cinema e teatro Viaggio nella storia

Il cinema italiano: dal Neorealismo in poi.

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Articolo a cura di Raffaelina Di Palma

Soltanto in una sala cinematografica e in nessun altro luogo si usufruisce di quella magia  che lascia fuori il “mondo reale.” Emerge il bisogno di evasione, quel piccolo spazio diventa un personale equilibrio mentale, un’esperienza che coinvolge tutti i sensi, si entra nella storia che viene raccontata sul grande schermo, attraverso questo potere ci isola facendoci sognare. E su queste onde mi arrivano ancora vive le sensazioni struggenti di quando da adolescente andavo al cinema. Entravo in quella magia, nel momento in cui ne varcavo la soglia: lasciando fuori il mondo reale per condividere un’emozione collettiva.

Questo è il cinema.

Il Cinema e la Dolce Vita

Insieme con Thriller Storici e Dintorni entriamo in una delle tante sale cinematografiche italiane per parlare di una delle epoche più significative del cinema italiano: “La Dolce Vita” e… altro.

Dopo varie stagioni di grandi successi, che il cinema italiano ha attraversato, sia nazionali che internazionali, una di queste è il denominato Neorealismo: un movimento genuino e sincero di autori che scelsero di uscire dai teatri di posa e di raccontare il giornaliero vivere della gente.

La cinematografia del neorealismo nasce, prende corpo durante la seconda guerra mondiale con riflessi molto importanti sul cinema contemporaneo.

I registi rinunciano ai teatri di posa per girare per strada, tra le macerie, spesso facendo recitare attori non professionisti per garantire la massima autenticità.

Le opere simbolo, che danno l’input al nuovo cinema sono: “Roma città aperta”(1945) di Roberto Rossellini, “Ladri di biciclette” (1948) di Vittorio De Sica e “La terra trema” (1948) di Luchino Visconti.

Gli scrittori, seguendo la scia degli ideali della Resistenza, rinnovano il loro linguaggio letterario adottando uno stile diretto e corale. Le opere che diventano simbolo di quel periodo sono: “Uomini e no” (1945) di Elio Vittorini, “La casa in collina” (1947) di Cesare Pavese e “Il sentiero dei nidi di ragno” (1947) di Italo Calvino.

La guerra, la Resistenza, la povertà, la disoccupazione, le lotte contadine e la solitudine dell’individuo, (Umberto D. (1952) il film dove, Vittorio De Sica, descrive la solitudine della società  racchiusa nella vita di un professore in pensione. Lo stile del realismo estremo, rifiuto dell’artificiosità, attenzione ai dettagli della vita quotidiana e forte impegno civile e morale.

La fase del neorealismo, ha avuto inizio nell’immediato dopoguerra (1945), il suo momento più importante è quello che va dal 1945 al 1948.

Parlare della Dolce Vita (1960) non è un’impresa facile, poiché è stata lo spartiacque tra l’Italia del secondo dopoguerra e il boom economico: dalla lotta per la sopravvivenza degli anni ’50 e ’60 all’era del consumismo e della mondanità.

I soliti ignoti

L’opinione del mondo del cinema vuole la nascita della Commedia all’italiana con il film di Mario Monicelli “I soliti ignoti” (1958).

Ma dopo l’enorme successo di pubblico e di critica del film di Pietro Germi con “Divorzio all’italiana” (1961), proprio interpretando il titolo di questo film, nasce il termine “Commedia all’italiana” che dà il via a un nuovo genere di film: tra umorismo critico e tragedia, una sorta di umori contrastanti che contraddistingue brillantemente la maggior parte della produzione cinematografica italiana degli anni ’60 e ’70.

Non si può stabilire né con date, né con film “un genere” che, anzi, nasce in quella bottega di idee formatasi con l’incontro tra scrittori, registi, e soprattutto sceneggiatori e proprio da questi insoliti incontri, che si sono uniti tanti pensieri e culture, alternatesi dal primo dopoguerra in poi: attraverso il Neorealismo, il Neorealismo comico, il Neorealismo rosa si arriva, infatti, alla Commedia all’italiana.

Il filone comico

Soltanto grazie ad un percorso tra i titoli di film, di registi emergenti, di sceneggiatori e l’alternarsi degli interpreti, si comprende il passaggio graduale del cinema italiano giunto al traguardo della già citata Commedia all’italiana che, a tutt’oggi, viene analizzata e copiata dagli inglesi, francesi, americani, dall’est europeo e mediorientale: riunita nei suoi modelli strutturali in un variegato agrodolce di buonumore nostalgico, tutto ciò che suscita ilarità e tragicità, ricchezza e miseria, con quel contatto sensibile con il quale trattare i poveri e i perdenti,  disonesti e onesti e  falsi borghesi, i nuovi ricchi, il sesso e la morale che si trasformano ed evolvono con le nuove generazioni.

Con l’esaurirsi del realismo del dramma, delle macerie, della mancanza di cibo, della lenta ricostruzione, gli ultimi bagliori di moralismo cattolico, portano a galla il ritrovato piacere del pubblico e con le leggi di mercato e della suddivisione, emerge in breve tempo il realismo comico seriale prendendo spunto dalla rivista e dal varietà. (Totò, Aldo Fabrizi, i fratelli De Filippo, Renato Rascel, Macario, Nino Taranto con i film fatti su misura della loro vena comica,  i loro tratti distintivi e le derivanti macchiette dell’avanspettacolo.

Intanto il cinema italiano cresce, si amplia, con idee nuove e nuovi generi e filoni: cappa e spada, peplum, (sottogenere del film storico), melò, canzonette…

Affiancati al cinema d’autore, troviamo Visconti, Fellini, Antonioni, Zampa, Lattuada, De Santis, Castellani insieme con gli sceneggiatori, Zavattini, Pratolini, Flaiano, Brancati ( letterati, intellettuali, maestri di scrittura…) fioriscono film di evasione pura, con una comicità schietta unita a espressioni dialettali legati alla quotidianità e al folklore.

Servono per questo genere sceneggiatori creativi, pungenti, divertenti, non più quelli drammatici e impegnati.

Il Marc’Aurelio.

“In un docufilm importante “Che strano chiamarsi Federico” (2013) ultimo film di Ettore Scola, il regista racconta il suo arrivo al “Marc’Aurelio”, giornale satirico in cui si stavano facendo le ossa tutti gli sceneggiatori della futura commedia all’italiana: Steno, Mosca, Metz, Marchesi, Maccari, Age e Scarpelli.”

Il cinema perde drammaticità e acquista leggerezza

Siamo negli anni ’50; “Due soldi di speranza” e “È primavera” di Renato Castellani, “Totò cerca casa” e “Guardie e ladri” di Steno e Mario Monicelli, hanno sovvertito la tradizione creando un nuovo filone. L’allestimento scenografico è senza dubbio realistico, concreto e pratico, ma con toni più leggeri e lineari a cui gli interpreti cercano di dare un tono più comico e gaio.

Mario Monicelli

Dal 1952/53, ha inizio la lunga serie di Don Camillo e Peppone, di Giovanni Guareschi, la tetralogia di Pane amore e… sono due serie che raccontano la vita di provincia con una politica approssimativa, gli amori, i dispetti, le sagre paesane, i sacerdoti  e i segretari del popolo che condividono pacificamente (o quasi) i loro spazi. I marescialli e le levatrici icone di nascita e di sicurezza, l’Italia vive un dopoguerra ancora di ambiente rurale e agreste.

Il Neorealismo si frantuma in una serie di altri generi, con film a episodi o di ambiente balneare. Con la ventata di giovinezza portata dalle prime Miss Italia, Miss Simpatia, Miss Cinema… nasce il Neorealismo rosa o commedia rosa, il cinema italiano si appoggia a queste ragazze che attraggono con la loro bellezza, una fisicità accentuata da una folata di sesso proibito che coinvolge non soltanto giovani e vecchi, ma anche intere famiglie.

Arrivano le storie dei “Poveri ma belli”, simboli dei giovani spensierati, interpretati da Marisa Allasio, Maurizio Arena, Lorella De Luca, Antonio Cifariello, Alessandra Panaro, Renato Salvatori, Mario Girotti.

Gli sceneggiatori non conoscono la crisi della “pagina bianca” essi raccolgono le storie che poi svilupperanno, dall’umorismo popolano amalgamandolo con la satira, in un copione che si ricongiunge sempre in un determinato contesto. 

Davanti al grande schermo l’immersione è totale, a cui contribuisce il buio della sala e la potenza dell’impianto “audio surround” avvolge lo spettatore in una esperienza visiva e sonora che il televisore casalingo non può dare. L’estate è la stagione del recupero, il momento in cui si stacca la spina e si vive di più all’aria aperta e quindi l’estate è anche la stagione del cinema all’aperto. Che sia un’arena o un “drive-in” o “cinema sotto le stelle”, comunque lo si chiami, il cinema ci riporta  ogni volta alla “polvere di stelle” e ai grandi sogni.

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