Sono qui ferma e immobile da diversi anni ormai. Nel mio silenzio immutato tra il frastuono della città. Quante anime mi sono passate vicino, senza probabilmente rendersi conto della mia presenza. Qui a Genova siamo in tre, io e due sorelle come me, in diverse zone della città. Anche se non posso parlare, il mio messaggio vuole essere forte e chiaro, dirompente e straziante. Il ricordo è fondamentale, unico ponte di collegamento verso un’epoca che sembra così lontana ma in realtà non lo è. Un periodo storico che non deve assolutamente ripetersi, ecco a cosa serve mantenere testimonianze fisse e visibili. La storia che rivive attraverso di me racconta di un uomo, uno studente di architettura al Politecnico di Milano. Gli studi vennero interrotti bruscamente allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e si dovette arruolare nel Genio militare, sorte comune a molti giovani della sua età. Dopo l’Armistizio del 1943 entrò a far parte della resistenza con il nome di battaglia di Lamberto. Ma il tradimento di colui che doveva essere considerato un compagno di vita, lo consegnò nelle mani delle SS tedesche e dopo un mese di prigionia e torture venne fucilato. Nemmeno la tortura lo portò a rivelare alcuna informazione ai nemici tedeschi, mantenendo fede al giuramento prestato e la lealtà assoluta verso i propri compagni. Io mi trovo davanti alla sua ultima residenza libera, residenza scelta senza alcuna imposizione. Sono il simbolo di quella libertà che venne strappata senza alcuna considerazione, senza una motivazione specifica se non quella dell’appartenenza religiosa. In un turbinio di violenze, soprusi e follia collettiva che degenerò in tutto il continente europeo e non solo. Non importa se qualcuno non mi nota o se, magari, fa finta di non vedermi, preferendo volgere lo sguardo altrove. Io lo posso capire, fa parte dell’animo umano allontanarsi per quanto possibile dai ricordi più dolorosi, dal terrore e l’aberrazione. Ma sarò sempre qui, non mi posso spostare e non posso essere spostata. Esattamente come la storia che racconto, non può essere cancellata.
“Tutto passa, finisce e si dimentica”, diceva mia nonna quando, inconsolabile, mi rifugiavo in lacrime nella sua gonna per un fatto brutto che mi era capitato. “Tutto passa, finisce e si dimentica” e io scuotevo la testa, dicevo che no, era impossibile, io non avrei mai dimenticato… E invece penso che avesse ragione. Molti dimenticano, tanti rinnegano. Non conoscete la mia vita, non sapete come ho fatto ad arrivare fin qui, dove sono ora. Eppure sono sicura che voi mi vediate, e spesso. Sono sempre lì, nello stesso punto, determinata a riprendermi ciò che mi è appartenuto. Io sì, vi vedo: eleganti, poveri, borghesi, piccoli, grandi sfiorate la mia vita, ma chissà se vi chiedete mai io chi sia, cosa ho fatto, se ho meritato ciò che la sorte mi ha riservato. Io vorrei parlarvi, dirvi chi sono, raccontare la mia storia, e sentire la vostra, ascoltare la vostra voce, chiedervi come vi chiamate, perché anche io avevo un nome, un nome che mi hanno strappato per sostituirlo con un numero, un nome che ho desiderato a lungo di sentire pronunciare. Ora me lo hanno restituito ma io quasi non lo riconosco più. Troppo tempo è passato. Finisce la guerra, ma non finiscono gli incubi; finiscono la fame, gli stenti, il freddo, inizia l’abulia, quella sensazione costante di sentirsi fuori dal mondo, inadeguata. Non sono stata sempre così, ero tutto, avevo tutto, eppure sono diventata niente. Perché non volete sentire la mia storia? Perché voltate la faccia, allontanate i ricordi, respingete la verità? Troppo male, troppo dolore, troppa sofferenza. Ma io ci sono, non sono di celluloide, né di carta o di aria, io sono vera… o forse dovrei dire che sono stata vera, sono stata viva… sono stata morta! Non storcete la bocca, non è un errore, o lo è nella vostra logica forse, ma perché? Pensate ci fosse una logica dietro a ciò che ho dovuto sopportare? C’è una logica in chi non mi vuole piantata qui davanti perché il solo vedermi rievoca brutti ricordi? È logico che mentre altri hanno trovato accoglienza nel mondo io, sebbene tornata nella mia Colonia, debba soffrire ancora una volta l’umiliazione di essere trascinata via, relegata ai margini del mondo? Buttata lì, dove nessuno può vedermi, dove non sono di fastidio a nessuno? Perché questo sono ancora una volta: un fastidio! No! Io rivoglio ciò che mi spetta, ciò che avevo, ciò che ero. Voglio tornare lì, nel punto esatto da cui sono stata deportata. E allora venite qui, ora, tutti. Non voltate la faccia alla Storia e all’orrore! Gridatelo voi il mio nome, qui davanti alla mia casa, che lo sentano tutti il mio nome! Date voi voce alla mia voce, restituitemi memoria, ridatemi vita. Ricordatemi. Riconsegnatemi alla Storia.
Quando il rumore del traffico e il vociare dei passanti, verso il tramonto comincia a diminuire, mi permetto di ricordare. Non sono avvenimenti che ho vissuto direttamente, li ho ascoltati alcune volte. Racconti che si perderebbero in mezzo ad altri mille della mia memoria, se non fosse che alcuni non possono essere dimenticati. È come una eco che continua a ripetersi, che non smette mai di inondare di dolore e di incredulità il mio essere. Un dolore sordo che non passa, che non deve passare, non perché ami la vendetta, ma perché è attraverso il ricordo che nulla di simile dovrebbe più accadere e, perché restituendo un nome a chi lo ha perso, diventando un agghiacciante numero, questi fantasmi tornano in vita. Una vita diversa, una vita in cui che cosa sono stati ha forse più importanza di quanto non lo fosse effettivamente durante la loro esistenza terrena. Rifletto spesso su questi ricordi, sul valore che diamo a ciò che siamo durante la vita e mi accorgo che tutto questo ha una rilevanza non da poco. È il nostro mondo, il mondo che ci squadra e ci identifica come persone.  Ecco perché quando sento le voci dei bambini il pensiero corre immediatamente a lei, e immagino a quante volte avrà udito risate, domande incredule, mille scuse, alcune persino divertenti e quanto avrà sorriso tra sé, raccontandole poi in famiglia… ma tutto si è smorzato in un silenzio improvviso. La crudeltà umana ha ridotto al silenzio una voce sperando di cancellarne il ricordo e forse così per un po’ è stato, finché qualcuno non mi ha affidato un compito preciso in una città come Roma, dove ovunque si respira la storia e ogni pietra ne racchiude una e la racconta. Sono la pietra di inciampo di Nella Montefiori, essere umano, donna, maestra. Il 16 ottobre del 1943 durante un rastrellamento fu catturata, deportata e uccisa immediatamente al suo arrivo ad Auschwitz, questo è ciò che ripeterò all’infinito mentre il mondo continua a correre e a dipanare esistenze e destini. Il tempo per me non esiste, dentro di me affondano radici inestirpabili e altrettante ne creo io ricongiungendomi con il mio elemento originario: io sono fatta della stessa materia delle ossa della terra, e il ricordo di chi ebbe spezzata una vita, in modo vile e barbaro risuonerà per sempre. Questo siamo tutte e tre, pietre di inciampo collocate nel mondo, quello stesso mondo dal quale i nostri corpi, le nostre anime sono state portate vie. Ci hanno ridato i nostri nomi, li hanno incisi sull’ottone incastonato in una pietra; se ci incontrate per strada, lasciate che i vostri occhi inciampino su di noi, che la vostra memoria si fermi per ricordare. Non vogliamo essere per voi un inciampo fisico ma mentale, un collegamento tra passato, presente e futuro, un ostacolo al ritorno di un orrore, di una follia, che non deve ripetersi! Mai più!

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