Articolo a cura di Raffaelina Di Palma
Quel “no” di Rosa Parks di quel 1° dicembre 1955
“Dicono sempre che non ho ceduto il posto perché ero stanca, ma non è vero. Non ero stanca fisicamente, non più di quanto lo fossi di solito alla fine di una giornata di lavoro […]. No, l’unica cosa di cui ero stanca era subire;”
La Storia è ricca di svolte epocali: spesso nascono in silenzio, in maniera inaspettata, da semplici gesti di persone comuni, innescando un effetto domino difficile da fermare.
C’erano già forti sintomi e piani organizzativi in atto da anni, portati avanti da attiviste e associazioni locali in attesa del momento giusto per attivarli.
Molte erano state le avvisaglie. Nel maggio del 1954, il Women’s Political Council (WPC) un’organizzazione di donne afroamericane guidata da Jo Ann Robinson aveva scritto una lettera al sindaco di Montgomery per denunciare le umiliazioni sui bus, avvertendo che non si poteva più evitare un boicottaggio.

Nel 1955 all’interno degli autobus di Montgomery vi erano tre settori: un settore riservato ai passeggeri bianchi (i primi 10 posti davanti), uno dedicato solo ai passeggeri afroamericani (gli ultimi 10 posti in fondo) e un settore intermedio di 16 posti che potevano essere utilizzati da entrambi, ma nei quali, nel caso in cui non ci fossero posti riservati ai bianchi liberi, gli eventuali passeggeri afroamericani seduti erano obbligati a cedere il posto a quelli bianchi rimasti in piedi.
Rosa Parks stava tornando a casa dopo una giornata di lavoro in un grande magazzino. Faceva molto freddo e non trovando posti liberi nella parte riservata agli afroamericani, decise di sedersi al primo posto dietro la fila dei bianchi, nella parte dei posti comuni. Dopo di lei salì un uomo bianco, che restò in piedi. Alcune fermate dopo, l’autista chiese a Rosa di alzarsi e lasciare libero quel posto, lei, senza scomporsi, rifiutò. Conosceva molto bene le regole: i bianchi davanti, i neri dietro e i posti centrali erano misti e si potevano occupare solo se tutti gli altri non lo erano, ma la precedenza era sempre dei bianchi.

La protesta decisiva
Le reazioni della comunità nera di Montgomery avevano dovuto far inserire un emendamento che, decideva, che nessun viaggiatore era obbligato a cedere il suo posto se ce ne erano altri liberi. Un emendamento che servì a poco, anche perché era stato dato un ampio margine nell’applicazione della norma, agli autisti dei bus. Il reclamo della comunità nera di Montgomery contro la discriminazione sui mezzi pubblici proseguirono per decenni. La stessa Rosa Parks, già nel 1944, aveva avuto un diverbio sul bus per la sua scelta del posto.
In quegli anni, comunque, furono numerosi i casi di afroamericani che rifiutavano di cedere il posto che venivano puntualmente arrestati. La NAACP di Montgomery, l’associazione per l’avanzamento delle persone di colore, era alla ricerca di una storia che desse lo spunto per far partire una battaglia legale e politica contro la segregazione. Rosa Parks, che era la segretaria dell’associazione “innescò” quello spunto.
Negli anni successivi si discusse molto su quel suo rifiuto, che fosse stato stabilito e preparato con i leader afroamericani locali? Ma alla fine, forse, fu un gesto spontaneo dettato proprio dalla stanchezza di subire, come dichiarò lei stessa in una intervista.

Il boicottaggio dei bus
Quando Rosa fu fatta scendere dal bus e arrestata, i dirigenti della NAACP, trovarono il caso che stavano cercando: era proprio lì davanti agli occhi di tutti. D’altronde, lei era la persona ideale, proprio perché rispettata da tutti, una persona di una onestà esemplare.
Per quel “no” fu arrestata per condotta impropria e per aver violato il veto che obbligava le persone di colore a cedere il proprio posto ai bianchi nei settori denominati comuni.
Questo atto coraggioso fu la miccia che diede la stura ad una protesta rimasta indelebile nella storia.

Infatti quella stessa notte, Martin Luther King, insieme ad altri esponenti di punta delle comunità afroamericane, realizzò una serie di azioni di protesta: tra le quali, il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery, perché venisse cancellata l’odiosa legge discriminante, che pregiudicava persino la normale possibilità quotidiana di sedersi su un autobus. Una protesta che assunse proporzioni gigantesche e che ottenne l’appoggio dei tassisti afroamericani che conformarono le loro tariffe a quelle degli autobus.
Il boicottaggio ebbe successo: senza i ricavi dei biglietti delle persone di colore, che costituivano la percentuale più alta degli utenti, le casse dell’azienda di trasporti segnarono rosso.
Martin Luther King diede un’impronta pacifista alla mobilitazione, ispirandosi ai principi di Mahatma Gandhi, convincendo la popolazione nera a non usare i mezzi pubblici, sostituendoli camminando a piedi o con biciclette.
Tenne discorsi appassionati tenendo alta la motivazione e la causa della comunità, affrontando minacce personali, intimidazioni e subì persino un attentato dinamitardo alla sua casa.
Il boicottaggio durò 381 giorni.
Il 13 novembre1956, “il caso Rosa Parks” arrivò alla Corte Suprema degli Stati Uniti che dichiarò, all’unanimità, illegale la segregazione razziale sui mezzi di trasporto pubblici dell’Alabama. Da allora Rosa venne considerata, “The Mother of the Civil Rights movement”, come disse Bill Clinton premiandola con la Medaglia Presidenziale della Libertà, nel 1996, la donna che “Mettendosi a sedere, si alzò per difendere i diritti di tutti e la dignità dell’America.”
L’autista che fece scendere Rosa Parks dal bus facendola arrestare, si chiamava James Blake, ex militare, con il quale si era già scontrata anni prima, (1945), anno in cui lei era salita sul bus dalla porta anteriore, riservata ai bianchi e l’autista le aveva chiesto di scendere e risalire dalla porta posteriore, dedicata ai neri: indignata, era scesa ed aveva atteso l’autobus successivo, giurando che da quel momento, non avrebbe più preso un autobus se al volante ci fosse stato James Blake.

Biografia
Rosa Parks era figlia di James Henry McCauley, un falegname e scalpellino e di Leona Carlie Edwards, un’insegnante di scuola elementare, i quali si sposarono il 12 aprile 1912. Anche loro attivisti per la comunità afroamericana. Durante la guerra sua madre lavorò a Detroit, nel Michigan e Rosa constatò che gli afroamericani del nord avevano più libertà degli afroamericani del sud. Alla fine degli anni cinquanta la figura di Rosa Parks diventò un’icona per gli attivisti e, conseguentemente, impopolare negli ambienti segregazionisti bianchi, che erano contro la protesta nera. Dopo numerose minacce e non riuscendo più a trovare lavoro si trasferì a Detroit, dove riprese a lavorare come sarta. Successivamente, dal 1965 al 1988 lavorò come segretaria per il deputato al Congresso John Conyers. Fu impegnata al fianco del marito Raymond Parks nel movimento dei diritti civili e solo negli ultimi anni una storia più dettagliata della sua vita divenne pubblica.
La politica di segregazione nelle regioni meridionali degli Stati Uniti era un’eredità dello schiavismo in vigore fino al 1865, quando fu abolito dal XIII emendamento alla Costituzione. Nel 1876 nei singoli Stati del Sud furono varate le cosiddette “leggi Jim Crow” (dal nomignolo dispregiativo per indicare gli afroamericani) che diedero vita a un sistema in cui i neri erano considerati “separate but equal”, “separati ma uguali.
Rosa Parks morì a Detroit il 24 ottobre 2005. La foto esposta durante la commemorazione funebre, a Montgomery, era quella scattata dalla polizia il giorno del suo arresto: quel “no” che cambiò la Storia.
Se ci domandassero chi era Rosa Parks, forse la prima risposta che daremmo, la più comune, la più semplice e rapida sarebbe: quella sarta di colore che fu arrestata perché rifiutò di alzarsi nell’autobus riservato ai bianchi.
Era il 1° dicembre del 1955: dopo quel suo gesto, il Paese non fu più lo stesso.



