Usi e costumi Viaggio nella storia

Il sole che guarisce e il sole che brucia

Articolo a cura di Laura Pitzalis

Da sempre, il sole è un elemento ambivalente. È fonte di vita, calore ed energia, ma può anche diventare causa di sofferenza e malattia. È un dualismo antico quanto l’essere umano: se da un lato molte civiltà gli hanno attribuito poteri benefici e curativi, dall’altro hanno anche sviluppato rimedi e strategie per difendersi dai danni provocati da un’esposizione eccessiva.

IL SOLE CHE GUARISCE

Nelle civiltà antiche – Egitto, Mesopotamia, India e Grecia – il sole era molto più di un corpo celeste: era una divinità e un principio regolatore della vita. Non sorprende quindi che gli venissero attribuite proprietà terapeutiche. Presso Greci e Romani, Apollo, dio del Sole, era anche associato alla medicina e alla guarigione. Sebbene prive delle conoscenze scientifiche moderne, queste civiltà avevano intuito il legame tra esposizione alla luce solare e benessere fisico.

Già nell’antico Egitto il sole era considerato una fonte di benessere e guarigione. Il faraone Akhenaton dedicò il proprio culto ad Aton, dio della luce, facendo costruire templi senza tetto affinché i raggi solari potessero penetrarvi liberamente. Dopo la sua morte, questi edifici furono distrutti, ma l’abitudine di esporsi al sole rimase diffusa. Anche i Greci, grazie agli studi di Ippocrate, e successivamente i Romani con i loro solaria, attribuirono alla luce solare importanti proprietà terapeutiche. Con il Medioevo queste pratiche caddero in disuso, per poi essere riscoperte nell’Ottocento dal naturalista svizzero Arnold Rikli e dal medico danese Niels Ryberg Finsen, che contribuì a fondare la moderna fototerapia. Le sue ricerche sugli effetti terapeutici della luce, premiate con il Nobel per la Medicina nel 1903, segnarono la rinascita scientifica dell’elioterapia.

IL SOLE CHE BRUCIA

Ben prima dell’invenzione delle moderne creme solari, gli esseri umani erano consapevoli che un’eccessiva esposizione al sole poteva provocare scottature, malesseri e danni alla pelle. Per questo cercavano di proteggersi con gli strumenti a disposizione: abiti lunghi, copricapi, ombrelli e preparati naturali a base di oli, grassi o argille.

L’esposizione non avveniva, come oggi, per stare in spiaggia e divertirsi ma, nella grande maggioranza dei casi, perché si era costretti a lavorare all’aperto anche ad alte temperature. Per tale ragione, in molte società del passato non abbronzarsi e conservare la pelle chiara era uno status symbol (al contrario di quanto avviene adesso in cui abbronzarsi è desiderabile) perché dimostrava l’appartenenza a ceti sociali elevati.

Le prime difese contro il sole

Sin dall’epoca più antica, nonostante i contesti sacralizzati, l’eccesso di sole veniva riconosciuto come dannoso e si adoperavano primitive “creme solari”, cioè prodotti naturali ai quali si attribuiva, a torto o a ragione, il potere di limitare l’azione dei raggi solari. Per esempio, da ritrovamenti archeologici sappiamo che già l’homo sapiens usava cospargere il corpo con argilla mista ad acqua: sebbene fosse associata principalmente a riti e credenze spirituali, è possibile che questa consuetudine svolgesse anche una funzione pratica di protezione dal sole.

Gli Egizi, pur apprezzando i benefici del sole, conoscevano anche i rischi delle esposizioni eccessive. Nei papiri medici compaiono preparati a base di aloe, olio di sesamo, miele e varie erbe aromatiche utilizzati per lenire irritazioni e infiammazioni della pelle. L’aloe vera, in particolare, era considerata una pianta dalle proprietà quasi miracolose.

Greci e Romani ricorrevano spesso all’olio d’oliva per ammorbidire e proteggere la pelle irritata. Dopo l’esposizione al sole erano diffusi anche bagni tiepidi arricchiti con erbe medicinali come malva, camomilla e rosmarino. Nelle ville romane più ricche si utilizzavano inoltre unguenti profumati per favorire il recupero della pelle.

Nel Medioevo i monasteri conservarono molte conoscenze erboristiche dell’antichità. Per le “bruciature del sole” si applicavano impacchi di malva, piantaggine, calendula e camomilla, piante note per le loro proprietà lenitive. In alcune regioni si usavano anche preparati a base di latte o panna, probabilmente per l’effetto rinfrescante immediato.

Con l’espansione coloniale e la diffusione della scienza empirica, tra il XVII e il XIX secolo si moltiplicarono gli appunti di viaggio e i trattati medici sulle conseguenze dell’esposizione al sole, scottature, colpi di calore, alterazioni cutanee.

Una delle parti del corpo più delicata è il viso, sin dall’epoca antica si usavano maschere per non far passare i raggi solari. Dal Cinquecento, tra le donne dell’aristocrazia europea si diffuse l’uso della moretta, una maschera di velluto nero indossata durante i viaggi o nelle occasioni che comportavano una prolungata esposizione al sole. Oltre a rappresentare un accessorio di moda, contribuiva a preservare il candore della pelle, segno distintivo dell’appartenenza ai ceti più elevati.

Nei territori tropicali, invece, i medici europei cominciarono a osservare con maggiore attenzione gli effetti del sole sull’organismo umano. Prescrivevano cappelli a tesa larga, abiti lunghi e fibre naturali, ma anche latte di cocco, oli vegetali e – sempre più frequentemente – estratti di aloe. La nozione di “danno solare” iniziava a farsi strada, seppure in modo frammentario.

Dalla pelle bianca alle creme solari

Dalla fine dell’Ottocento la scienza è stata in grado di spiegare l’azione dei raggi UV sulla pelle e sul corpo degli esseri umani. Nello stesso periodo furono sperimentate le creme solari moderne. Ma la vera svolta arriva nel Novecento. Negli anni ’20 e ’30 l’abbronzatura si emancipa: da simbolo di fatica diventa sinonimo di benessere e tempo libero. Coco Chanel è fotografata con la pelle dorata, e presto le classi agiate seguono l’esempio.

Con l’aumento dell’esposizione solare, crescono anche le evidenze mediche. Dermatologi e oncologi iniziano a documentare i primi collegamenti tra esposizione prolungata e patologie cutanee. Le prime creme commerciali apparvero nel 1928 e, con il passare del tempo, divennero sempre più efficaci; durante la Seconda guerra mondiale, l’esercito americano fornì creme solari in quantità ai soldati impegnati nella guerra nel Pacifico.

Negli anni ’70 si parla per la prima volta di fotoinvecchiamento. Negli anni ’80 si chiarisce il ruolo dei raggi UV-A e UV-B nel danneggiamento del DNA cellulare.

Nel corso del Novecento la protezione solare diventa più sofisticata, fotostabile, regolamentata: passa da semplice accorgimento estetico a vera misura di prevenzione sanitaria, sostenuta da una crescente conoscenza dei rischi associati ai raggi ultravioletti.

CURIOSITÀ : I RIMEDI DELLE NONNE CONTRO SOLE E INSOLAZIONI

In passato non esistevano le cure e le medicine efficaci che abbiamo oggi per combattere malattie e disturbi, perciò, si ricorreva ad antichi rimedi popolari, veri e propri riti composti da gesti, oggetti e formule segrete.

Per quanto riguarda le scottature, nelle campagne europee erano molto diffusi rimedi casalinghi tramandati oralmente come: fette di cetriolo sulla pelle arrossata; impacchi di latte freddo o latticello; foglie di cavolo leggermente schiacciate e applicate sulle scottature; infusi di camomilla utilizzati come compresse rinfrescanti; gel ricavato dalle foglie di aloe. Alcuni di questi rimedi possiedono effettivamente proprietà emollienti o antinfiammatorie, mentre altri offrivano soprattutto una sensazione di sollievo temporaneo.

Per le insolazioni, la tradizione popolare tramandava numerosi rimedi affidati all’esperienza di guaritori e guaritrici, che avevano il compito di “togliere il sole dalla testa” alla persona colpita dal malessere.

Una delle pratiche più diffuse prevedeva che il paziente si sedesse su una sedia mentre sulla sua testa veniva posto un tovagliolo sormontato da un bicchiere colmo d’acqua capovolto. Il rituale era accompagnato da particolari gesti e da una preghiera recitata sottovoce. Secondo la credenza popolare, la comparsa di piccole bolle all’interno dell’acqua indicava che il calore e il malessere stavano abbandonando il corpo. La procedura veniva ripetuta più volte fino alla scomparsa del dolore e della sensazione di stordimento.

Più elaborato era un altro rimedio tradizionale. Sulla testa della persona colpita da insolazione si stendeva un panno di cotone rosso sul quale veniva appoggiato un piatto di ceramica contenente acqua. Al centro del piatto si collocavano un bicchiere rovesciato e uno stoppino formato da una moneta avvolta in una striscia di cotone imbevuta d’olio. Una volta acceso lo stoppino, il piatto veniva posto sulla testa del paziente. Secondo la tradizione, il calore prodotto dalla fiamma faceva formare bolle nell’acqua fino a spegnere lo stoppino stesso. Il rito veniva ripetuto più volte, spostando il piatto in diversi punti della testa e accompagnando ogni passaggio con gesti rituali, preghiere e giaculatorie. La pratica si svolgeva generalmente all’aperto, all’alba o nel tardo pomeriggio, quando le temperature erano più miti. Si riteneva che, al termine del rituale, il mal di testa e gli altri disturbi provocati dall’insolazione si attenuassero, consentendo alla persona di riprendere le normali attività quotidiane.

Dall’argilla preistorica alle moderne creme ad alta protezione, la storia del rapporto tra l’uomo e il sole racconta un lungo percorso fatto di osservazioni, credenze e scoperte scientifiche. Se oggi conosciamo meglio i benefici e i rischi dell’esposizione solare, molti dei rimedi tradizionali testimoniano come le generazioni passate abbiano cercato, con i mezzi a loro disposizione, di convivere con una delle forze più potenti della natura.

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