Personaggi Storici Viaggio nella storia

L’arte come colpa: la tragica sorte di Camille Claudel

Articolo a cura di Mara Altomare

Quando Camille Claudel morì, nel 1943, al suo funerale non partecipò nessuno. 

Qualche anno dopo si scoprì che Camille era stata sepolta in una fossa comune.

Una tragica sorte, epilogo di un lunghissimo triste finale, che la vide internata in un manicomio per volontà della sua famiglia. Lì, sola e abbandonata da tutti, passò gli ultimi trent’anni della sua vita, malgrado i medici stessi non la ritenessero pericolosa e avessero più volte suggerito alla madre, invano, di riprenderla in casa con sé. 

Per molti anni la vita di Camille Claudel e la sua arte sono rimasti nascosti, sepolti nel dimenticatoio… solo ultimamente, studi approfonditi hanno lasciato emergere la natura geniale e tormentata di una donna che oggi ricordiamo o conosciamo non di riflesso, non perché sorella del celebre poeta e diplomatico Paul Claudel, non solo perché amante del grandissimo artista Rodin, ma in quanto scultrice, lei stessa, eccellente in un’arte considerata ai suoi tempi esclusivamente maschile, una donna che la mentalità dell’epoca avrebbe tollerato solo come allieva o modella. E di fronte alla quale Camille si ribellò, semplicemente essendo quello che era: una grandissima artista, e per giunta donna.

Un romanzo storico affascinante intitolato “La Scultrice” di Pia Rosenberger, ci racconta la vita di Camille, dall’infanzia serena in una famiglia agiata, alla sua tormentata e creativa esistenza come artista. Nel combattere fin dai 16 anni contro la sua famiglia per avere il permesso di realizzare il suo sogno, e cioè andare a studiare scultura a Parigi, Camille si scontrò con la mentalità dei pregiudizi più avvilenti…

“La faticosa strada dello scultore non è adatta per la delicata costituzione femminile, e poi c’è lo studio del nudo. Non è appropriato per le giovani donne, proviamo a immaginare un gruppo di signore nell’aula di anatomia, sverrebbero una dopo l’altra di fronte a tutto il sangue e i corpi smembrati.”

“Camille si sforzò di tenere a bada le lacrime”

Un romanzo che dà risalto all’energia, al talento e alla grande forza di volontà di Camille, alla passione per l’arte e alla storia d’amore con Rodin, ma che volutamente esclude la parte finale della sua vita, forse per restituire ai lettori la Camille meno fragile e annichilita, nonostante le sofferenze.

In questo romanzo scopriamo che il suo genio precoce si manifestò fin dalla tenera età, e tra tutti, solo il padre sembrò assecondarla e sostenerla; così trasferì la famiglia a Parigi per permettere ai figli di perseguire gli studi. La madre, invece, la disapprovò costantemente! A Parigi, Camille cominciò a frequentare le lezioni di scultura all’Accademia Colarossi, che aveva cominciato ad ammettere anche le donne, e qui avvenne l’evento cruciale che segnò la sua vita per sempre: l’incontro con Auguste Rodin. Lo scultore la accolse prima come allieva, poi come assistente nel suo studio. Camille fu anche modella per Rodin. Un uomo più grande di lei di 24 anni, sposato, che trascinò l’esistenza di Camille in una passione fisica, emotiva ed artistica… un’intesa perfetta quanto scandalosa.

Daniela Musini nel suo libro “Le incantatrici”, sceglie Camille Claudel come una tra le 33 donne straordinarie, indimenticabili, che hanno sedotto il mondo, e nelle pagine a lei dedicate, ci racconta con trasporto i momenti più estremi del sodalizio tra Camille e Rodin, perfetto quanto sconvolgente e traumatico, con passi di grande intensità che ci riportano all’immagine di Camille donna, appassionata e disperata…

“Le loro mani s’intrecciano non solo in carezze carnali, ma anche nella modellatura di due giganteschi gruppi scultorei a firma di Rodin, “La porta dell’Inferno” e “I Borghesi di Calais”, i cui bozzetti erano stati realizzati proprio da Camille.

“Loro due parlano un’unica lingua, sono accomunati dallo stesso afflato, dal medesimo demone dell’arte, ma vengono travolti anche, in maniera subitanea ed irrefrenabile dall’onda d’urto di una passione totalizzante, furente, disperata”

Dopo 15 anni di amore travagliato, Rodin, messo alle strette dalla moglie Rose Boret, decise di restare accanto alla consorte, lasciando Camille. La Musini ci mostra la passione e il dolore dei due artisti con brani dalla prosa colta e coinvolgente, rivelando sentimenti disperati, destinati alla follia.

“Quel loro amore si trasformò in un veleno lento e mefitico e un dolore sordo cominciò a penetrarle in tutte le fessure dell’anima: le liti violente e le riappacificazioni ardenti, le invettive di lei e le suppliche di lui si alternarono da allora in poi con una furia incontrollata”

E da qui in poi arrivarono gli anni più duri e infelici di Camille, i suoi ultimi 30 anni di non vita, senza arte e senza amore.

Una testimonianza importante in merito si attinge dal libro “Camille Claudel – Frammenti di un destino d’artista”. L’autrice, Reine-Marie Paris, pronipote di Camille, ha dedicato oltre 40 anni alla ricerca delle opere e alla riabilitazione della figura artistica della scultrice. In questo saggio accurato, oltre alla biografia, alla corrispondenza, a numerose immagini fotografiche delle opere e dettagli sulle mostre, raccoglie un interessante e approfondito dossier con documenti psichiatrici e cartelle cliniche, con certificati redatti da medici dell’ospedale della Salpetriére.

“1 giugno 1919: la signorina Claudel mantiene le sue idee deliranti di persecuzione. Pensa che dei grossi negozianti di boulevard vogliano appropriarsi delle sue sculture e dei suoi schizzi e abbiano forzato suo fratello e sua sorella a farla internare. E’molto diffidente nei confronti del cibo. La salute fisica è buona.”

Un’opera accurata da leggere con un approccio scientifico e con meno patos, ma che comunque descrive le ossessioni, le psicosi e l’immensa tragica solitudine di Camille.

“Rodin diventa nella folle fantasia di Camille la mente di un complotto che mira ad annientarla. Dal 1905 si mette a distruggere le sue opere, nel 1906 cessa ogni attività artistica.”

Un’altra biografia imperdibile è quella di Anne Delbée intitolata “Una donna chiamata Camille Claudel”. Qui vengono messi in evidenza ancora di più i particolari dell’esperienza drammatica di Camille in manicomio, con i momenti più autentici della sua reclusione. In questo libro infatti l’autrice utilizza un espediente letterario tramite il quale alterna la biografia ad estratti delle lettere scritte da Camille, in prima persona, dal manicomio. L’autrice a tratti si allontana dal genere del romanzo e ricrea l’esperienza più dura e reale della sofferenza di Camille, che durante quei 30 anni ha scritto moltissimo, soprattutto al fratello Paul. E’una lettura che fa tornare in vita Camille, attraverso le sue parole reali, nel quotidiano, senza filtri di voci narranti…

“La sala da pranzo si trova in mezzo alla corrente d’aria e tutte mangiamo a una piccola tavola, pigiate le une contro le altre. Le donne hanno la dissenteria… la base dell’alimentazione è minestra, spezzatino di manzo con una salsa nera, unta, amara per il medesimo untume dall’inizio alla fine; il vino è aceto, il caffè è fatto con i ceci… Un manicomio! Nemmeno il diritto ad avere una casa! E lo sfruttamento della donna, l’annientamento dell’artista cui si vuole far sudare anche il sangue…”

“Nei giorni di festa, penso sempre alla cara mamma, non l’ho mai più rivista. Penso al bel ritratto che le feci all’ombra del nostro giardino, i grandi occhi nei quali si leggeva una segreta sofferenza… non ho mai più rivisto il ritratto”

L’immortalità di Camille risiede oggi nei grandi capolavori che ci ha lasciato in eredità: SakountalaLa Valse, il busto di Rodin, Clotho e soprattutto l’Age Mûr (L’età matura)

E’una scultura emblematica che, ricca di simboli, si presta a varie interpretazioni: rappresenta una giovane donna implorante che cerca di trattenere un uomo maturo, il quale invece viene portato via da un’altra donna. Di primo impatto evoca l’esitazione di Rodin, combattuto tra la moglie e la stessa Camille, che, nel tentativo di trattenerlo, si protende in avanti. Una scultura che spinge a riflettere sui rapporti umani. Qualcuno ha visto anche nella figura dell’uomo quella del padre. Oppure, ancora, l’uomo, che alla fine della sua maturità è trascinato dall’età mentre tende una mano alla giovinezza.

Viene spontaneo chiedersi oggi chi sarebbe stata Camille Claudel senza Rodin, e viceversa.

 “Camille era di una bellezza straordinaria. Una fronte superba, sovrastante due occhi magnifici, di quel blu così raro da trovare altrove se non nei romanzi, una bocca più fiera che sensuale, capelli castani, che le cadevano fino ai reni. Un’aria impressionante di coraggio, di franchezza, di superiorità, di allegria”. Paul Claudel, suo fratello

Da “Le incantatrici”

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