra Stella, del padre e del fratello Thoby.

Periodi di forte eccitazione si alternavano a periodi di depressione acuta, soffriva d’insonnia e aveva delle emicranie debilitanti rendendola incapace di alzarsi, di lavorare o di prendersi cura di sé stessa.

Nel 1913, per un periodo di tre anni, entrò in una casa di cura ma ciò peggiorò i problemi, essendo l’alimentazione forzata e l’isolamento da quelli che lei amava l’ultima cosa di cui aveva bisogno: veniva messa in una stanza buia a bere latte e mangiare grasso animale, senza poter parlare, leggere e scrivere. Tentò il suicidio per mezzo di droghe, ingerì cento grammi di veronal, e venne curata con dosi eccessive di tranquillanti e con la cura del sonno che all’epoca andava molto di moda.

Questo periodo segnò un punto di svolta nella sua vita e i suoi tratti caratteriali, insieme al suo disturbo di personalità, segnarono anche il suostile letterario.

Erauno stilechevoleva rompere con gli schemi narrativi dell’epoca, uno stile più moderno che stava già prendendo piede in altre parti del mondo e che già annoverava tra i suoi scrittori James Joyce, Italo Svevo e Marcel Proust: la soggettività, l’interiorità e la psicologia  del personaggio diventa il focus. Viene quindi stravolta la forma tradizionale della trama e i discorsi diretti lasciano il loro spazio ad un lungo e riflessivo monologo interiore del personaggio: si esprimeva cosa c’era nelle loro menti, un metodo che è diventato noto come flusso di coscienza, dove i pensieri, le emozioni, i ricordi acquistano un ruolo predominante.

La Woolf percorse molti temi tipici del romanzo modernista quali ansia, crisi e difficoltà di comunicazione, ma trattò anche temi molto vicini a lei come la solitudine, la distinzione tra sogno e realtà, la malattia mentale e i pregiudizi nei confronti delle donne che impedivano loro di esprimere la propria identità.

Si manifestava nei personaggi delle sue opere, che trapelano depressione e scetticismo, e nei quali le idee suicide e la paura della gente sono ricorrenti. Virginia era terrorizzata dalla solitudine, era molto autocritica e spesso si sentiva invasa dal senso di colpa.

Alcuni medici che la ebbero in cura attribuirono i suoi problemi di salute alla scrittura, suggerendole addirittura di abbandonarla, visto che gli episodi peggiori, che nel suo diario definiva «l’onda» e «l’orrore», avvenivano dopo un grande sforzo letterario. Per fortuna non lo fece.

LA GUERRA E IL SUICIDIO

Nel 1940, mentre pubblicava la sua ultima opera, Tra un atto e l’altro e la Gran Bretagna sotto i bombardamenti tedeschi, era ormai vittima di crisi depressive sempre più violente e incalzanti. Lei dichiaratamente antinazista e il marito Leonard  di origine ebraica non erano consapevoli che i loro nomi si trovavano nelle liste di intellettuali da eliminare redatte dagli scrupolosi carnefici a servizio di Himmler, ma erano sicuri di essere in pericolo se l’isola fosse stata invasa da loro. Li avevano visti da vicino, durante un viaggio in auto attraverso la Germania, ricordavano le scritte contro gli ebrei e la massa in camicia bruna radunata in attesa di Hermann Göring.

Avevano lasciato Londra in seguito ai pesanti bombardamenti del settembre del 1940, e si erano rifugiati in campagna nel Sussex, poco lontano da Brighton. Insieme avevano preso in considerazione, come ultimo gesto di libertà, l’ipotesi del suicidio pianificandolo nei dettagli, progettando, nel caso l’Inghilterra fosse caduta nelle mani dei Nazisti, di suicidarsi nel garage aspirando i gas del tubo di scarico dell’automobile. Oltre a ciò, Leonard teneva sottochiave una fiala con una dose letale di morfina fornitagli da Adrian, il fratello psichiatra di Virginia.

In una lettera scritta nel gennaio 1941, Virginia Woolf esprimeva così il proprio scoraggiamento aspettando l’invasione tedesca che si temeva imminente:

Non posso fare a meno di sperare che venga. È questa attesa come se fossi nella sala d’aspetto del dentista che odio”.

Lei detesta la guerra e tutti i simboli che alla guerra si legano e che portano insegne squisitamente maschili. Confessa di temerla, di odiare quella macchina di morte, che è tanto materiale quanto irreale, un paradosso della storia scritta al maschile: “uomini prepotenti che non possono contrastare le loro stesse peculiarità, i loro attributi virili e trascinano tutti nella assurda spirale di violenza e morte”.

Nel suo saggio “Le tre ghinee” la Woolf esprime l’idea che all’origine della guerra, e quindi della violenza, vi sia lo stesso meccanismo di base che produce il patriarcato e il fascismo per cui l’uomo è protagonista della vita pubblica e politica, mentre la donna è relegata alla sfera privata e familiare in un contesto di perenne alienazione.

Combattere è sempre stato un’abitudine dell’uomo, non della donna. (…) Come possiamo comprendere un problema che è solo vostro, e, quindi, come rispondere alla domanda, in che modo prevenire la guerra? Non avrebbe senso rispondere, basandoci sulla nostra esperienza e sulla nostra psicologia: che bisogno c’è di combattere? È chiaro che dal combattimento voi traete un’esaltazione, la soddisfazione di un bisogno, che a noi sono sempre rimaste estranee.

Gli inglesi erano bombardati costantemente dai tedeschi e questa situazione, accompagnata alla tensione provocata da questo stillicidio continuo, creò una tempesta perfetta che la vinse. Quelli della battaglia aerea, infatti, sono mesi di ansia costante, di attesa per i radiogiornali della Bbc o di notizie da parte della vasta rete di relazioni che costituiva il loro mondo. Non dormiva, non mangiava e cominciava ad avere le allucinazioni.

La Woolf temeva di perdere il controllo sulla sua mente e di ricadere in uno stato di psicosi, una paura che le fece prendere una decisione tanto coraggiosa quanto razionale e crudele.

Il 28 marzo del 1941 chiude a chiave il cancello del giardino, come se volesse allontanarsi per sempre, e si incammina verso il fiume Ouse, che scorre vicino alla sua casa di campagna, e sulla riva lascia il suo cappello e il suo bastone. È una brava nuotatrice e sa bene che l’istinto, quando si sta per annegare, spinge una persona a salvarsi. Con un capotto pesante e le tasche piene di pietre, entra lentamente in acqua e sparisce nelle acque scure che tante volte erano state descritte nei suoi romanzi.

Aveva 59 anni.

Nell’ultima lettera al marito scrive:

Carissimo,

sono certa che sto per impazzire di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non mi riprenderò. Comincio a sentire le voci e non riesco a concentrarmi. […] So che sto rovinando la tua vita, che senza di me potresti lavorare. E lo farai, io lo so. […] Quello che voglio dire è che devo a te tutta la felicità della mia vita.

Per molti giorni Virginia era scomparsa, “missing”scrissero i giornali. Il corpo fu ritrovato il 18 aprile per caso da un gruppo di ragazzi in gita sul fiume. Furono loro ad avvistare quello che credettero un tronco trascinato dalla corrente. L’orologio al polso di Virginia Woolf era fermo alle 11.45, l’ora in cui si era abbandonata nel fiume, diversi giorni prima.

Leonard fece cremare i resti e ne sparse le ceneri nel giardino della loro casa di Monk’s House.

Che il togliersi la vita possa essere visto come un atto estremo di comunicazione, un tentativo di esprimere il dolore e la disperazione che si provano è espresso in modo evidente nelle sue opere in particolare nel romanzo “La signora Dalloway”.

Il suicidio di Virginia Woolf è diventato un simbolo della fragilità umana di fronte alle avversità e alla guerra e un tragico esempio di come la malattia mentale possa portare alla disperazione. Non solo, è anche un segno della sua profonda sensibilità e del suo desiderio di liberazione da una realtà che percepiva come opprimente.

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