Narrativa recensioni

Il Racconto del Cortigiano – Edgarda Ferri

Recensione a cura di Claudia Babudri

Ogni libro è una avventura. E non è tanto per dire.

Lo è per chi scrive in quanto si confronta con personaggi e vicende, lo è per chi legge per il solo fatto di entrare in quella storia a contatto con  i suoi personaggi. Ogni libro è una porta  attraverso la quale il lettore può respirare atmosfere antiche o contemporanee,  mano nella mano con i protagonisti che le popolano. Tutto questo accade  leggendo “Il racconto del Cortigiano”, romanzo storico di Edgarda Ferri, edito da Solferino. L’ho letto tutto d’un fiato, commuovendomi e partecipando emotivamente alla vita del suo protagonista con il quale mi è sembrato di percorrere lo stesso tracciato. 

Negli ultimi giorni, ho vissuto al fianco di Baldassare Castiglione, umanista, letterato, diplomatico e militare italiano. Ne ho condiviso la vita: l’ho visto crescere  partecipando alle sue  gioie e ai suoi dolori. Ho potuto respirare l’aria familiare del suo paese, Casatico, vederlo prima infante, vestito con una “sottana lunga fino ai piedi e una cuffia di velluto o di cotone a maglia con i lacci ben stretti sotto il mento“, poi bambino in “sella a un cavallino” su cui aveva imparato a correre, a trottare vestito con una “corazzina” alla quale presto si aggiunsero elmetto e scudo  sul quale era stato dipinto il “leone rosso rampante e tutt’intorno la scritta Castiglionensis“, presagio del suo futuro e dei sui impegni da adulto, al servizio dello Stato della Chiesa, del Marchesato di Mantova e del Ducato di Urbino, diventando il “cortigiano più famoso di quel periodo italiano impastato di bellezza e di sangue entrato nella storia con l’altisonante nome di Rinascimento“. 
Suo padre, Cristoforo, gli aveva dato il nome del suo, ricordato come “uomo d’arme, un soldato della cavalleria pesante, armato di lancia e di spada con una famiglia mantenuta a proprie spese comprendente uno scudiero, un donzello, uno o due valletti, un cavallo da battaglia e almeno un ronzino” al servizio prima dei Visconti e poi dei Gonzaga. I genitori di Baldassarre, Cristoforo e Aloisia Gonzaga, avevano rispettivamente diciotto e  diciassette anni quando si sposarono.

Il racconto della Ferri inizia proprio da qui, dalla famiglia e dall’infanzia del giovane Baldassarre, vissuta nell’ambiente ovattato della sua casa, principalmente a stretto contatto la mamma, dama di rango alla corte di Mantova, dato che, con la morte del nonno paterno, suo padre Cristoforo era sempre lontano per lavoro. In quel di Casatico, “terra fertile e piatta“, Baldassarre trascorreva la sua esistenza, osservando il passare del tempo scandito dai ritmi naturali, dalle feste come quella della pigiatura  e dall’arrivo di gente da paesi lontani.
Ho trovato estremamente interessante questa parte, così intima, così privata e tenera come il racconto del teatrino dei burattini prima di dormire, una sorta di Carosello ante litteramBenché a cinque anni fosse stato presentato ufficialmente alla corte mantovana, Baldassarre era ancora troppo piccolo per sostenere il peso di quegli oneri che strapparono spesso suo padre alla famiglia, costringendolo con i suoi armati a rispondere militarmente  ai veneziani sulle rive del Po e ad altre minacce esterne.

Il mostro che voleva mangiare i bambini è venuto dal lago ” gli raccontava la mamma, quando Baldassarre era ancora in tenera età, trasformando la cruenta attualità in una storia ” la Madonna aveva chiamato gli angeli che lo hanno sollevato e legato lassù, dove non farà più male a nessuno

Con Aloisia il nostro Cortigiano ebbe sempre un rapporto intimo e molto stretto. Mi ha davvero emozionato il racconto del grande sentimento che ha unito queste due figure fino alla fine. Dopo la morte del padre, Baldassarre, ormai uomo di casa, spesso lontano per studio o lavoro, quando poteva  scriveva a sua madre Aloisia  per raccontarle della sua vita tra notizie politiche, richieste personali e svariati pettegolezzi. Aveva ben dodici anni quando il padre lo mandò via da casa per motivi di studio. La mamma, che pregava sempre, gli aveva “appeso al collo un sacchettino stipato di medaglie di tutte le Madonne che, a seconda delle grazie necessarie alla salute del marito e dei figli, ardentemente invocava“. Baldassarre amava sua madre, si fidava solo di lei  e l’apprezzava per “la sua protezione austera e la sua nobile serietà“. Era lei l’àncora di speranza alla quale si rivolgeva in maniera devota, tributandole quel sommo rispetto che ben si percepisce attraverso il racconto della Ferri.

Leggendo  “Il racconto del cortigiano”, ho seguito Baldassare a Milano dove abitò presso un cugino di suo padre, il conte di Serone. Ho sorriso teneramente nel vederlo studiare con passione al fianco degli amici Gian Giorgio Trissino e Giovanni Agostino Caccia con i quali condivideva l’amore per l’ortografia greca e la poesia, le incursioni in biblioteca, il fascino verso quei “libri piccoli e leggeri” che si potevano portare a casa, “risparmiando su un paio di stivali nuovi“. Ho condiviso la curiosità  verso gli studi di Leonardo e Bramante alla corte di Ludovico il Moro, guardando attraverso i suoi occhi i personaggi del tempo.

Ho camminato con lui alla corte di Milano e di Mantova, osservandone gli sfarzi e condividendo la sua nostalgia verso il paese natìo, sentendomi come lui “solo nel mondo, lontano dalla mia famiglia e gli amici“, avvertendone l’incertezza di  “non sapere se mai avrei raggiunto la mia meta mentre ostacoli di ogni genere mi impedivano di tornare a quello che avevo lasciato o di andare avanti“.

L’ho visto andare a Roma, per servire lo Stato della Chiesa e  stupirsi per la “gran cosa” che era quella città passata da Pio III a Giulio II così ambizioso, dedito al nepotismo e cultore della bellezza. Ne ho condiviso i ricordi come quello affettuoso dedicato a Guidobaldo da Montefeltro, uomo buono, sofferente di gotta che ogni mattina “si faceva portare in lettiga nelle strade e nelle piazze per ascoltare le suppliche della sua gente“. Un uomo straordinario, al quale post mortem  Baldassarre dedicò l’epistola De vita et gestis Guidubaldi Urbini ducis.

E dunque i dubbi morali, espressi nella seconda parte del suo Cortegiano, “scritto con tanti travagli” : pur se amici del proprio principe, pur se sotto giuramento, può un suddito fedele essere libero di scegliere virtuosamente? Può rifiutarsi di uccidere un uomo? Attraverso il racconto della Ferri anche il lettore, insieme al protagonista, è invitato a rispondere, meditando sull’uomo Baldassarre e la sua morale proveniente dai valori  familiari e dagli studi umanistici, imperituro interesse del nostro Cortigiano coltivato anche nella Roma di Leone X, nel contesto illustre del circolo culturale di Vittoria Colonna o dopo sposato con la “bella e grave” Ippolita Torelli. Aveva quindici anni e lui trentasette, una notevole differenza di cui anche Baldassarre era conscio:  “mi faceva tenerezza , mi faceva venir voglia di giocare con lei“. Il matrimonio si rivelò felice in quegli anni di guerra in cui la minaccia dei Medici sembrava volerli divorare tutti. Una ombra oscura rischiarata dalla nascita del loro primo figlio, Camillo, al quale seguirono Anna e Ippolita, chiamata come la madre morta partorendola. Era la  famiglia il calore che lo rinvigoriva durante i suoi viaggi diplomatici o le imprese belliche. “Amatemi” scriveva Baldassarre “alla mia chiara e amata consorte, el vostro consorte che vi ama di più“. 
E ho visto l’uomo distrutto da quella perdita così grave, riprendere i suoi impegni diplomatici, muoversi nella Roma di Adriano VI e poi di Clemente VII, cercando di gestire le sue proprietà e le ribellioni dei fittavoli, dovendo fronteggiare nel contempo la minaccia della peste e dei turchi. Attraverso le pagine di questo libro ho avvertito sulla mia pelle i sacrifici fatti di Baldassarre, il suo perenne movimento, le nottate strappate al sonno, gli oneri, la fatica delle proprie austere responsabilità di cortigiano e di padre devoto. Ho seguito Baldassarre fino a Toledo e Siviglia e l’ho ascoltato narrare l’ultimo racconto della sua vita e quel tradimento gratuito che il Papa gli aveva attribuito colpevolizzandolo per il Sacco di Roma in una Italia martoriata dalla peste e dalle carestie. 

Attraverso i suoi occhi ho visto Urbino, splendente culturalmente, animata dal Bibbiena  e dai ritmi della  corte ducale. L’ho seguito lunga la stesura di Tirsi e del Cortegiano e poi ho viaggiato con lui a Londra, per ritirare la nomina di Guidobaldo da Montefeltro a cavaliere dell’Ordine della Giarrettiera, muovendomi per le pericolose strade della città  in quei primi del Cinquecento.
Continuando il viaggio tra le pagine del libro, ho appreso il profondo dispiacere del protagonista  nel constatare il “sangue dietro lo sfavillio e la bellezza delle corti italiane” rimanendo fedele al suo ruolo , umile e sobrio  per non “far ombra ai lustrini del signore” che rappresentava perché un ambasciatore “non rappresenta il potere, ma l’armonia e l’equilibrio con i quali il suo signore governa (non sempre) il suo popolo“. E ho visto attraverso i suoi occhi la guerra e i morti “senza bandiere, senza colore“, morti tutti uguali in quel conflitto fratricida tra Stati italiani e minacciose monarchie europee in cui egli agì anche  in incognito per portare alla Francia “l’imbarazzante offerta del duca di Urbino: tradire il Papa pur di passare dalla sua parte” .

E mi è sembrato di tenergli  la mano, alla fine, in punto di morte, sorridendo con lui al ricordo di quell’intensa vita vissuta che,  grazie alla straordinaria abilità tecnica e al profondo sentire umano di Edgarda Ferri, sono riuscita a ripercorrere al di là del tempo e dello spazio. La vita di Baldassarre è stata straordinaria: è la storia di un uomo e delle sue passioni, del suo lavoro e di incontri con personaggi incredibili. È la storia di chi  ricerca il suo posto nel mondo, impegnandosi per essere all’altezza dell’eredità dei suoi avi. Una storia autentica, antica ed attuale allo stesso tempo, la storia di chi non demorde e crede nei suoi principi, consegnando se stesso all’immortalità.

Editore: ‎Solferino (2 settembre 2021)
Copertina flessibile: ‎352 pagine
ISBN-10: ‎882820737X
ISBN-13: ‎978-8828207375
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Trama
Spendeva in abiti, libri e cavalli, era amico di artisti, consigliere di principi e confidente di dame. Scriveva lunghe lettere alla madre, dense di dettagli e pettegolezzi. Amava il gioco del potere e della politica ma ne rimase più volte scottato e deluso. Ebbe due grandi amori: Elisabetta Gonzaga, conosciuta da bambino e andata sposa a Guidubaldo da Montefeltro, e Ippolita Torelli, che finalmente sposò dopo una serie di fidanzamenti concordati per interesse o calcolo. Fu un’unione singolarmente felice ma dal tragico destino, alla quale non ne seguirono altre: rimasto vedovo, prese i voti per entrare al servizio di papa Clemente VII. Morì in Spagna, dove l’imperatore Carlo V in persona pianse la scomparsa di «uno dei migliori cavalieri del mondo». È un vero e proprio racconto d’avventure, la vita di Baldassarre Castiglione, che ci porta tra gli intrighi delle maggiori corti del Cinquecento: dalla Mantova di Isabella d’Este alla Milano di Ludovico il Moro e poi a Roma, dove Castiglione conobbe Michelangelo e Raffaello alla fastosa corte di papa Leone X, il figlio di Lorenzo il Magnifico. Ma fu a Urbino che scrisse il trattato con cui sarebbe passato alla storia, Il Cortegiano.



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