Narrativa recensioni

Nel furor delle tempeste. Breve vita di Vincenzo Bellini – Luigi La Rosa

Recensione a cura di Claudio Musso

Le pagine del nuovo romanzo di Luigi La Rosa, edito da poche settimane da Piemme, ci offrono di Vincenzo Bellini un accurato affresco sia dell’uomo sia dell’artista: entrano con discrezione nelle pieghe di un animo tormentato e sempre in fuga per raccontarcelo e svelano, con ricco dettaglio, il dietro le quinte di quelle opere che figurano da quasi due secoli nei cartelloni degli enti lirici e che, anche in questo momento, in qualche parte del mondo, stanno andando in scena.

Il testo è anche un viaggio che parte dalla Sicilia e termina a Parigi, con il desiderio di nuovo inizio, che riflette le esperienze dell’autore.

La scrittura di La Rosa colpisce per la sua immediatezza, quasi fraterna, nel riannodare la storia di Bellini e quella delle sue note perché è come se parlasse di una persona di famiglia. Si sente altresì l’urgenza di mettere per iscritto tutto il possibile, anche un particolare, di una figura a lungo inseguita e studiata che si ha il timore che sfugga di nuovo. Come si avverte la capacità di entrare in sintonia con il proprio personaggio, senza le remore di farlo apparire imperfetto, e guardare il mondo attraverso i suoi occhi.

La Rosa ci porta a pensare a Bellini non solo come a un puro e spontaneo melodista ma come un vero e proprio uomo di teatro che crea la sua musica per esaltare le passioni umane e spingere il pubblico a riflettere. Lasciatosi alle spalle l’Etna, Nzudduzzu si emancipa dall’oscurità e raggiunge a Napoli un altro magma che incendia la sua forza creatrice:

’l’intransigente musa cui s’era immolato inseguendola, supplicandola, dedicandole monumenti di abnegazione e rinuncia, ma troppo spesso piegandola alle necessità poco elevate della sua giovinezza impulsiva. Così era stato quando aveva accettato di scrivere per compiacere e sedurre il cuore degli altri. Ora la musica esigeva l’ennesimo sacrificio: uno scarto superiore, qualcosa di nobile, di prossimo alla purezza. Avrebbe composto ubbidendo soltanto ai propri imperativi. Era possibile. Rossini c’era riuscito’’.

Per il suo ampio sguardo questo testo dunque può solleticare l’interesse sia degli amanti della lirica sia della letteratura biografica. I primi hanno infatti la possibilità di ritrovare il loro Bellini in un ritratto inedito, grazie alla ricostruzione del complesso mondo che sta dietro la composizione finita, quello dei teatri italiani del primo Ottocento. I secondi di visitare il paesaggio interiore di una figura che ancora oggi è lambita dal mistero.

A questo contribuisce il contrasto tra il candore e la bellezza di un serafino e l’irrequietezza di un demonio che Stefan Zweig avrebbe gradito. Il ‘pirata’ Bellini sbarca con il suo melodramma romantico e si scontra con gli ‘angioini’ della lirica di allora, consuma il corpo, già esile, in una parabola impetuosa verso l’infinito per poi cadere contro le scogliere del destino, arde di passioni amorose che avvizziscono come un fiore precoce languendo nelle paludi delle complicazioni i cui strascichi irrompono nei momenti di quiete:

‘’Un sonno discontinuo e poi un sogno indecifrabile lo catapultavano all’interno di uno scenario confuso e privo di contorni. Era come se qualcuno avesse deciso di rimescolare la sua esistenza, alterandone le sequenze e scompaginando gli anni. Difficile comprendere dove tutto questo lo portasse’’.

Il testo ricostruisce un periodo storico di feconda vivacità culturale nel quale Bellini incontra, grazie alle fulminee luci della ribalta, le figure di maggiore spicco. Dalle teste coronate dell’Italia divisa, dell’Inghilterra e della Francia – tappe di un’esistenza agitata di chi è sempre in lotta con il proprio demone interiore – che scelgono lui per inaugurare i loro teatri ai simboli viventi dell’opera lirica, dal vate Rossini a compositori più emergenti, dalle più acclamate interpreti ai potenti impresari.

La Rosa ci porta inoltre nei salotti della buona società prima milanese poi parigina. In quest’ultima, grazie all’amicizia con la Principessa di Belgioioso, Bellini incontra, tra gli altri, Chopin, Hugo, Heine. Mentre le riviste e le gazzette dell’epoca, con i loro corsivi esaltanti o biliosi, non danno requie a questo genio costantemente reclamizzato, che conquista tutti con la musica e il suo modo di fare, facendo fare gli straordinari alla cronaca rosa. Ma non è solo la stampa a pedinarlo. C’è un uomo avvolto nella sua mantella nera che osserva il maestro e prende nota sul taccuino…

Il romanzo ci regala anche il teorema Bellini nella sua validità. Vincenzo è l’uomo che ce l’ha fatta ed è per noi una garanzia e uno stimolo: tutti abbiamo un talento che ci permette di creare quell’originale da contrapporre al ‘si è sempre fatto così’. Dobbiamo crederci, nutrirlo, saperlo usare e fare in modo che gli altri se ne accorgano. Vincenzo è l’artista che, anche quando la cornucopia zampilla gli ori del consenso, rimane sempre fedele al sé stesso delle origini. Vincenzo ha il candore di un cigno. Ma, pretendendo molto da sé stesso, chiede altrettanto agli altri, che siano colleghi, amici, amanti. Se apre le sue ali può diventare feroce contro chi rappresenta una nota stonata nel suo serrato programma di creazione e esecuzione. Vincenzo è uno di noi che, lasciati alle spalle il quotidiano, rinserra la sera la porta di casa per riappropriarsi dell’autentico Sé, insegnandoci a piangere, se è il caso, quelle lacrime che sono più facili da versare che da spiegare.

Vincenzo è colui che crea una Norma che infrange la norma, con cui si apre il romanzo e a cui il nome di Bellini è spesso associato. Si tratta di un’opera originale, fischiata alla prima da un pubblico che non era ancora pronto alle sue dirompenti novità – ma amata ancora oggi – con quel canto che vacilla come un grosso ago sul ghiaccio, mentre a Milano infuria il colera e vige una sorta di lockdown con i teatri chiusi. Creando questa opera nuova per il maestro c’è il desiderio di ripartire. Casta Diva prende forma in una notte fredda e lunare quando Bellini è tutt’uno con la natura, in un sortilegio di profondità e di travaglio creativo, per dare a quell’aria quel carattere enciclopedico che lo avrebbe difeso davanti al mondo:

’Pallida come la luna alla quale offriva libagioni, fluida come la rugiada che ne imbeveva il mistero, sovrana e folle fino al matricidio, e poi umana, umanissima e superba, sacerdotessa anche nel pentimento che le attraversa l’anima. Tutte le volte che aveva impugnato il pennino, e che ne aveva intinto la punta nell’inchiostro, era stato forse per supplicarla, evocarla, chiamarla a sé. E poi Norma era Lena, le sue lacrime senza luce, era la possessiva Giuditta e l’altra, capricciosa e altera. Norma racchiudeva tutte le donne che il giovane Vincenzo aveva amato’’.

Editore ‏ : ‎ Piemme (19 aprile 2022)
Lingua ‏ : ‎ Italiano
Copertina rigida ‏ : ‎ 360 pagine
ISBN-10 ‏ : ‎ 8856684225
ISBN-13 ‏ : ‎ 978-8856684223
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Trama

26 dicembre 1831. L’esordio di Norma sul palcoscenico della Scala segna insieme l’apice creativo della musica di Vincenzo Bellini e un clamoroso fiasco, che spinge il siciliano a fuggire da un teatro in tumulto e vagare per una città infreddolita. Un uomo lo insegue, impeccabile nell’eleganza ma distaccato e altèro nel portamento; una figura che attraversa, avvolta dentro una nube di mistero, tutta la vita del musicista – quell’esistenza che somiglia tanto a un romanzo, e che le pagine ritraggono alla luce di una passione travolgente e inesausta. Dall’infanzia catanese agli anni difficili della formazione napoletana, e poi il debutto nella lirica, i viaggi, la fama, il trasferimento a Milano e gli eccessi, il repertorio leggendario degli amori infelici. Quello per la giovane Maddalena, figlia del magistrato Fumaroli. Il legame controverso e pericoloso con Giuditta Cantù. Le seduzioni sottili di Giuditta Pasta. Il desiderio etereo e mai appagato per Maria Malibran, diva assoluta e sublime interprete, nella stagione londinese del compositore. E poi Parigi, l’irrompere della malattia e la fine precoce, la solitudine romantica del genio e l’enigma dell’oscuro ammiratore che finalmente spalanca lo scrigno dei suoi segreti, sciogliendo l’intreccio della narrazione. Tessere di un mosaico suggestivo e racconto di un universo – quello del melodramma italiano – che l’abile penna dell’autore trasforma in magnifica avventura, tra puntuale ricostruzione storica e opera d’invenzione, fedele tanto alle verità nitide della biografia, quanto ai tradimenti della finzione.

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