Recensione a cura di Laura Pitzalis
Un romanzo potente dove Maria Rosa Cutrufelli racconta il momento storico in cui, per la prima volta, le donne si sono unite per dare voce ai loro diritti legando il tema sociale a quello personale. Non solo, mette l’accento sulla sorellanza, sul fatto dell’”essere insieme” anche al di là del lavoro per raggiungere dei traguardi che per essere raggiunti hanno bisogno dell’energia di tutte, dello “stare assieme”, appunto.
Il titolo, “Il cuore affamato delle ragazze”, indica infatti questo, la fame di giustizia e di dignità e si rifà allo slogan “Bread and Roses”, Pane e Rose, simbolo movimento operaio e femminista dell’industria tessile americana dei primi decenni del ‘900. Questo slogan esprime il desiderio delle donne di avere non solo un salario adeguato, (pane), ma anche il riconoscimento della loro dignità, il rispetto e il miglioramento della loro qualità di vita, (rose).
Maria Rosa Cutrufelli ci racconta una storia di finzione ambientata in una New York dei primi decenni del ‘900, con protagoniste di fantasia, giovani ragazze alla ricerca di un futuro migliore, che s’intrecciano con figure realmente esistite e fatti realmente accaduti e ben documentati come il primo grande sciopero mai fatto a New York nel tessile e l’incendio della fabbrica Triangle il 25 marzo 1911.
Conosciuto come “La grande Rivolta delle ventimila” o “il Grande sciopero”, la protesta delle operaie tessili partì dalla fabbrica della Triangle Shirtwaist Company di New York, iniziò l’8 marzo 1910 e durò fino a dicembre dello stesso anno. Coinvolse ragazze giovanissime sotto i vent’anni, la maggior parte migranti italiane che provenivano soprattutto dal sud Italia ma anche dal Veneto e Piemonte. Erano state loro, giovani com’erano, senza esperienza e appena sbarcate in un paese, in un continente sconosciuto, a ribellarsi alle condizioni inumane di lavoro nelle fabbriche americane. Erano state loro a invadere, con i loro cortei, le strade di New York, a conquistare l’attenzione della stampa e la solidarietà delle ricche signore. Ragazze coraggiose ed appassionate nonostante la loro condizione di ultime tra gli ultimi, che pretendevano di essere felici, che sognavano la libertà dalla fame insieme alla libertà del cuore.

“Nessuno, né i giornalisti, né gli industriali, né gli uomini del sindacato, nessuno credeva che avessero il coraggio di sfidare i padroni. Forse nemmeno loro, abituate com’erano all’obbedienza, tanto in fabbrica quanto in famiglia […] e lo trovarono, il coraggio, alla fine. Svitarono le Singer dalle loro postazioni (perfino alla Triangle, la più moderna delle fabbriche moderne, le macchine dovevano fornirle le operaie) e, con il loro tesoro tra le braccia, scesero per strada”.
Fu uno sciopero enorme e molto duro ma non cedettero e si continuò a scioperare per ben nove mesi fino a quando non fu loro concesso oltre l’aumento di paga il poter essere rappresentate dal sindacato che le avrebbe tutelate per una maggior sicurezza e garanzia del lavoro. Quasi tutte le industrie tessili accettarono l’accordo tranne, ironia della sorte, la Triangle, la fabbrica da dove era partito lo sciopero, che, non avendo accettato la sindacalizzazione, non veniva sottoposta alle ispezioni.
E questo portò al secondo fatto storico che viene raccontato nel romanzo: l’incendio, il 25 marzo 1911, della fabbrica “Triangle” che causò la morte di 146 persone la stragrande maggioranza donne, per lo più giovani immigrate, in gran parte italiane, tra i sedici e i ventitré anni. Poiché la fabbrica occupava gli ultimi tre piani di un palazzo di dieci piani, l’Asch building, molte delle vittime morirono nel tentativo disperato di salvarsi lanciandosi dalle finestre.
Piombavano giù, in uno spicchio di cielo dietro la cornice del portone, disegnando lunghe scie incandescenti. Ed erano gonne, erano vestiti che contenevano corpi in fiamme […] Sentivo le implorazioni rivolte ai pompieri: «Alzate le scale! Alzate le scale!». Ma le scale erano già alzate. Raggiungevano a malapena i piani bassi e a livello del sesto si arrestavano, inutili e vuote. Le stanghe laterali però salivano ancora un poco. Puntavano dritte in direzione del cielo, simili a braccia tese invano verso un traguardo irraggiungibile. Verso quelle figurette in bilico sui cornicioni degli ultimi piani. La folla gridava: “No, no, non vi buttate, vengono a prendervi, ora vengono!” Ma le ragazze continuavano a cadere e cadere. Dall’ottavo, dal nono, dal decimo piano.
I proprietari della fabbrica, Max Blanck e Isaac Harris, che al momento dell’incendio si trovavano al decimo piano e che tenevano chiusi a chiave gli operai per paura che portassero via pezzi di stoffa o facessero troppe pause, si misero in salvo e lasciarono morire le donne e gli uomini rimasti intrappolati.

Il processo che seguì li assolse e l’assicurazione pagò loro 445 dollari per ogni morto mentre il risarcimento alle famiglie fu solo di 75 dollari.
Il romanzo comunque non è una cronaca romanzata di questi due eventi, molti sono i temi trattati: c’è la storia dell’immigrazione nei primi anni del Novecento, c’è la descrizione della crescita della consapevolezza dei diritti e la sorellanza tra le donne e c’è poi anche l’importanza della memoria per non dimenticare. Ed è la protagonista, Etta diminutivo di Marietta, che ce li racconta in prima persona in due piani temporali che si alternano nei capitoli.
Primi anni del ‘900 è la Etta giovane: la sua infanzia e giovinezza a Philadelphia; il suo lavoro come infermiera all’ Ellis Island, (la principale stazione di ingresso per gli immigrati che arrivavano negli Stati Uniti, simbolo della speranza e di nuove opportunità, dove anni prima erano sbarcati i suoi genitori partiti insieme a migliaia di altri migranti dalla Sicilia); l’incontro con Tessie, una cucitrice, che la introduce nel sindacato e nelle questioni sociali; la presa di coscienza che i diritti della persona, il suo rispetto e la sua dignità dipende dalla classe sociale a cui appartieni.
C’è un “frame” nel romanzo che mi ha colpito molto, quando Etta, ancora ragazzina, va in gita con il padre a New York insieme a Molly, la sua amica d’infanzia che lei definisce “amica di sempre”, e c’è il suo primo impatto con la grande città: vede strade sporche e brutte e strade belle, negozi poveri e negozi belli, case alveari e palazzi di marmo, uomini con le scarpe lucide e gatti col pelo tignoso.

Lei, figlia di un medico migrato dalla Sicilia non per fame ma per motivi politici, abituata ad una vita benestante vede l’altra faccia della medaglia: non tutti i migranti erano uguali anche se erano saliti nella stessa nave. E si chiede:
“[…] dov’era il guadagno, per noi, se anche da questo lato dell’Atlantico le cose andavano storte. Se c’erano le stesse miserie e gli stessi privilegi che c’erano dall’altra parte.”
Quando conoscerà l’altra persona importante per lei, Tessi, quando si troveranno a frequentare lo stesso edificio ma in luoghi di lavoro diversi e lei, infermiera, prende l’ascensore con le pareti di velluto e Tessi il montacarichi perché è un’operaia, prende coscienza di quelle che possono essere le differenze sociali.
Anni ’70 è la Etta alla soglia degli ottant’anni che si tormenta se respingere il ricordo del passato o se accettarlo e condividerlo per non dimenticare.
“ … vogliono la tua testimonianza, dovresti aiutarli. Tu conoscevi le ragazze della Triangle, lavoravi nello stesso palazzo… Eri là dentro, al quinto piano dell’Asch Building, quando è scoppiato l’incendio, ne hai da raccontare! […] non scrivono tanto per riempire una pagina di giornale o per riesumare uno scandalo! Vogliono approfondire, analizzare il contesto storico… Si tratta di una ricerca universitaria, santiddio. La prima su quel maledetto 25 marzo, non credi sia importante?”
Ma lei fa fatica ad accettare perché vuole dimenticare. Poi decide di ricordare, stanca di scacciare il passato ogni volta che si presenta e perché ci sono storie che non devono essere taciute mai, anche quando non esce la voce per raccontarle. E allora si scrive, perché la scrittura è un silenzio che non tace. Ripercorrere alcuni punti importanti della sua vita vuol dire anche non dimenticare le donne che sono state coraggiose, significa ricordare il loro valore e soprattutto le azioni che sono state fatte insieme. Perché i ricordi, anche se dolorosi, devono essere tramandati.

E a proposito di “dimenticanza”, ho trovato molto incisivo l’incipit del romanzo:
“Questo è il paese della dimenticanza” diceva mio padre. Ogni volta che apriva un giornale e s’imbatteva in qualche notizia che non gli andava giù – un furto, una rissa, un imbroglio – smetteva di leggere e si rivolgeva a mia madre: “Ah, il paese della dimenticanza”[…] E così quella parola difficile, dimenticanza, nella mia testa di bambina diventò una malattia. Un morbo. Anzi, quello specifico morbo che aggrediva i nuovi arrivati e li costringeva a commettere delle sciocchezze […] Eravamo negli anni della corsa all’America e i nuovi arrivati, come li chiamava mio padre, erano i nostri paesani che scendevano a migliaia dalle navi. Contadini senza terra, braccianti ridotti in miseria, poveri cristi in cerca di fortuna. Sbarcavano credendosi in salvo e invece, fra gli altri inconvenienti, rischiavano d’immischiarsi con gente malandrina e di perdere la memoria di sé stessi assieme alla dignità…
Quanta contemporaneità si trova in queste parole. Oggi che i migranti non siamo noi, oggi che “La Merica” siamo noi.
PRO
La fluidità della scrittura spinge chi legge a immergersi totalmente in quelle atmosfere sapientemente ricreate stimolando la curiosità ad approfondire gli argomenti. Ottimo per non dimenticare e per riflettere.
Nel romanzo le protagoniste, Etta, Tessie e Molly, personaggi di fantasia, s’intrecciano con donne reali che da attiviste hanno contribuito a promuovere i diritti delle donne e a modificare le leggi per la sicurezza sul lavoro, dando un grande impulso all’emancipazione femminile.
Pauline Newman alla direzione per ben 60 anni dell’International Ladies Garment, Workers Union
Clara Lemlich una delle donne simbolo dell’emancipazione femminile, forza trainante del sindacato e fondatrice di un comitato permanente di sostegno alle donne lavoratrici.
Frances Perkins che, dopo il rogo del 25 marzo 1911, dedicò tutta la sua intera vita a far sì che simili tragedie non accadessero più.
Jane Addams, la più famosa di tutte perché nel 1931 le fu assegnato il Nobel per la pace.
Frieda Miller attivista sindacale, amministratrice governativa e attivista per i diritti delle donne statunitense.
CONTRO
Assolutamente nulla

Il cuore affamato delle ragazze – edizione e-book
Trama
Etta è giovane e affamata di vita quando si trasferisce a New York da Philadelphia, dov’è cresciuta, per lavorare come infermiera all’ospedale di Ellis Island, l’isola degli arrivi, il lembo di terra dove approdano le speranze e i sogni di tanti. Siamo nel 1910 e solo vent’anni prima nello stesso porto sbarcava la nave su cui viaggiavano i suoi genitori, partiti insieme a migliaia di altri migranti dalla Sicilia. Ed è in quel mondo a sé, sospeso tra lacrime ed euforia, che Etta incontra per la prima volta Tessie. Ne rimane subito colpita: cappello di paglia, cravattino, un lampo di intelligenza negli occhi scuri e un cognome italiano come il suo. Tessie è una cucitrice, ma sta dando una mano come interprete sull’isola per conto dell’Unione delle operaie a cui è iscritta. Nonostante Etta sia cresciuta con un padre socialista, dei sindacati femminili che stanno nascendo nelle città americane non sa ancora nulla, ed è Tessie, durante gli anni della loro amicizia, a trascinarla agli incontri dell’Unione e a presentarle le sue compagne sindacaliste e suffragiste. Sono gli anni in cui le operaie delle fabbriche di Manhattan cominciano a scioperare per ottenere condizioni di lavoro migliori, scendono in strada per rivendicare tutto ciò di cui i loro corpi e i loro cuori sono affamati: il pane, ma anche le rose. Etta e Tessie sono sempre in prima fila, ed è anche frequentando quell’ambiente di donne femministe e indipendenti che trovano il coraggio di dare un nome al sentimento che provano l’una per l’altra. L’incendio della fabbrica di camicette Triangle, in cui nel marzo del 1911 muoiono quasi centocinquanta operaie, è un detonatore potentissimo per la loro rabbia e per quella di tutte le altre lavoratrici.



