Recensione a cura di Laura Pitzalis
“La città che non c’è“, (Feltrinelli, traduzione di Silvia Pozzi), è un romanzo di Yu Hua, uno degli scrittori cinesi contemporanei più apprezzati. È ambientato negli ultimi anni della dinastia Qing, agli inizi del Novecento, un periodo particolarmente caotico e violento della storia cinese.
Avvincente e ricco di storia e di umanità, il romanzo offre uno spaccato di un Paese che si affaccia alla modernità, soffermandosi soprattutto sulla vita dei centri rurali lontani dalle grandi città. Yu Hua racconta sia il volto più duro di quel periodo storico, segnato da conflitti interni e dal feroce brigantaggio, sia la quotidianità dei villaggi e delle piccole città, dove tutti si conoscono e un sorriso, incrociandosi per strada, è già un saluto.
Al centro della storia c’è il viaggio intrapreso da Lin Xiangfu insieme alla sua bambina, Lin Baijia. Un viaggio per amore, un viaggio nato dal desiderio di ritrovare una moglie e una madre, Xiaomei, andata via senza una spiegazione. La cerca di città in città, inseguendo il ricordo di Wencheng, il luogo da cui lei diceva di provenire. Ma nessuno sembra conoscere questa città misteriosa, che forse non è mai esistita. Alla fine, si stabilisce a Xizhen, dove il destino lo porterà a costruire una nuova vita senza mai rinunciare alla speranza di ritrovare Xiaomei.

Secondo lui quel posto era molto simile a Wencheng, per come l’aveva descritta Qiang. Più di una volta aveva chiesto alla gente. “Questa è Wencheng?” “Qui siamo a Xizhen”, gli rispondevano puntualmente. “Dove si trova Wencheng?” In risposta, riceveva sguardi perplessi e scrollate di testa. Lì nessuno conosceva Wencheng.
A questo punto si potrebbe pensare a una semplice storia di ricerca e sopravvivenza. In realtà è molto di più. È un romanzo che riflette sul destino, sui rapporti umani e sulla capacità dell’amore di spingerci oltre i nostri limiti. Racconta la fragilità delle relazioni e, allo stesso tempo, la forza con cui gli esseri umani continuano a sperare, attraversando tutte le sfumature della gioia e del dolore.
Lin Xiangfu è un uomo capace di sopportare le avversità, ma profondamente passivo. Accetta la solitudine e perfino il tradimento della moglie senza quasi mai ribellarsi. Raramente afferma i propri desideri o affronta chi gli fa del male. È profondamente umano, ingenuo, sempre fiducioso: quando ama, lo fa senza riserve e quando ripone la propria fiducia in qualcuno lo fa ciecamente, aggrappandosi ai rituali e alle tradizioni che gli hanno insegnato. Yu Hua non lo presenta come una vittima del destino, ma come un uomo comune travolto da forze più grandi di lui, che sopravvive perché resiste e non perché trionfa.

[…] Era risaputo che fosse un uomo ricco, ma il suo passato rimaneva avvolto nel mistero.[…] Secondo i più, era arrivato durante la grande nevicata, diciassette anni prima. Era apparso sotto la neve che fioccava con una bambina di nemmeno un anno sul petto. Avanzava a fatica nella bufera come un goffo orso polare […] Un uomo coperto di neve, con il viso nascosto dalla barba e dai capelli troppo lunghi, umile come un salice piangente e silenzioso come i campi: questa era l’impressione iniziale che Lin Xiangfu aveva dato alla gente di Xizhen.
Lo stile narrativo di Yu Hua si distingue per frasi brevi e semplici, ma di grande intensità emotiva. La narrazione assume spesso toni onirici, con eventi che sembrano sospesi nel tempo, in cui la realtà si intreccia con sfumature mitiche. È una scrittura profondamente sensoriale: odori, sensazioni tattili e suoni, soprattutto quelli del telaio, dei passi e delle tempeste, permeano il testo.
Le ragazze si lavavano i piedi nel canale, poi si infilavano gli zoccoli e camminavano sul lastricato facendo lo stesso suono che faceva Xiaomei quando girava per casa, lassù nel Nord. Xiaomei diceva che somigliava a quello dello xilofono.
Ho apprezzato molto la capacità di Yu Hua di raccontare la realtà con grande sincerità, anche quando è crudele e dolorosa, senza per questo rinunciare a emozionarmi. Ciò non toglie che le pagine dedicate ai briganti, alle loro scorrerie, ai rapimenti e alle torture siano state, per me, le più difficili da affrontare. Le descrizioni della violenza, delle mutilazioni e del sangue sono così dettagliate e realistiche che, in alcuni momenti, ho perfino pensato di interrompere la lettura. Non perché le abbia trovate gratuite, ma perché la loro forza narrativa riesce a trasmettere tutta la ferocia di quel mondo. È proprio questa capacità di raccontare senza attenuare la brutalità della realtà a rendere il romanzo autentico e coinvolgente. È anche questo che mi ha impedito di interrompere la lettura, nonostante il disagio che quelle pagine mi hanno provocato.
La narrazione è divisa in due parti, ciascuna delle quali racconta gli stessi eventi da una prospettiva diversa. La prima segue Lin Xiangfu; la seconda dà voce a Xiaomei. È proprio quest’ultima, intensa e commovente, a colmare molti dei vuoti lasciati dalla prima parte, permettendo di comprendere le ragioni delle sue scelte e chiudendo perfettamente il cerchio della storia.

Non c’è un grande mistero a sorreggere la trama, ma un mistero più intimo e profondamente umano: il dolore di non sapere che fine abbia fatto la persona amata dopo che le loro strade si sono divise. Pur separati dal tempo e dalle circostanze, Lin Xiangfu e Xiaomei trascorrono la vita a desiderare ciò che non potranno mai avere. La loro figlia diventa il simbolo di ciò che hanno perduto: per lui rappresenta il legame con la donna che non ha mai smesso di amare e alimenta la speranza, forse illusoria, di ritrovarla; per lei incarna quella vita familiare, serena e convenzionale, a cui ha rinunciato inseguendo il suo primo amore.
Accanto alla vicenda di Lin Xiangfu prendono forma le storie di molte delle persone che incrociano il suo cammino. Ognuna ha un passato, un carattere e una dignità narrativa propri.Anche i personaggi secondari sono costruiti con tale attenzione da suscitare empatia, indipendentemente dai loro difetti. Tra quelli che restano maggiormente impressi ci sono i fratelli della famiglia Tian, la famiglia di Chen Yongliang, la prostituta Cuiping, Gu Yimin, presidente della Gilda dei mercanti, il bandito Shang, il barcaiolo Zeng Wanfu e le neo mamme del villaggio di Xizhen, che hanno allattato la neonata Lin Baijia.
Tutte le donne che all’epoca allattavano avevano avuto a che fare con lui e tutte conservavano il ricordo del giovane Lin Xiangfu che appariva sulla porta quando i loro figli piangevano per la fame. Bussava con le unghie: un ticchettio, silenzio, un altro ticchettio. Entrava stremato e tendeva la mano destra con una moneta di rame sul palmo. “Vi prego, date un po’ di latte alla mia bambina,” diceva con voce roca e due occhi tristi indimenticabili. Aveva le labbra screpolate come bucce di patata e i segni rosso scuro dei geloni sulle mani. Se ne stava impalato con l’aria assente in mezzo alla stanza, come se fosse altrove. Davanti a una tazza d’acqua calda, tornava in sé e rivolgeva uno sguardo grato.
Per questo motivo Lin Xiangfu ha dato alla figlia il nome Baijia, che letteralmente significa “Centofamiglie“: “ha succhiato il latte da chiunque”.
Non è stata una lettura sempre facile. Alcuni passaggi mi sono sembrati un po’ lenti e ripetitivi e le pagine più brutali sono state, per me, difficili da affrontare. Eppure, una volta chiuso il libro, ciò che mi è rimasto è stata una sensazione di pace, come quando, dopo una violenta tempesta, il cielo si apre e compare un arcobaleno. È proprio questa emozione finale che mi porta a consigliarne la lettura.
PRO
Un grande affresco corale della Cina rurale degli inizi del Novecento, in cui le vicende dei singoli personaggi si intrecciano con la storia del Paese.
Una narrazione ricca di dettagli, a tratti dura e scomoda, ma capace di coinvolgere profondamente.
CONTRO
Le pagine dedicate agli sconvolgimenti sociali e politici e ai briganti, caratterizzate da scene crude e violente, sono tra le più dure del romanzo. Le descrizioni, estremamente dettagliate e realistiche, possono risultare forti e turbare i lettori più sensibili.

SINOSSI
Un uomo del Nord umile come un salice e silenzioso come i campi approda dopo mille peripezie in una città del Sud sotto una bufera di neve. Ha una neonata al collo: cerca la madre della bambina e una città che non c’è. Ma questa non è soltanto la sua storia. È l’inizio del Novecento. L’impero millenario è in ginocchio. La Cina, dilaniata da lotte intestine, eserciti allo sbando e scorrerie di briganti, comincia il viaggio verso una modernità ancora lontana, che intanto ha acceso le prime luci elettriche a Shanghai. Questa è una storia di mestieri scomparsi, antiche usanze e torture feroci. È una storia di violenze gratuite, amori ingenui e amicizie profonde. Ed è soprattutto una storia di storie: l’indovino cieco con la Mauser, la puttana in cima a una scala cigolante che odora di pesce, il manipolo di soldati agguerriti senza un orecchio, il ragazzo venduto come schiavo che piange nella stiva di una nave in rotta verso l’Australia. Yu Hua racconta un’epopea inesorabile come il tempo, affinché nessuno dei suoi personaggi venga dimenticato.



