Personaggi Storici Viaggio nella storia

Emily Dickinson e Homestead, il centro della sua vita

È una curiosa creatura il passato
Ed a guardarlo in viso
Si può approdare all’estasi
O alla disperazione.

Se qualcuno l’incontra disarmato,
Presto, gli grido, fuggi!
Quelle sue munizioni arrugginite
Possono ancora uccidere!

Con questi versi, che forse qualcuno di voi avranno riconosciuto, diamo il via in questo sabato di maggio a una visita guidata in un luogo speciale: Amherst, un paesino del Massachusetts.
In particolare vi faremo fare un tour di “Homestead”, la casa (oggi un museo) di Emily Dickinson, il luogo dov’è nata nel 1830 e dove poi è morta all’età di 55 anni a causa della malattia di Bright, (la stessa malattia renale che causò la morte anche di Mozart) il 15 maggio del 1886.

Non sarebbe infatti possibile raccontare di lei senza parlare della sua casa, perché questo fu il luogo dove la poetessa visse la stragrande maggioranza della sua vita.

Sì, perché colei che fu una delle più importanti poetesse del mondo ebbe una vita piuttosto priva di eventi e isolata, nonché funestata da malesseri psichici che tutt’ora, però, sono ancora un mistero.

La casa di Emily Dickinson è chiamata “Homestead” per distinguerla dalla vicina “Evergreen”, dove abitava il fratello con la famiglia.

Cresciuta in una famiglia colta e di tradizione puritana, Emily Dickinson dopo la scuola decise in autonomia di ritirarsi e di dedicare la maggior parte del suo tempo alla sua famiglia, alla casa e alle letture. Schiva sì, ma capace di viaggiare con la fantasia che poi trovò espressione nelle sue poesie che scriveva di nascosto nella sua stanza al primo piano scriveva le sue poesie di nascosto. È in questa camera da letto di Homestead, dalle grandi finestre che affacciano sugli alberi del parco circostante, che la poetessa americana scrisse le sue 1800 poesie. Le annotava senza pensare che un giorno sarebbero state  pubblicate.
E infatti non le pubblicò mai, almeno non tutte (le prime, poche decine) le inviava in forma anonima ai suoi familiari. 
I primi versi risalgono al 1850, e colpiscono per la loro brevità e per la semplicità con cui la poetessa americana riusciva a schiudere i suoi lati più sensibili, ruotando intorno alla fascinazione che essa provava per l’amore, la natura, la morte e il silenzio della solitudine. Da questa sua stanza usciva molto raramente e a volte parlava con i visitatori da dietro la porta. Non uscì da qui nemmeno per presenziare ai funerali dei genitori, nel 1874 e nel 1882, che si tennero nel salotto sottostante.

Sul perché la Dickinson abbia deciso di non uscire più di casa (nemmeno per andare a trovare il fratello che viveva in una dimora lontana solo pochi passi) si sono fatte tante congetture, la più probabile una delusione amorosa conseguente a un viaggio a Washinghton nel 1855, (che compì in compagnia di madre e sorella) dove pare abbia conosciuto il reverendo Charles Wadsworth, del quale si innamorò perdutamente. Ma il sentimento rimase non corrisposto e, coincidenza o meno, da quel momento in poi la poetessa non solo non compì più alcun viaggio, ma si ritirò a vivere tra le mura domestiche, scegliendo di vestirsi solo ed esclusivamente di bianco, simbolo della purezza.

Alcuni indizi del motivo di questa volontoria e determinata reclusione si intravedono, secondo alcuni studiosi, in opere come Sentivo un Funerale, nel Cervello, dove si legge:

Non cӏ bisogno di essere una stanza per sentirsi infestati dai fantasmi.

Non è nemmeno un caso, probabilmente, che in unico verso si ritrovino due caratteristiche fondanti della vita di Emily Dickinson, l’isolamento in una stanza e i fantasmi che, a quanto pare, infestavano la mente della poetessa.

Secondo Steven Winhusen, dottore presso la Johns Hopkins University, analizzando le informazioni e le emozioni dettagliate che trasmette nelle sue poesie, il modo in cui la sua calligrafia si è deteriorata nel tempo, il suo bisogno di isolamento, porterebbero a dire che la famosa poetessa soffriva di disturbo schizotipico di personalità.

Ma le poesie della Dickinson sono ricchissime anche di riferimenti alle piante (le cita circa seicento volte) nominandone ottanta varietà differenti, e citando circa trecentocinquanta tipologie di fiori, tra rose denti di leone, trifogli e margherite. E infatti, fiore all’occhiello di Homestead è un bellissimo giardino, un angolo di paradiso con orto e fiori che la poetessa, appassionata di botanica, curò con passione sia d’estate che d’inverno, ma a cui poteva dedicarsi solo alla luce della luna, poiché a causa di un problema alla vista, i raggi del sole le causavano un grosso fastidio.
Ed è per questo che la poetessa stessa amava definirsi Lunatic on Bulbs, definizione che combina insieme la sua patologia agli occhi con la sua passione per giacinti, narcisi e altri fiori primaverili, bulbi che coltivava nella serra che il padre, Edward, le aveva fatto costruire.
La serra fu abbattuta nel 1916, 30 anni dopo la morte della poetessa, ma il Museo Emily Dickinson sta operando alla sua ricostruzione integrale poiché, insieme al giardino e al frutteto, rappresenta una testimonianza importante della sensibilità di Emily.
Erano i fiori, la loro perenne rinascita, che portavano la poetessa americana a credere nella possibilità della vita eterna. Ed è dai fiori infatti che trasse una lezione fondamentale, portandola a scrivere, qualche anno prima della sua morte:

Coloro che non vivono ora, dubitano di poter vivere di nuovo

Emily Dickinson è stata sepolta a West Cemetery, nel cimitero della sua città, seguendo le linee guida che lasciò per riflesso nelle sue poesie: in una bara con fiori bianchi profumati di vaniglia.

La sua tomba è circondata da una recinzione in ferro. Sulla lapide sono riportate le date della nascita e della morte e l’epitaffio “Called back“, le sole parole dell’ultima lettera che scrisse ai cugini Fannie e Loo Norcross, nel 1886.

Dopo la sua morte, in un baule all’interno della sua stanza, (altri riferiscono sotto il letto) la sorella Lavinia trovò tutte le sie opere: ben 1789 poesie, rilegate segretamente in fascicoletti.
Sarà sempre la sorella a incaricare Mabel Todd di provvedere alla loro pubblicazione, pubblicazione che rimarrà sempre parziale fino all’edizione critica completa del 1955 curata da Thomas H. Johnson e comprendente 1775 poesie. 

La Dickinson scrisse anche centinaia di lettere, che sono veri e propri testi letterari, convinta come era che:

Una parola muore
quando è detta,
dice qualcuno.
Io dico che proprio
quel giorno
comincia a vivere.

La nostra “gita fuori porta” si conclude qui, ma come nei migliori tour, usciamo passando attraverso un bookshop virtuale dove potrete curiosare tra libri di poesie e lettere della Dickinson stessa o romanzi e saggi e biografie su di lei per conoscerla meglio.

Fonti:

https://style.corriere.it/news/societa/emily-dickinson-poesie-frasi/?ref=290775#gallery

https://www.ilmessaggerocasa.it/news/casa-news/emily_dickinson_agatha_christie_visita_scrittrici/1810609.html

https://casediartisti.blogspot.com/2016/06/la-casa-museo-di-emily-dickinson.html

https://biografieonline.it/biografia-f-c-inter

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