Narrativa recensioni

La lama e l’inchiostro – Ciro Auriemma

Recensione a cura di Tiziana Silvestrin

La storia viene raccontata dall’ormai anziano Pablo Sanchez, alter ego di Sancio Panza, come lui basso, pingue, sgraziato e per giunta balbuziente, mentre è sul letto di morte e si sta confessando ad un frate che è anche suo figlio. Il dialogo tra il padre e il figlio funge da intermezzo tra i vari capitoli: Pablo racconta, durante una lunga notte che sarà l’ultima che gli è dato di vivere, le intricate vicende che Cervante ha vissuto a Caller.

La sua amicizia con Miguel de Cervantes inizia nel 1573 a Caller, antico nome di Cagliari, in una bettola dove alcuni militari ubriachi lo avevano preso mira per il suo aspetto fisico; mentre stava per soccombere alle sevizie, Miguel Cervantes, la cui descrizione ricorda tanto Don Chisciotte, anche lui bianco e ossuto, tutto spigoli tra gli zigomi il naso aquilino e il mento pronunciato, capelli mossi e scarmigliati, barba e baffi scuri, ingaggiando una fiera lotta lo salva.

Da quel momento Pablo Sanchez non riuscirà più ad allontanarsi da Saavedra, il monco, soprannome che Cervantes si era dato dopo che nella battaglia di Lepanto aveva perso l’uso della mano sinistra. Questo coraggioso milite che dà più valore all’onore che alla propria vita, era l’unico che lo avesse mai trattato con rispetto e difeso.

Figlio di un mercante di stoffe che lo lasciava a servire i clienti mentre lui andava ad occuparsi delle servette nel retrobottega, Pablo era cresciuto a insulti e botte; de Cervantes gli appare come un fulgido esempio da seguire, come il padre che avrebbe voluto avere e l’adulto che vorrebbe diventare. Trova il modo di sdebitarsi quando il nobile don Felipe Dulces viene trovato ucciso con il coltello moresco di Miguel; sa dove trovarlo perché la moglie dell’ucciso, Eleonora, bella come una santa, era la sua amante. Li raggiunge prima dell’arrivo dei soldati, ma dopo aver accompagnato la donna, sconvolta dalla morte del marito, alla sua carrozza, deve tornare indietro da Saavedra rimasto nella stanza a cancellare le tracce dell’incontro amoroso; sentendo arrivare i militari sono costretti a gettarsi da finestra per sfuggire all’arresto, ovviamente atterrano sul classico carro di fieno.

Qui iniziano i misteri, nella stanza dove i due amanti si incontravano, viene ritrovato il fodero del coltello moresco di Miguel e una lettera del vicerè di Sardegna, don Coloma, che lo incarica di uccidere don Felipe Dulces. Ed è proprio il viceré, riuscito fortunosamente ad entrare in possesso della lettera per primo, lettera che qualcun altro ha scritto, a chiedere a de Cervantes di fare luce su questo omicidio. In Sardegna i feudatari e i nobili si odiavano a vicenda, cercavano ognuno di togliere quanto più possibile agli altri e aumentare così il proprio potere e i propri possedimenti; di queste divisioni approfittava la Santa Inquisizione spagnola che con pretestuose accuse di stregoneria, incarcerava, torturava e condannava a morte anche i più potenti per poter disporre delle loro ricchezze.

Prese tre arance dall’albero e le fece volteggiare tra le sue mani come un abile giocoliere. Questo è un gioco di equilibri che non vanno rotti, altrimenti” e lasciò cadere una delle arance che si squrciò, mostrando la sua polpa: l’effetto delle altre due in volo era molto meno spettacolare, anzi era diventato ridicolo.

“Altrimenti si rompe il gioco stesso.”

Miguel prese al volo una delle due arance ch’erano rimaste.

“Ma io non sono una pedina” disse.

Il priore gli sorrise, accondiscendente, e gli mise nell’altra mano l’ultima arancia che gli era rimasta.

“Lo siamo tutti figliolo.”

Miguel e Pablo, travestiti da frati, iniziano a investigare per scoprire l’uccisore di don Dulces e chi è il burattinaio che, manovrando i fili nascosto nell’ombra, sta cercando di eliminare in un solo colpo sia il viceré che lo stesso de Cervantes. Ricercati, sono costretti a vivere come vagabondi  per non essere arrestati, trovano rifugio in una cascina abbandonata, si muovono tra vicoli bui, corridoi sotterranei, passaggi segreti, bettole malfamate, stanze di palazzi fastosi alla ricerca di una verità che cambia in continuazione avvitandosi su se stessa.

Era tutto un complotto, Pablo, ” disse Miguel colpendo con una manata la pietra sulla quale era seduto ” e io ci sono cascato con entrambi i piedi, ho lasciato che mi usassero…stupido,” e ripetè, alzandosi e iniziando a camminare avanti e indietro “sono soltanto uno stupido.”

Le pericolose indagini si svolgono tra intrighi, complotti e tradimenti nei quali de Cervantes rischia la vita e nei momenti di sconforto immagina i personaggi del capolavoro che scriverà anni dopo.

Descritto come un cavaliere senza macchia e senza paura, che mai metterebbe a repentaglio l’onore di una donna, anche a costo delle proprio vita, la figura di Cervantes risulta spesso eccessivamente idealizzata, soprattutto in confronto al giovane adolescente che, conscio dei suoi limiti, gli resta accanto per amicizia e trova il riscatto di una esistenza banale e monotona, nell’aiutarlo a scoprire l’artefice di tanti complotti.

Pablo, durante la lunga notte oltre alle intricate vicende che Cervante ha vissuto a Caller, riflette anche sulla vita e sulla sua bellezza, sul suo significato e sul suo valore; solo poco prima dell’alba si scoprirà il motivo per cui ha voluto che fosse proprio suo figlio a raccogliere la sua ultima confessione.

“Sono le stelle tra i beni più preziosi per un navigante, che porta chiusa nel cuore la speranza di ritrovarle, ancora e ancora, ogni notte; di averle sempre a portata di sguardo. Perché senza stelle siamo barche in mezzo al mare, prive di destinazione e orientamento, condannate a perdersi, ché pure nell’ansia di scoprire nuove terre è nascosta la necessità di tracciare rotte.”


pro

La scrittura sciolta, densa di descrizioni evocative di una città e delle sue atmosfere magiche e terribili nel periodo in cui la Santa Inquisizione incombeva con una cappa di paura sulle vicende umana

contro

La trama appare a tratti forzata e alcuni particolari non sono svelati.

Cagliari, 1573. È quasi il crepuscolo quando alla porta di Miguel de Cervantes, giunto in Sardegna al soldo del viceré, bussa forte Pablo, un giovane che l’uomo ha preso sotto la propria ala. «Vi cercano» grida, «dovete scappare!» Sul cadavere di Felipe Dulces, un nobile cagliaritano, è appena stato ritrovato il pugnale moresco dello spagnolo e le guardie stanno venendo ad arrestarlo. Il movente potrebbe essere passionale, dato che Cervantes è l’amante della moglie del nobile. Manca però l’opportunità: i due si trovavano insieme, proprio in quella stanza, mentre l’uomo veniva ucciso. Ma Miguel non vuole compromettere la donna per scagionarsi, così si mette in fuga. Anche perché le prove a suo carico, come scopre dallo stesso viceré, sono consistenti: nella stanza della vittima è stato rinvenuto un documento falso dal quale si evincerebbe che Miguel avrebbe ottenuto dei benefici se avesse ucciso il Dulces. Inizia così l’appassionata e pericolosissima indagine di Cervantes e del fedele Pablo per scoprire la verità; saranno giorni d’avventura e paura, fughe rocambolesche, funzionari corrotti, lotte di potere e sette segrete, che renderanno indimenticabile il soggiorno di Miguel a Cagliari e che verranno resi immortali da alcune delle sue pagine più belle.

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