Narrativa recensioni

Figlie selvagge – Cinzia Giorgio

Recensione a cura Costanza Marzucchi

Cari lettori e lettrici, è per me un onore parlarvi di un romanzo che ho trovato molto interessante e di cui vi lascio la recensione, precisando che tale presentazione non è pienamente in grado di esaltare la bellezza dell’opera che ho avuto il piacere di leggere. Il libro di cui vi ho dato una così entusiasta introduzione è il romanzo Figlie Selvagge di Cinzia Giorgio, edito da Garzanti.

Si tratta di un’opera appartenente al genere storico incentrata sul fenomeno delle famose streghe di Benevento, verificatosi nel corso del Seicento. Secondo la tradizione campana, nei pressi della città di Benevento cresce un noce, attorno al quale si crede che celebrino di notte i sabba le streghe, chiamate janare. Questa credenza portò nel corso del Seicento ad una serie di disordini che ebbero come vittime principali donne emarginate: guaritrici, levatrici, persone esperte nell’uso delle erbe medicinali, viste con sospetto per le loro conoscenze.

Figlie Selvagge nasce con lo scopo di dare voce e giustizia a queste figure dimenticate e sceglie di trattare le vicende di una di loro, Rosa, e delle sue figlie Maria e Bianca. Questi tre personaggi corrispondono al perfetto identikit della janara: sono donne che vivono da sole nel bosco nei pressi della città di Benevento e conoscono le arti mediche popolari che si avvalgono di riti e erbe medicinali. Non hanno una figura maschile che le tuteli e vivono in modo eccessivamente indipendente per la morale del tempo.Non è dunque difficile immaginare come la loro presenza, unita alla superstizione e alla volontà controriformista di allontanare gli influssi diabolici dalla città, le renda le destinatarie perfette di ritorsioni e aggressioni.

Il primo a vedere in questo trio di donne la quintessenza del male è il protomedico della città, Pietro Piperno, un personaggio che, anziché offrire le sue abilità al prossimo, mira piuttosto a combattere la stregoneria, vedendo in Rosa l’oggetto del suo odio. Molte sono le motivazioni che lo spingono ad agire in questo modo: invidia per le abilità mediche di Rosa, gelosia per la stima che ella riesce a ottenere per le sue capacità, brama di possesso nei confronti della figlia primogenita di Rosa, Maria, desiderio di vendetta.

“Il maligno entrerà così a fondo nel tuo cuore che arriverai al punto in cui i tuoi figli si allontaneranno da te e tu non sarai più in grado di distinguere tra il bene e il male, perché sarai tu stesso il male. Smettila ora, finché sei in tempo.”

Parallelo a questa dinamica, vi è un misterioso individuo che aggredisce le fanciulle di Benevento di ogni ceto e origine sociale. Sarò proprio questo losco figuro a spingere il Protodiacono Della Vipera a rivolgersi a Pietro Piperno per liberare la città da questo criminale.

Queste possono essere alcune delle linee principali della narrazione di Figlie Selvagge, linee che si intrecciano alle vicende sventurate delle tre donne, ognuna delle quali protagoniste di una sezione del romanzo che si sviluppa in un arco temporale di alcuni anni. Nella prima parte, tutto ruota attorno alla primogenita, la bellissima Maria la rossa, una medichessa capace che vede nella cura del prossimo la sua vocazione. In questa parte si respira un’atmosfera di crescente tensione, di tragedia imminente che aleggia nelle parole e nell’ambientazione, in un climax che l’autrice gestisce con estrema abilità.

“Perché il mestiere di medica, in fondo, consisteva nel dare una mano a chi ne aveva bisogno, accorrere dove c’era un malato o una puerpera e fare di tutto per alleviare le sue sofferenze o favorire il suo passaggio sulla terra con meno dolore possibile.”

La seconda parte è dedicata a Bianca, la sorella minore di Maria, una giovane coraggiosa e determinata, alla sua vicenda personale e alle sue avventure. Questa seconda parte mostra una maggiore distensione, con atmosfere a tratti quasi oniriche e romanzesche.

“Bianca non aveva paura del buio, non aveva paura degli animali selvatici, non aveva paura della tempesta. Aveva però paura del male. Del male che si annidava ovunque. Ne avvertiva l’odore rancido, stantio, putrido. Non riusciva più a controllare i suoi pensieri, il cuore ricominciò a batterle furiosamente nel petto.”

Nella narrazione le figure femminili hanno un ruolo di assoluto rilievo, in quanto sono motore dell’azione e soggetti sfaccettati indipendentemente dal loro ruolo nel romanzo, come spesso ricorre nelle opere sulla storia delle donne. Tale rilievo viene ulteriormente esaltato dagli antagonisti, ben delineati. E’un aspetto che ho apprezzato molto poiché la presenza di un contrasto solido, accentua il coraggio ed il valore delle protagoniste.

Accanto ad esse vi è il riscatto degli ultimi e degli emarginati, vittime come le presunte janare di disprezzo e odio. Non citerò il nome ma nel romanzo vi è un personaggio che, malgrado sia un emarginato, diventa il vero eroe della storia e che personalmente ho amato molto. Da non dimenticare vi è poi il ruolo della Chiesa locale, la cui posizione nei riguardi delle protagoniste è tutt’altro che scontata.

Sulla trama non posso aggiungere altro poiché rischio di fare degli spoiler che comunque non recano giustizia al romanzo e perché l’intreccio è difficile da riassumere per la sua complessità. Mi ha sorpreso la grande abilità dell’autrice nel gestire una materia così complessa e, soprattutto la gestione dell’elemento storico. Come si evince dalla postfazione, Cinzia Giorgio ha svolto un lavoro di ricerca delle fonti estremamente accurato, denso di notizie e di spessore, soffermandosi soprattutto sulla documentazione del tempo. La maggior parte dei personaggi presenti è infatti storicamente esistita, come indicato dai testi nominati dall’autrice. Tale lavoro di preparazione testimonia la qualità del contenuto, elemento base di ogni romanzo storico di rilievo.

Un elemento che ho apprezzato particolarmente è anche la commistione tra elemento reale e finzione narrativa, che nel romanzo sono così ben amalgamati da essere quasi indistinguibili. Il lettore, indipendentemente dalla sua conoscenza del periodo storico, non percepisce il confine tra l’elemento di fantasia e la verità storica poiché l’intreccio è così ben costruito da rendere i due elementi parti integranti di un unico corpo che è il romanzo stesso. Un risultato che non sempre si trova nelle opere del genere storico e che in questo libro invece emerge con estrema chiarezza.

In conclusione, posso dire che Figlie Selvagge è un esempio molto convincente di romanzo storico e lo consiglio a tutti coloro che nutrono qualche reticenza verso il genere, proprio per la sua apparente immediatezza in termini di trama e storia. Un plauso ulteriore comunque merita il lavoro di grafica della copertina, estremamente originale e suggestivo. Per quanto mi riguarda, quindi, ho trovato l’esperienza di lettura di questa opera estremamente interessante e soddisfacente.

“Non avere mai paura quando attraversi il bosco di notte, perché sai bene che l’unico essere che incute paura sei tu”

I PRO:

L’intreccio

La ricostruzione storica

L’equilibrio tra narrazione e aderenza storica

I CONTRO:

Nessuno

Trama

Benevento, 1630. Corre, Bianca, attraversa il bosco col fiato in gola per tornare a casa. Conosce a menadito il sentiero, eppure avverte una presenza tra gli alberi: qualcuno la sta seguendo, ne fiuta nell’aria il sentore sgradevole. Non deve cedere alla paura, si dice, anche se proprio lì vicino sono state aggredite delle ragazze, e del vero colpevole non c’è traccia. Anzi, in città serpeggia la convinzione che siano state le janare, donne che – come lei, sua madre e sua sorella Maria – vivono ai margini di Benevento, conoscono i segreti delle piante e li usano per curare i malati. Per il protomedico della città, Pietro Piperno, le janare sono creature del diavolo: streghe, insomma, contro cui invoca l’intervento della Chiesa. La sua ossessione per loro si nutre del desiderio, non corrisposto, che prova per Maria. Così, quando lei sparisce, Bianca si troverà da sola a cercare la verità sul mistero della sua scomparsa. Anche lei è in pericolo ma è determinata a inseguire un destino di libertà e d’amore con un’unica e potente arma a disposizione: la sorellanza. In un romanzo che avvince e affascina, Cinzia Giorgio scava nella leggenda delle streghe di Benevento, restituendo alle janare del Sannio la voce che è stata loro negata dalla storia: quella di donne sapienti, e per questo perseguitate, che hanno celebrato la vita.

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