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Gabriele d’Annunzio: la vita come opera d’arte (Prima parte)

Articolo a cura di Paola Milli

Gabriele d’Annunzio, poeta, soldato, amatore e politico – il Vate che ha attraversato decenni di storia con la furia di un uragano, lasciando dietro di sé una scia di opere letterarie, scandali finanziari e imprese militari che sembrano uscite da un romanzo d’appendice – nacque il 12 marzo 1863 a Pescara. Figlio di Francesco Paolo Rapagnetta, Gabriele dimostrò sin da piccolo una fame atavica di gloria. A sedici anni, mentre studiava al prestigioso collegio Cicognini di Prato, pubblicò la sua prima raccolta, Primo vere. Per assicurarsi che se ne parlasse, inviò ai giornali la falsa notizia della propria morte: fu il suo primo esperimento di marketing esistenziale.

Arrivato a Roma nel 1881, d’Annunzio divenne rapidamente il re dei salotti. Lavorando come cronista mondano per la Tribuna, imparò a conoscere i vizi e le virtù dell’aristocrazia. Nel 1889 pubblicò Il Piacere, dando vita ad Andrea Sperelli, il prototipo dell’esteta che cerca di fare della propria vita un’opera d’arte. Fu un successo clamoroso che lo consacrò come il leader del Decadentismo italiano.

Negli anni Novanta, la vita di d’Annunzio subì una svolta radicale. La lettura delle opere di Nietzsche gli fornì una nuova impalcatura ideologica: l’esteta raffinato ma fragile doveva trasformarsi in Superuomo, un individuo superiore capace di imporre la propria volontà sulla massa attraverso la bellezza e l’eroismo.

Fu in questo periodo che iniziò la leggendaria e tormentata relazione con la l’attrice Eleonora Duse. Insieme, i due vissero stagioni di straordinaria creatività nella villa La Capponcina a Settignano. Qui, nel 1903, d’Annunzio compose Alcyone, il terzo libro delle Laudi, importante nel campo della poesia italiana novecentesca per la sua capacità di descrivere la fusione totale dell’uomo con la natura, il cosiddetto panismo.

Nel 1910, travolto dai debiti accumulati per sostenere un tenore di vita principesco, d’Annunzio fuggì in Francia. L’esilio finì nel 1915, quando tornò in Italia come apostolo dell’interventismo. La sua partecipazione alla Prima Guerra Mondiale non fu simbolica: nonostante l’età avanzata, si distinse per audacia in cielo, terra e mare.

L’incidente aereo che nel 1916 lo lasciò temporaneamente cieco da un occhio produsse uno dei suoi lavori più moderni e introspettivi: il Notturno. Scritto nell’oscurità totale su piccoli cartigli di carta, il libro rivela un d’Annunzio inedito, fragile e spaventato dalla morte.

Tuttavia, lo spirito guerriero riemerse nel 1919 con l’Impresa di Fiume. Alla guida di una legione di ribelli, occupò la città istriana per protestare contro la vittoria mutilata. Per sedici mesi, Fiume divenne un laboratorio politico e sociale unico al mondo: la sua costituzione, la Carta del Carnaro, era un connubio di utopia sociale e modernità, includendo diritti allora impensabili come il voto alle donne e la centralità della musica come fondamento dello Stato.

Eleonora Duse

L’ascesa di Mussolini segnò l’inizio della fine politica di d’Annunzio. Il duce, che dal poeta aveva mutuato tutta la simbologia fascista, dal saluto romano ai discorsi dal balcone, temeva il suo carisma. Per neutralizzarlo, il regime lo ricoprì di onori e finanziamenti, esiliandolo di fatto a Gardone Riviera, nel Vittoriale degli Italiani.

Qui, negli ultimi diciassette anni della sua vita, il Vate costruì un monumento a se stesso. Tra cimeli bellici, migliaia di libri e oggetti d’antiquariato, d’Annunzio visse recluso, lottando contro la vecchiaia e la solitudine. Si oppose fermamente all’asse tra Mussolini e Hitler, ma la sua voce era ormai quella di un fantasma del passato.

Si spense improvvisamente il 1° marzo 1938, seduto alla sua scrivania. Lasciava un’Italia che parlava la sua lingua – era stato lui, infatti, a coniare nomi come La Rinascente o il tramezzino e a decidere che automobile fosse femminile – e una letteratura trasformata dalla sua inesauribile ricerca di bellezza.

Storia di un cognome

Il poeta nacque ufficialmente come Gabriele Rapagnetta. Si tratta di un cognome abruzzese derivante da rapagna, che nel dialetto locale indica un terreno scosceso o una piccola rapa. Era un cognome di estrazione popolare, legato alla terra e all’agricoltura, che mal si conciliava con l’immagine aristocratica e raffinata che Gabriele avrebbe voluto costruire per sé negli anni a venire.

Il cognome d’Annunzio entrò nella storia familiare grazie al padre del poeta, Francesco Paolo. Quest’ultimo era stato adottato da un ricco zio materno, Antonio D’Annunzio, che non aveva figli e voleva assicurarsi che il proprio nome e il proprio patrimonio non andassero perduti.

Sebbene Gabriele fosse registrato all’anagrafe come Rapagnetta, il padre ottenne legalmente il diritto di utilizzare il cognome dello zio adottivo per sé e per i suoi discendenti.

Una volta cresciuto, il poeta decise di abbandonare definitivamente Rapagnetta che considerava cacofonico e troppo umile, per firmarsi sempre e solo come Gabriele d’Annunzio, utilizzando spesso la d minuscola per simulare un’origine nobiliare.

Il cognome d’Annunzio ha una forte valenza teoforica e religiosa. Deriva dal latino annuntiare, portare notizia. In ambito cristiano, il riferimento è all’annuncio dell’angelo a Maria.

Per un uomo che si considerava un Vate, ossia un poeta-profeta che annuncia una nuova era o verità, il cognome era perfetto. D’Annunzio ne era consapevole e giocò molto su questa coincidenza, presentandosi come colui che annunciava la rinascita dell’Italia e della bellezza.

Le figure femminili nella vita e nelle opere di d’Annunzio

La madre

A differenza della figura paterna, con cui il poeta ebbe un rapporto spesso conflittuale a causa della gestione dissennata del patrimonio familiare, la madre Luisa de Benedictis (1839-1917) fu per Gabriele il porto sicuro e l’oggetto di un amore profondo e quasi religioso.

Luisa apparteneva a una famiglia della buona borghesia pescarese. Donna colta, sensibile e profondamente religiosa, rappresentò per il figlio l’incarnazione della purezza e della protezione. Il poeta la chiamava spesso Madre santa, proiettando su di lei un’aura di santità che contrastava con la vita peccaminosa e mondana che lui stesso conduceva a Roma o a Firenze.

L’influenza di Luisa è rintracciabile in molte sue opere, dove la figura materna appare spesso come un rifugio spirituale. Ecco qualche esempio:

Nella raccolta Poema paradisiaco, il tema del ritorno alla madre e alla casa dell’infanzia è centrale. Rappresenta il desiderio di purificazione dal fango della vita mondana. Consolazione, una delle sue poesie più celebri è dedicata a lei. Immagina di tornare a Pescara, sedersi accanto a lei e ritrovare la pace perduta: Siedi, e rasserena il tuo viso. Tutto è come un tempo...

Luisa morì nel 1917, mentre il figlio era impegnato nelle azioni belliche della Grande Guerra. Ricevette la notizia mentre si trovava al fronte e ne fu devastato. Non riuscì a essere presente al funerale, un rimpianto che lo tormentò a lungo.

Quando d’Annunzio si ritirò al Vittoriale degli Italiani, creò una vera e propria stanza-santuario dedicata alla memoria della madre dove conservava reliquie e oggetti appartenuti a Luisa, e spesso si rifugiava in meditazione davanti al suo ritratto.

Anche per la madre, il poeta cercò di enfatizzare le origini gentilizie. Pur essendo i de Benedictis una famiglia rispettabile, il poeta amava sottolineare quel de del cognome per legarlo a una presunta nobiltà di sangue, in linea con la sua opera di nobilitazione dell’intero asse familiare.

Le “muse”

La vita sentimentale di Gabriele d’Annunzio fu costellata di passioni. Per il Vate, l’amore non era solo un sentimento, ma un carburante per la creazione letteraria: ogni sua opera importante è legata a una musa specifica, che lui spesso trasformava in mito e molte furono le figure femminili che segnarono le tappe fondamentali della sua esistenza.

Nel 1883, il giovane d’Annunzio fuggì con la duchessina Maria Hardouin di Gallese per un matrimonio di riparazione, dato che lei era incinta. Maria fu l’unica donna a portare ufficialmente il titolo di sua sposa. Gli diede tre figli: Mario, Gabriele Maria e Ugo Veniero, e una figlia, Maria ma subì costanti tradimenti e umiliazioni. Nonostante il divorzio di fatto, rimasero in rapporti epistolari e lei si trasferì persino in una villa vicino al Vittoriale negli ultimi anni di vita del poeta.

La musa della fase dell’estetismo fu Barbara Leoni, la Bella romana.  La loro passione, vissuta tra Roma e il litorale abruzzese, durò circa cinque anni dal 1887 al 1892. A lei è ispirata la figura di Ippolita Sanzio nel romanzo Il trionfo della morte. Le lettere che d’Annunzio le scrisse sono tra le vette dell’epistolario amoroso italiano, cariche di un erotismo raffinato e ossessivo.

L’incontro con la più grande attrice del tempo, Eleonora Duse, nel 1894, segnò la svolta verso il teatro e il superomismo. Fu un amore tra giganti, fatto di ammirazione intellettuale e sacrifici economici. La Duse finanziò quasi tutte le opere teatrali di d’Annunzio.

La loro storia finì quando lui pubblicò Il fuoco, romanzo in cui metteva a nudo l’intimità della Duse e descriveva il declino fisico dell’attrice ormai non più giovane. Lei, ferita, disse: Ho dato tutto a d’Annunzio, e lui ha dato tutto al mondo.

Importante fu anche Alessandra di Rudinì, la Nike tormentata. Figlia dell’ex Presidente del Consiglio, Alessandra era una nobildonna sportiva e spericolata. Con lei d’Annunzio visse anni di eccessi alla villa della Capponcina, tra debiti e dipendenza dalla morfina dapprima usata per curare i dolori di lei dopo un intervento. Dopo la rottura, Alessandra ebbe una crisi spirituale e si fece monaca carmelitana di clausura, morendo in convento in Francia.

Nel periodo del Vittoriale, due donne gestirono il suo quotidiano. Luisa Baccara, talentuosa pianista, lo accompagnò dagli anni di Fiume fino alla morte e subì un misterioso incidente cadendo da una finestra della Prioria, secondo molti in seguito a una lite per gelosia.

Enrichetta Mazayer fu, invece, la governante francese detta Aélis, che fu amante del poeta e custode dei segreti più oscuri e intimi degli ultimi anni.

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