Curiosità

Sapete come si gestiva il dolore prima dell’invenzione dell’anestesia?

Lo sforzo dell’uomo per lenire o eliminare il dolore è presente da sempre. Paradossalmente si potrebbe sostenere che il primo paziente a essere anestetizzato fu Adamo per consentire che da una delle sue costole nascesse Eva. Si legge infatti nella Genesi: “Allora il Signore Dio fece cadere un sonno profondo sull’uomo che si addormentò; prese una delle sue costole e richiuse la carne al suo posto”.

In Mesopotamia, venivano adottati metodi drastici, come colpi alla testa o un pugno alla mandibola per rendere il malato incosciente e, quindi, insensibile al dolore. Gli Assiri, in particolare, esercitavano una forte compressione sulle carotidi. Un’altra tecnica simile consisteva nel legare strettamente un arto per ridurne la sensibilità.

Più raffinati erano gli Egizi che avevano intuito l’importanza del freddo per rallentare la circolazione del sangue e, di conseguenza, diminuire la sensibilità al dolore. Usavano impacchi di acqua fredda e, quando era possibile, la rara neve delle montagne, conservandola in pozzi appositi.

Non solo, conoscevano la “pietra di Melfi”, una roccia ricca di silicati che se strofinata sulle parti del corpo che dovevano essere tagliate o cauterizzate, riusciva ad intorpidirle senza causare danni.

Nell’Antica Grecia, grazie a Ippocrate, considerato il padre della medicina, si utilizzava l’oppio e la mandragora, una pianta che verrà adottata in seguito anche dai Romani.

Fu, infatti, Dioscoride, botanico e medico greco vissuto nella Roma imperiale durante l’impero di Nerone, a coniare il termine “anaisthesia”, mancanza di sensazioni, per descrivere gli effetti narcotici della mandragora. Fu lui che inventò la famosa spugna soporifera, una vera “bomba” narcotica, che veniva imbevuta di oppio, giusquiamo, cicuta, papavero e mandragora, abbastanza utilizzata anche nel Medioevo, sebbene il dolore venisse combattuto principalmente con beveroni e pozioni magiche.  

Fu solo dopo la scoperta del Nuovo Mondo che ci fu la vera rivoluzione alla lotta contro il dolore, grazie ad alcuni rimedi vegetali come le foglie di coca che gli indios utilizzano da sempre, masticandole, per sedare il dolore, combattere la stanchezza e intorpidire la linguae le labbra; o il curaro, contenuto in una particolare liana selvatica, in grado di paralizzare i muscoli, che veniva utilizzato per rendere velenose le punte delle frecce; o ancora la nicotina che veniva utilizzata dai marinai a bordo delle navi del XVI secolo, per anestetizzare il dolore.

Nell’800, nonostante nei campi di battaglia il sedativo più usato fosse l’alcol facendo ubriacare i soldati feriti prima di un qualsiasi intervento chirurgico anche se l’effetto era tutt’altro che anestetico, la lotta al dolore fece passi da gigante: nel 1805, il chimico tedesco Friedrich Sertürner scoprì la morfina e nel 1842 il medico americano Crawford Long utilizzò per la prima volta l’etere anche se fu William Morton ad ottenere un riconoscimento internazionale nel 1846.

In verità, però, il primo a usare l’etere, anche se lui la chiamò “acqua bianca”, fu Paracelso, un medico e alchimista svizzero vissuto nella prima metà del Cinquecento, mescolando alcool e acido solforico: alcuni polli che razzolavano nel suo cortile ne bevvero un po’ accidentalmente cadendo immediatamente addormentati.

Nel 1847 il dentista Horace Wells testò su di sé le proprietà anestetiche del protossido di azoto, estraendosi due denti da solo e aprendo la strada a un nuovo utilizzo di questo composto.
Nello stesso periodo, l’ostetrico scozzese James Simpson introdusse l’uso del cloroformio per alleviare i dolori del parto, universalmente accettato come anestetico dopo che, nel 1853, la regina Vittoria d’Inghilterra lo scelse per il parto del suo ottavo figlio. Nonostante i limiti iniziali di etere e cloroformio, come la tossicità e le difficoltà nella somministrazione controllata, queste scoperte segnarono un passo fondamentale verso l’anestesia moderna. Grazie ai pionieri di questo campo, la chirurgia divenne meno traumatica e più sicura, permettendo interventi più complessi e prolungati.

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