Santo o furfante, taumaturgo o ciarlatano, stregone o scienziato?
Articolo a cura di Laura Pitzalis
Pochi personaggi del Settecento hanno suscitato giudizi così opposti come Alessandro Cagliostro. Nella biografia Cagliostro. Storia di Giuseppe Balsamo mago e avventuriero, Roberto Gervaso riporta alcune delle definizioni più significative che gli furono attribuite. Per Giacomo Casanova, che lo conobbe ad Aix-en-Provence, era un “ciurmatore e buffone”. Goethe lo definì un “puro e semplice artista dell’inganno e della manipolazione”. Di tutt’altro avviso era Johann Lavater, che dopo averlo conosciuto scrisse: “Il Cagliostro che io ho conosciuto era davvero un sant’uomo”. E Ribadeau Dumas: “Gli toccò la morte ignominiosa, riservata ai non conformisti, ai visionari, ai profeti. Anche Huss, Savonarola e Galileo furono martiri dell’Inquisizione”.

Già queste poche definizioni raccontano molto più di una biografia: raccontano un uomo che, ancora oggi, sembra sfuggire a qualsiasi tentativo di essere rinchiuso in una sola identità.
Di Cagliostro furono scritti libri, memoriali, lettere e testimonianze già durante la sua vita. Il problema non è dunque la scarsità delle fonti, ma la loro attendibilità. Alcune nascono dall’ostilità, altre dall’ammirazione; alcune sono dichiaratamente di parte. Ricostruire la sua vita significa quindi muoversi continuamente tra documenti, testimonianze, accuse e leggende.
Ed è proprio qui che comincia il mistero.
GIUSEPPE BALSAMO O ALESSANDRO CAGLIOSTRO?
Il primo enigma riguarda la sua identità.
Secondo quanto emerse dalle indagini e dal processo dell’Inquisizione, l’uomo che si faceva chiamare Alessandro Cagliostro era Giuseppe Balsamo, nato a Palermo nel 1743 da una famiglia di modeste condizioni. Una giovinezza irrequieta, trascorsa tra collegi, espulsioni e piccoli episodi poco edificanti, avrebbe preceduto la sua trasformazione nel celebre personaggio che avrebbe conquistato l’Europa.
Questa ricostruzione, tuttavia, va letta tenendo conto della natura delle fonti: gli atti dell’Inquisizione erano finalizzati a giudicare Cagliostro e contribuirono a costruire un’immagine fortemente negativa della sua persona. Per questo, alcune delle accuse e dei racconti sulla sua giovinezza devono essere valutati con cautela e confrontati con altre testimonianze.
Durante il processo romano Cagliostro rifiutò di identificarsi con Giuseppe Balsamo. Raccontò invece di avere origini misteriose, di essere stato allevato a Malta sotto la guida di un maestro, il Gran Cofto, e di aver ricevuto da lui conoscenze sulla medicina, sulla filosofia e sui misteri egizi.
“ La verità su di me non sarà mai scritta, perché nessuno la conosce. Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo. […] Io sono colui che è. […] Io sono Cagliostro”.
Era un imbroglione che aveva costruito accuratamente il proprio personaggio? Oppure un uomo che aveva davvero scelto di cancellare la propria identità per assumere un’altra esistenza?
Non abbiamo una risposta definitiva. E forse è proprio questa impossibilità di stabilire dove finisse la realtà e dove cominciasse il personaggio ad aver contribuito alla nascita del mito.

GUARITORE O IMPOSTORE?
Cagliostro compare sul palcoscenico europeo a partire dagli anni Settanta del Settecento. Accanto a lui c’è la moglie Lorenza Feliciani, una donna bellissima che aveva sposato quando lei aveva quattordici anni e lui poco più di venti. Fu un’unione travagliata, fatta di complicità, tradimenti e denunce reciproche, passione e ostilità. I loro primi anni furono vissuti nella povertà e tra espedienti, truffe, documenti falsi e piccole frodi.
Sono fatti riportati dalle fonti, anche se non è possibile escludere che alcune accuse siano state costruite o amplificate a posteriori per sostenere l’immagine del ciarlatano.
È in questo periodo che le cose cambiano: Cagliostro cominciò a presentarsi come guaritore, sostenendo di poter curare patologie che i medici dell’epoca ritenevano difficili o incurabili.
Le testimonianze sulle sue attività terapeutiche sono numerose, ma provengono da fonti di natura diversa e non sempre facilmente verificabili.
I suoi metodi erano un insieme difficile da collocare secondo i nostri criteri: preparazioni erboristiche e chimiche, conoscenze mediche, pratiche riconducibili al mesmerismo, imposizione delle mani e rituali di carattere esoterico. Per i suoi sostenitori erano manifestazioni di una conoscenza superiore; per i suoi detrattori, un elaborato sistema di suggestione.
Viaggiò moltissimo: Inghilterra, Olanda, Belgio, Germania e Curlandia, dove acquisì esperienze e costruì la propria fama. Ma non ovunque fu accolto allo stesso modo. In Russia, nel 1780, la sua permanenza fu segnata da scandali e diffidenza. La stessa Caterina II rifiutò di riceverlo, considerandolo da subito un ciarlatano.
A Strasburgo, tra il 1780 e il 1781, la sua fama raggiunse il culmine. A lui si rivolgevano nobili e ricchi, ma anche gente comune, che, secondo diverse testimonianze, Cagliostro curava gratuitamente. Le autorità cittadine lo accolsero favorevolmente e il cardinale Louis de Rohan, arcivescovo di Strasburgo e uno degli uomini più potenti di Francia, divenne suo protettore e amico.
La sua popolarità cresceva, ma non mancavano i medici che continuavano ad accusarlo di essere un truffatore. Cagliostro li sfidò allora a un confronto pubblico: ciascuno avrebbe dovuto scegliere un paziente, curarlo per un mese e sottoporre i risultati al giudizio di una commissione indipendente.
La proposta non ebbe seguito.
L’UOMO DEI MISTERI
Cagliostro non era soltanto un guaritore. Fondò, tra il 1777 e il 1778, il Rito Egizio, una forma di massoneria esoterica settecentesca che si richiamava all’Egitto e alla sapienza egizia, alla quale attribuiva una funzione di elevazione spirituale.
Si distingueva dalle massonerie convenzionali perché incorporava pratiche che andavano oltre il simbolismo tradizionale, come la meditazione e le pratiche di sviluppo interiore. Ma soprattutto perché ammetteva le donne, creando logge femminili parallele a quelle maschili, con rituali e gerarchie distinti.
Durante le cerimonie comparivano anche i cosiddetti Colombi e Pupilli, giovani iniziati che, in stato di trance, sostenevano di poter vedere persone morte o eventi non accessibili attraverso i normali sensi.

Fenomeni autenticamente straordinari? Oppure una combinazione di suggestione, abilità scenica e informazioni raccolte attraverso una rete di conoscenze? Anche in questo caso, le testimonianze permettono di conoscere ciò che accadeva durante le cerimonie, ma non di stabilire con certezza come interpretarlo.
Ed è proprio questo il tratto che accompagna tutta la vicenda di Cagliostro: lo stesso episodio può diventare una prova d’inganno oppure una conferma del suo carattere eccezionale, a seconda di chi lo racconta.
L’AFFARE DELLA COLLANA: VITTIMA O PROTAGONISTA?
Nel 1781 Cagliostro arrivò a Parigi, dove divenne una delle persone più celebrate e più odiate della città. Fu accolto dall’aristocrazia, dalla nobiltà e dagli intellettuali, aprì una loggia, cominciò a guarire i malati e tenne le sue cerimonie. A Parigi la sua fama raggiunse uno dei momenti più alti: Rohan era ormai suo protettore e il Rito Egizio raccoglieva nuovi adepti.
Ma fu proprio qui che iniziò il suo declino, quando venne coinvolto nel celebre Affare della collana, una truffa che causò uno degli scandali più intricati della storia francese.
La contessa Jeanne de Saint-Rémy de Valois, usando lettere false e una serie di complici, ingannò il cardinale Louis de Rohan, gli fece credere che la regina Maria Antonietta desiderasse acquistare una costosissima collana di diamanti e che lo avesse scelto come intermediario. La collana venne acquistata, smontata e i diamanti rivenduti. Cagliostro, proprio perché amico di Rohan, venne coinvolto nella vicenda, arrestato e rinchiuso nella Bastiglia, ma fu successivamente riconosciuto estraneo alla truffa.
Nonostante l’assoluzione, lo scandalo rovinò la sua reputazione e fu espulso dalla Francia.
PROFETA O ABILE OSSERVATORE?
Dopo la Francia Cagliostro continuò la sua vita nomade, che aveva sempre caratterizzato la sua esistenza. In questo periodo scrisse molto e lasciò diverse lettere, alcune delle quali sono sopravvissute, nelle quali esprimeva la sua visione del mondo: il progresso umano come processo di elevazione spirituale e la libertà come condizione essenziale per raggiungerla.
Nel 1786, da Londra, pubblicò una Lettera al popolo francese nella quale preannunciava profondi cambiamenti per la Francia.
Tre anni dopo sarebbe scoppiata la Rivoluzione francese.
Ancora una volta, le interpretazioni si divisero: per i suoi sostenitori fu un vaticinio; per i suoi critici, una previsione tutt’altro che soprannaturale, un’analisi politica razionale di una situazione che era già instabile.
LA SCELTA CHE GLI COSTÒ LA VITA
Nel 1789 Cagliostro fece una scelta apparentemente incomprensibile: tornò a Roma.
Era probabilmente uno dei luoghi meno adatti per un uomo come lui. Era massone, aveva già avuto problemi con diverse autorità europee e si apprestava a entrare nella città sede del papa e dell’Inquisizione.
Secondo quanto dichiarò, era giunto il momento di portare il Rito Egizio nella capitale della cristianità, di iniziare anche qui il processo di elevazione spirituale.
Per gli avversari, un pazzo accecato dalla propria presunzione. Per i suoi sostenitori, qualcuno che aveva scelto consapevolmente di affrontare il proprio destino.
Arrivò a Roma nel maggio 1789 e fu arrestato il 27 dicembre dello stesso anno con l’accusa di massoneria, eresia e pratiche magiche. E Lorenza testimoniò contro di lui, non si sa se perché costretta o per salvarsi. Sta di fatto che la sua testimonianza fu una delle principali prove usate contro il marito.
Il processo durò tre anni e fu lungo, puntiglioso, condotto con la meticolosità burocratica tipica dell’Inquisizione. Si concluse con una sentenza di morte per eresia, commutata poi, per intervento diretto del papa, in carcere a vita.
La scontò nella fortezza di San Leo, nelle Marche, uno dei luoghi più inaccessibili e sicuri dello Stato Pontificio. Fu rinchiuso in una cella costruita appositamente per lui, pensata per garantirne l’isolamento totale: aveva una sola apertura in alto, attraverso la quale passavano il cibo e l’aria, pensata per impedirgli ogni contatto con l’esterno.

Morì lì il 26 agosto 1795, dopo quasi sei anni di prigionia.
Anche sulla sua morte rimase un’ombra di mistero: ufficialmente fu colpito da un ictus; altre versioni hanno parlato di una morte violenta. La certezza documentaria, ancora una volta, non c’è.
Fu sepolto nel forte San Leo ma la sua tomba, con affidabilità, non fu mai ritrovata.
ALLORA, CHI ERA DAVVERO CAGLIOSTRO?
Forse è proprio questa la domanda alla quale è più difficile rispondere.
Un impostore? Certamente nella sua vita ci furono comportamenti e vicende che alimentano questa interpretazione.
Un guaritore? Le testimonianze sulle sue attività terapeutiche sono numerose, ma non bastano a trasformare le sue guarigioni in fenomeni inspiegabili.
Un esoterista? Senza dubbio costruì intorno a sé un sistema di rituali, simboli e credenze che ebbe un seguito reale.
Un visionario? Probabilmente sì, almeno per la fiducia assoluta con cui perseguì le proprie idee.
Una vittima dell’Inquisizione? Anche questa interpretazione ha elementi a suo favore, soprattutto considerando il clima politico e religioso dell’epoca.
Lo avevano definito un imbroglione, un ciarlatano, un uomo accecato dalla propria presunzione. Eppure lo avevano rinchiuso in una fortezza inaccessibile, in una cella costruita appositamente per impedirgli ogni contatto con l’esterno. Perché tanta severità nei confronti di un uomo che, secondo i suoi accusatori, era soltanto un furfante?
Ma nessuna di queste definizioni, presa da sola, sembra sufficiente.
Forse Cagliostro fu soprattutto un uomo capace di trasformare la propria vita in un enigma, lasciando agli altri il compito di interpretarlo. E noi, a più di due secoli dalla sua morte, continuiamo a fare esattamente quello che lui sembrava desiderare: discutere su chi fosse veramente.
Per quanto mi riguarda, faccio fatica a considerarlo semplicemente un criminale. Non perché voglia trasformarlo in un santo o credere senza riserve alle sue presunte capacità straordinarie. Al contrario: penso che intorno a lui ci siano certamente mistificazioni, esagerazioni e comportamenti difficili da difendere. Ma mi colpisce il fatto che, accanto alle accuse, ricorrano anche testimonianze di persone che lo ricordavano per le sue cure, per l’attenzione verso i più poveri e per la capacità di affascinare chiunque entrasse in contatto con lui.
E allora mi resta una domanda: qual è, esattamente, il suo crimine?
Essere stato un impostore? Aver ingannato qualcuno? Aver cercato fama e denaro? Oppure, più semplicemente, aver sfidato le convenzioni del proprio tempo fino a diventare una figura troppo scomoda per essere tollerata?
Non ho una risposta definitiva. E forse è proprio questo il bello di Cagliostro: più cerchiamo l’uomo dietro il mito, più ci troviamo davanti a un altro enigma.
Questa, naturalmente, è soltanto la mia opinione. E voi, che ne pensate?



