Recensione di Concetta Di Lorenzo
Si può omaggiare Oscar Wilde anche scegliendo una sua frase come titolo di un libro. È quello che ha fatto Chris Bryant, scrittore, ex prete anglicano e membro del parlamento britannico dal 2001, con il suo saggio storico L’amore che non osa dire il suo nome per Neri Pozza editore. Attraverso di esso Bryant ci conduce lungo un sentiero molto impervio, tutto in salita, quello dei diritti civili in cui esamina ed espone dettagliatamente la condizione omosessuale in Inghilterra dalla fine del settecento fino al 1835, quando James Pratt e John Smith furono giustiziati. Essi furono gli ultimi due omosessuali condannati a morte e impiccati, dopo aver subito un ingiusto quanto sommario processo. In realtà i condannati furono tre, se prendiamo in considerazione anche William Bonell, che però fu solo condannato al carcere grazie alla sua condizione di borghese benestante con molti soldi. E questo già la dice lunga sull’andamento del sistema giudiziario inglese del tempo.

La maestria di Chris Bryant sta non solo nel trattare in modo sciolto e discreto di un argomento molto privato e impegnativo, il che rende il suo saggio scorrevole come un romanzo, ma sta anche nella meticolosa analisi a trecentosessanta gradi, documentata da ricerche d’archivio, che egli fa della società inglese e che ricorda molto quella descritta da Charles Dickens nei suoi romanzi.
Nella prima metà del XIX secolo Londra si avvia velocemente ad essere quella grande metropoli che poi è diventata, ma dietro lo sviluppo economico e sociale che la anima si nascondono feroci pregiudizi, ingiustizie, sfruttamento, il becero conformismo della potente Chiesa anglicana e la prepotenza di una classe borghese medio-alta nei confronti di una classe operaia e contadina che cerca disperatamente un proprio spazio nella nuova società che va delineandosi. La necessità di un cambio di marcia si manifesta distintamente quando le campagne si svuotano a causa di una sempre più potente borghesia rurale che recinta i propri terreni, privando il popolo minuto di importanti fonti di sussistenza. Questo determina una massiva migrazione di contadini verso la città, dove essi sperano di trovare lavoro. Lo trovano quasi sempre come domestici nelle case dei più abbienti o ai cantieri navali di Deptford, ma il lavoro non significa benessere per questa nuova forza lavoro. Significa più che altro sfruttamento. Iniziano così le prime rivendicazioni salariali perché i lavoratori, sottopagati, non riescono a pagare l’affitto e molte famiglie devono abitare nelle Wharehouses, capannoni deposito da condividere con altre famiglie. Comincia la difficile nascita dei primi sindacati nei cantieri navali, le Union, osteggiate dai padroni che vogliono invece spremere al massimo i propri dipendenti.
La campagna a favore delle rivendicazioni salariali guadagnò slancio lungo tutto il 1824. Quasi tre quarti dei carpentieri navali di Londra si unirono presto al sindacato. La maggior parte lavorava nei cantieri della marina mercantile, ma si iscrissero anche alcuni uomini dei cantieri della Corona, tra cui il fratello di James, John, che fu uno dei duecentododici maestri d’ascia a firmare nel dicembre del 1824 una petizione al Navy Board – l’organo responsabile della gestione quotidiana del servizio navale della Corona – dove si lamentava la recente riduzione del venti per cento dei salari, che non consentiva più di «sostenere con decoro e dignità le proprie mogli e famiglie, molte delle quali numerose».
La crescita abnorme di città come Londra richiede per forza di cose dei cambiamenti, con proposte di nuove leggi e adeguamento di quelle vecchie, in cui si impegnano soprattutto i partiti dei Tory e quello Whig, l’uno conservatore, che vuole mantenere a tutti i costi la tradizione a favore dei padroni e del clero, l’altro più progressista che vuole favorire i lavoratori. Poco a poco si comincia ad assistere a piccoli miglioramenti sociali che diventeranno sempre più consistenti e che proietteranno Londra verso il futuro, ma la condizione omossessuale rimane ancora il crimine più abbietto, tanto da non meritare neanche un nome, e viene ferocemente osteggiata dalla società inglese e dal clero anglicano, abituato a controllare anche la vita privata delle persone. Questa è il mondo in cui vivono James Pratt, John Smith, uomini tra gli uomini, che con il loro lavoro sottopagato e il loro salari striminziti contribuiscono, loro malgrado, ad arricchire una classe medio-alta che li sfrutta e che li condanna a morte. Nessuno si sarebbe accorto di loro, né come uomini né come poveri, se non fosse stato per la loro omosessualità. Mentre in altre nazioni la condizione omosessuale viene già accettata, in Inghilterra gli omosessuali vivono giorno per giorno i feroci pregiudizi della società inglese e la sua più squallida ipocrisia.

L’avversione dell’Inghilterra per l’omosessualità era fortissima e ormai era giunta all’apice. Sconvolse alcuni viaggiatori del tempo, come il professore prussiano Johann von Archenholz quasi quanto noi oggi. Dopo aver visitato il Paese nel 1780, egli scrisse che gli inglesi «mostrano la massima avversione verso un certo crimine contro natura. In nessuna parte del mondo si parla con tanto orrore di quella abietta passione come in Inghilterra». Notava che quando qualcuno ne era accusato «la furia della popolazione non aveva limiti e anche le persone migliori non mostravano alcuna compassione per il colpevole»
L’umile vita di James Pratt e John Smith, insieme a quella di William Bonell con cui i due si erano incontrati in una locanda, cambia radicalmente una mattina del 1835, quando la coppia di locandieri li spia dal tetto della stanza e li denuncia per omosessualità. I tre vengono arrestati e processati e l’autore non ha remore a farci conoscere la terribile situazione del sistema carcerario inglese e la corruzione di quello giudiziario. Nonostante l’impegno della moglie di Pratt, che cerca di salvare il marito ad ogni costo, James e John vengono condannati a morte e giustiziati il 27 novembre 1835, ultime e forse necessarie vittime di una società che, pur evolvendosi rapidamente, fa fatica a liberarsi dai tanti pregiudizi del passato.

L’amore che non osa dire il suo nome – Edizione ebook
Sinossi
L’ultima, drammatica vicenda di condanna a morte per sodomia nella “civilissima” Inghilterra del 1835. James Pratt e John Smith vennero sorpresi in atteggiamento intimo in un locale dove si erano appartati. Spiati da una fessura che si apriva sul tetto, vennero denunciati, arrestati e a lungo detenuti prima di essere processati e condannati alla pena capitale. Nonostante le molte proteste e le prese di posizione a favore di un gesto di clemenza, i due furono impiccati per «reato contro la natura». Il processo fu una farsa, senza alcun rispetto per la loro sfera privata, senza un avvocato difensore. La vicenda riassume in modo drammatico le contraddizioni dell’Inghilterra di metà Ottocento, perché la loro esecuzione ebbe luogo proprio mentre la società britannica andava incontro a grandi cambiamenti. Sono anni di svolta nella vita sociale del Regno Unito: il governo pose fine alla schiavitù, bonificò i quartieri malfamati delle grandi città, regolò il lavoro minorile, aprì alle associazioni operaie, riconobbe il matrimonio civile e riformò il Codice penale, derubricando quasi duecento reati considerati capitali. Si aprì addirittura un dibattito sulla liceità della pena di morte e vi furono centinaia di condannati graziati. Con Pratt e Smith, tuttavia, la giustizia e l’opinione pubblica rimasero inflessibili: il boia tornò in attività dopo due anni e il loro trasferimento al patibolo venne accompagnato da urla e gesti di scherno. Attraverso una accurata ricerca d’archivio, Bryant offre un appassionante quadro della vita degli ultimi due giustiziati per sodomia, che diviene anche l’occasione per riflettere sul difficile percorso dei diritti civili. “Ecco il motivo per il quale ho scritto questo libro: per ricordare come non sia affatto scontato che le libertà di cui oggi godiamo siano irreversibili. Ricostruendo il mondo nel quale James Pratt e John Smith vissero, spero di restituire loro la vita, ma soprattutto di denunciare l’ingiustizia che hanno subito”.



