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L’amazzone del deserto – Pëtr Nikolaevič Krasnov

Recensione a cura di Federica Introna

Dietro a quelle cime, una luna enorme, tutta rossa, di vergogna senza dubbio, si levava lentamente senza spandere luce; via via che si alzava al cielo, la sua parte superiore diveniva più pallida e diminuiva di volume. Come un grosso pallone lanciato in aria con precauzione, essa saliva lentamente e maestosamente al di sopra delle montagne lontane dondolandosi nel cielo azzurro che diventava bianco al suo contatto… Dalla valle immersa in quella distesa d’argento parve emergesse una città meravigliosa, scintillarono tappeti di mille colori sfolgoranti, l’oro e le gemme delle acconciature degli abitanti.

Sono righe di grande forza evocativa queste come altre de L’amazzone del deserto, il romanzo di Pëtr Nikolaevič Krasnov su cui vogliamo soffermarci. Anche a chi di noi ha letto e amato i classici della letteratura russa è difficile che suoni noto il nome dell’autore, eppure i suoi scritti alla fine degli anni ’20 furono tradotti e pubblicati anche in Italia dalla Salani con un buon riscontro di pubblico e di critica, e nel resto dell’Europa, ad esempio in Francia, ebbero davvero una grande risonanza. Poi l’oblio, o sarebbe meglio dire la damnatio memoriae, ha inghiottito la sua produzione, sottraendola a qualsivoglia conoscenza e valutazione da parte dei lettori. Certo meritevole è l’operazione compiuta dalla casa editrice napoletana Scrittura & Scritture che nella collana VociRiscoperte, dopo ben novant’anni, ha riproposto il lavoro in una nuova ed efficace traduzione di Sabina Ferri, arricchendo la pubblicazione con una nota di approfondimento molto accurata di Miranda Miranda.

Krasnov ci conduce per mano nel mondo selvaggio e solitario di Ivan Paulovic Tokarieff, comandante cosacco di Koldjac, avampostorusso in una regione disabitata nel cuore dell’Asia centrale ai piedi del Khan Ten Gri, l’immensa vetta che i locali chiamano «il Trono di Dio». Il limes cinese che deve sorvegliare in realtà è ben protetto dalle rocce e difficilmente accessibile, per cui il suo incarico non lo impegna più di tanto, le sue giornate trascorrono uguali fra un’esercitazione con i suoi uomini, la caccia agli animali e ai metalli preziosi, il tè della sera e la cena frugale preparati dal servizievole siberiano Zapievaloff. Ma questa solitudine che avvilirebbe anche il soldato più consumato, esalta lo spirito del nostro che dall’alto delle montagne silenziose contempla la realtà di sotto, il corso verde del fiume Tekessa, la natura maestosa e «si sente migliore, al di sopra dei comuni mortali, gli pare di non far più parte del mondo terrestre».

Il personaggio ci sembra un riuscitissimo alter ego dell’autore, Krasnov, infatti, discende da un’antica famiglia di cosacchi stanziati attorno al Don, seminomadi non sottoposti al regime feudale, dediti alla caccia e alla guerra, da sempre scudo dello zar contro le popolazioni che premevano al confine orientale. Nel 1888 entra nell’esercito imperiale russo con il grado di ufficiale, durante la prima guerra mondiale diventa corrispondente e per le qualità dimostrate combattendo è elevato al rango di generale. La vita condotta da Tokarieff, quindi, la conosce e la descrive molto bene, esattamente come quegli sconfinati paesaggi, insieme alla libertà e all’indipendenza che lì dominano incontrastate. Ma mostra di conoscere altrettanto bene l’effetto dirompente prodotto dall’arrivo di un ospite inatteso in un’esistenza i cui ritmi quotidiani sono scanditi in modo così fisso e ripetitivo, come pure i ritmi dell’anima. Perchè nel suo elevarsi al di sopra dell’umanità, Ivan Paolovic non risparmia nessuno, neppure il gentil sesso, e se i suoi compagni di ventura cercano le chiome adorne e le vesti colorate delle donzelle ogni qualvolta si avvicinano a un centro popolato, lui, nonostante possa contare su un aspetto più che gradevole, tira dritto per la sua strada senza concedere e concedersi alcuna confidenza.

Poi un giorno, in questo luogo dimenticato dagli uomini, piomba lei, Fedossia Nicolaievna Poliakoff. Bella, giovanissima, con una papakha maschile sul capo, in sella a un cavallo e soprattutto armata di carabina. Ivan Paulovic, dinanzi a questa «ragazzina sfrontata» in cerca di Dio e di avventure, dovrà salutare per sempre i suoi orizzonti infiniti e sicuri. 

Taceva anche perchè si sentiva sempre più attratto da Fanny e non sapeva che fare; lasciarsi andare a questo sentimento e seguire la dolce corrente dei suoi sogni oppure scacciarlo lontano da sè e, come prima, guardarla con occhio corrucciato…

L’autore sa delineare con profondità i moti contraddittori dell’animo del comandante, il suo volersi disperatamente difendere dal fascino singolare della nipote, che della donna possiede tutta l’avvenenza e la femminilità ma al contempo rivela una tempra eccezionale e uno stile di vita che non ha niente a che fare con quello delle sue coetanee. Fanny, come si fa chiamare lei, è una figura di straordinaria modernità, e stupisce il fatto che sia stata concepita da chi per altri aspetti è stato profondamente attaccato alla tradizione e refrattario ai cambiamenti. Anche lei, spirito inquieto, non cede con facilità ai richiami del cuore, preferendo cercare nuovi viaggi e sfide: avrà modo di mettersi alla prova, di saggiare il suo coraggio nei pericoli, di confrontarsi con personaggi seduttivi ma superficiali come il ricco giramondo Vassilievki. Sarà un cammino di crescita e di rafforzamento interiore che la renderà ancora più attraente.

Con il suo arrivo cominceranno una serie di missioni movimentate per il protagonista, ma l’avventura che coinvolge di più il lettore è quella che il cosacco e la nipote, con tutto il seguito, avranno in un luogo davvero infernale, la città sotterranea di Turfan, dove la gente vive ammassata e al buio anche di giorno. Il cambio di scenario giova parecchio alla narrazione, imprimendole un nuovo passo e innescando una serie di reazioni emotive che porteranno i personaggi a riconoscersi diversi e a entrare in contatto con la verità di se stessi, quasi un viaggio simbolico nella parte più oscura della coscienza.

E mentre i due scendono nelle profondità del loro essere, su quella terra, che nella sua grandezza pare immobile, eterna, tutto, invece, sta cambiando. A poca distanza da loro, nella città cinese di Suidun è arrivata la rivoluzione Xinhai: l’impero millenario è caduto e al suo posto è stata fondata la Repubblica, ma ciò che ormai interessa a Fanny è solo la vita, salvare la vita e l’amore.

La vecchia Cina era morta, di una morte spaventosa, ma a lei non importava. Aveva già così poco cuore? Eppure ciò non la rattristava. Di tutto il terrbile spettacolo della morte del Fudutun e della sua corte, non le rimaneva che un ricordo, come di un dramma visto a teatro. Il suo cuore era leggero e pieno di gioia.

Convinto di difendere l’autonomia di cui il suo popolo aveva sempre goduto, nel 1917 Krasnov si oppose alla rivoluzione dei bolscevichi e guidò la rivolta nella sua regione di origine, strappando il territorio ai rivoluzionari e conquistando la carica di Atamano, il più alto grado militare per i cosacchi. Nel ’20, tuttavia, i bolscevichi la riconquistarono e lui andò in esilio in Europa. Fu in tale periodo che iniziò a scrivere, riscuotendo molti consensi, specialmente con l’opera Dall’aquila imperiale alla bandiera rossa. Non accettò mai l’avvento di un potere che evidentemente confliggeva con la sua visione dello Stato, così purtroppo commise l’errore fatale: fu tra coloro che collaborarono con i nazisti per abbattere il regime, addirittura venne inviato in Friuli, nella regione della Carnia, dove la presenza del suo contingente creò non pochi problemi di convinvenza con la popolazione locale[1]. Quando la seconda guerra mondiale si concluse, finì giustiziato a Mosca.

Senza assolverlo dalle sue indiscutibili responsabilità politiche, la sua opera letteraria reclama di essere valorizzata, specialmente in un tempo come il nostro in cui la cultura russa torna di prepotenza ad attirare l’attenzione e non potrebbe essere altrimenti, se per comprendere davvero il presente bisogna di necessità partire dal passato.

Si può cominciare proprio da L’amazzone del deserto, in cui Krasnov non solo ci fa da guida in terre remote e magnifiche, fornendo particolari sui luoghi e i popoli difficili da reperire altrove, ma intesse una storia profondamente umana. Pur essendo un generale, pur avendo assolto al ruolo di corrispondente di guerra, non lo interessa raccontare di schieramenti, tecniche militari, manovre di assalto e difesa, insomma ciò che ci si aspetta da un uomo d’armi ma vuole sondare i sentimenti più intensi, quelli che vengono nutriti nella solitudine e quelli che invece scaturiscono dalle relazioni, dagli incontri improbabili ma veri, capaci di sconvolgere la prospettiva di una vita. In lui evidentemente convivevano due anime e soprattutto nelle pagine di questo romanzo più che nelle sue altre opere, dà voce al dinamismo delle sue passioni, alla parte più intima e sensibile della sua personalità.

Editore: ‎Scrittura & Scritture (29 novembre 2018)
Lingua: ‎ Italiano
Copertina flessibile: ‎ 235 pagine
ISBN-10: ‎ 888574608X
ISBN-13: ‎ 978-8885746084
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Trama
In una regione aspra e selvaggia al confine tra Russia e Cina, la vita del solitario comandante cosacco Tokarieff viene sovvertita dall’arrivo nella sua postazione di Koldjat della baldanzosa Fedossia. Il tempo in quel posto russo scorre lento e noioso per una giovane donna che indossa con disinvoltura la papakha caucasica, usa con maestria la carabina, e cavalca elegantemente cavalli targut; e il comandante Tokarieff è geloso della sua solitudine, maschera di un segreto che custodisce da anni. Ma tutto cambia: il comandante riceve l’ordine di recarsi a Turfan per liberare un cittadino russo accusato di aver disonorato una giovane cinese. Ed è sempre in Cina che Tokarieff deve tornare per chiudere un conto sospeso. Ma la vecchia Cina, governata dall’imperatore e dai mandarini, sta cedendo sotto i colpi della rivoluzione imminente. Tra fughe, ribellioni e rapimenti, il romanzo è un viaggio vivido attraverso il deserto dei Gobi, sulle vette dei monti Altaj, fin sulla Suprema montagna denominata “Trono del Signore”; e poi a scendere nell’affascinante e caldissima città di Turfan a vedere da vicino, fin quasi a vivere in prima persona, l’arrivo della rivoluzione cinese del 1911.


[1] Per chi volesse approfondire, segnalo F. Verardo, Krasnov l’Atamano. Storia di un cosacco dal Don al Friuli, Gorizia Leg Edizioni 2012.

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