Narrativa recensioni

Omicidio nel ghetto. Venezia 1616 – Raffaella Podreider

Recensione a cura di Claudia Babudri

Natale di un po’ di anni fa.
Sedevo sul divano di mia nonna paterna e guardavo rapita l’edizione per ragazzi delle avventure di Sherlock Holmes, celebre personaggio di Arthur Conan Doyle. Da parte di mia nonna e di mio zio ci fu il sincero intento di introdurmi non solo all’opera del celebre scrittore scozzese ma anche alla narrazione investigativa nelle sue caratteristiche generali.
Direi che la loro mission è riuscita in pieno. Lo ammetto. Sono una fan sfegatata del genere.

Potrete dunque credermi quando affermo che ho adorato “Omicidio nel ghetto. Venezia 1616” romanzo storico dalle tinte noir di Raffaella Podreider  (edizioni il Ciliegio, 2019).
La storia, ambientata in una Venezia seicentesca adorna di mille maschere e contraddizioni, ruota attorno all’omicidio del sior Vanin, un mercante pesantemente indebitato con Avraham Hirsh, titolare del Banco Rosso, ebreo, uomo mite e rispettoso delle regole. Sarà accusato dell’omicidio Vanin dal sior Contarini, socio del defunto, anch’egli suo debitore e feroce accusatore.

L’ha ucciso! L’ha ucciso!” urlava, precipitandosi giù dalle scale e fuori dal portone” scrive l’autrice sul Contarini. “Si batteva il petto, si strappava i capelli, si agitava nel mezzo del campo dove aveva lasciato cadere a terra con noncuranza la bella sacca di cuoio lavorato.

Sicuro di ottenere l’attenzione delle guardie, l’uomo riesce senza problemi a convincerle della presunta colpevolezza dell’ebreo, accusato per il pregiudizio determinato dal suo credo religioso.
Sarà il figlio di Avraham, Ben, con Sebastiano, figlio del Vanin inizialmente riluttante alla collaborazione, a risolvere l’intricata matassa della vicenda, ricercando testimoni, indagando sul caso, rivelando una trama di intrighi e macchinazioni ben più complessa e inaspettata rispetto al previsto. Ho trovato geniale l’escamotage di far risolvere il caso proprio ai più giovani della storia: Ben, Sebastiano e l’Avogador Zante Venier. Personaggi lucidi e svegli, scevri da pregiudizio e da costrutti mentali, desiderosi di onestà e di giustizia al di là di ogni barriera e frontiera. Il lettore se ne renderà conto e sono sicura che apprezzerà questa scelta carica di un importante messaggio: la speranza nei confronti del futuro. La tematica della ghettizzazione e dei falsi miti sul popolo ebraico, superata dall’atteggiamento propositivo e lucido di questi protagonisti, induce il lettore a riflessioni importanti, utili alla pratica della tolleranza e della ragionevole chiarezza d’animo da riservarsi sempre nei confronti di chiunque che, per svariate – e mai giuste – ragioni, viene comunemente considerato diverso.

Ma non voglio entrare troppo nelle dinamiche investigative e nella trama del testo per non svelarvi ulteriori dettagli, inducendovi alla lettura della storia e dei suoi accattivanti risvolti.
Il romanzo è caratterizzato da uno scorrevole susseguirsi di eventi descritti in bella e accurata scrittura. Ho apprezzato le descrizioni dei luoghi, di questa Venezia sempre sensuale e contraddittoria.

Era uno spettacolo stupendo: la musica usciva da ogni palazzo e inondava l’aria” scrive l’autrice a proposito del Carnevale, scenario d’obbligo per una delle scene più belle e significative del romanzo, “le luci sfavillanti facevano risaltare i colori delle vetrate dai riflessi policromi che si rispecchiavano nel canale, il gioco delle loggette, dei piastrini, delle bifore e delle balconate di marmo traforato assumevano sfumature inusitate da parere trine e merletti adagiati sui palazzi, pizzi di marmo, di incredibile leggerezza che non sembravano pesare sulle case, quasi consapevoli che queste poggiavano su foreste di tronchi infissi nel fango e non su solida roccia.”

Accurata e ricercata appare la descrizione dei personaggi e della loro psicologia. Mi è sembrato di accompagnarli, di vederli in azione, di guardarli in viso, di sentire in maniera tangibile le loro emozioni. Ho partecipato intimamente alle preoccupazioni della famiglia Hirsh: ad esempio quelle del giovane Ben in visita al padre in carcere, a stento riconosciuto tra le ombre di quella fredda e inospitale cella o dello stesso Avraham , un uomo puro e buono, risoluto nel continuare a pregare in nome della speranza e della giustizia. Ho condiviso il dolore e la rabbia delle mogli dell’ucciso e dell’accusato, ho avvertito la paura di Dvora, giovane fuggiasca da un passato cruento, la disperazione delle gemelline Angelita e Joselita, quest’ultima vittima di atroce violenza fisica, i sogni, poi annegati nella disperazione di Isadora, moglie di Contarini e i visionari viaggi verso la grandezza di quest’ultimo, uomo rapace e, come vedrete, senza scrupoli.

Il lettore non dovrà provare confusione di fronte alla varietà delle situazioni e delle figure descritte. La completa e immersiva lettura dell’opera alla fine, scoprirà l’intreccio delle svariate vite descritte, collegando tra loro dettagli e particolari inaspettati che contribuiranno alla risoluzione del caso. Dal punto di vista tecnico, il romanzo è ben strutturato: un prologo introduce il racconto, arricchito alla fine della ricca bibliografia, obbligatoria per qualsiasi romanzo storico che si rispetti. Una menzione d’onore va rivolta alla Podreider per l’attenzione meticolosa al dato storico, accuratamente descritto in narrazione e approfondito nelle frequenti note presenti.

Durante la lettura, si potranno apprendere con chiarezza le vicende della Venezia seicentesca, con particolare attenzione alla condizione degli ebrei ghettizzati nella Serenissima. Altrettanto interessante è il riguardo prestato agli usi e costumi di questo popolo, dalle tradizioni e dalla filosofia ben approfondita e tratteggiata nella quotidianità.

Era Yom Rishom, domenica, come sempre nel primo giorno della settimana c’era movimento: tutti erano intenti alle occupazioni, ai doveri e alle incombenze. I giovani erano a scuola, il macellaio si apprestava a macellare la carne secondo il rituale della kasherut, il fornaio aveva aperto bottega…” e ancora “A Venezia era d’uso celebrare Purim con l’allestimento di spettacoli, danze mascherate a vedere i quali accorrevano anche molti cristiani, che lo consideravano il carnevale degli ebrei.

Ho trovato interessantissime le conversazioni del giovane  Avogador Zante con Chaim Polacco, medico e cabalista, padre dell’amico Raphael e della bella Sarah.

Pensa, nello Zohar si dice che il cervello umano non sia tutt’uno ma sia diviso in due, anzi tre parti. Ascolta: una è la sede della Chokhmà, chiamiamola Sapienza, giusto per etichettarla, l’altra della Binà, che possiamo tradurre con Intelligenza.

Discussioni di questo calibro, sulla vita, i testi sacri dell’ebraismo e sulle scienze sono affrontati con semplicità e apertura mentale, dimostrando l’umiltà della saggezza e della profonda conoscenza delle cose del mondo da parte di questo popolo da sempre perseguitato ingiustamente. Ma soprattutto è chiaro il messaggio della condivisione e della possibilità di uno scambio culturale e intellettuale tra due popoli lontani – ma vicini – in nome della crescita comune anche in tempi ostili come quelli descritti dall’autrice.

Editore: Il Ciliegio (2019)
Pagine: 350 p., Brossura
EAN: 9788867716531
ISBN-13: ‎ 978-8867716531
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Trama
Venezia, 1616: due mercanti, Contarini e Vanin, sono pesantemente indebitati con Hirsh, l’ebreo del Banco Rosso. Vanin viene ucciso sulla porta di casa del banchiere, che viene incriminato e arrestato. Ben vuole dimostrare l’innocenza del padre e contatta Sebastiano, figlio della vittima. I due improvvisati detective, nel loro bizzarro sodalizio, indagano dentro e fuori dal Ghetto, arrivando a scoprire sconcertanti verità.

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