Narrativa recensioni

Delitto a Dogali – Daniele Cellamare

Recensione a cura di Raffaelina Di Palma

“L’esigua colonna procedeva lentamente lungo i sentieri battuti dagli asini selvaggi nell’assolata e sperduta regione della Dancalia […] «Oggi, 7 ottobre 1884, sul torrente Tio…». Stava per scrivere ancora due righe sulle difficoltà incontrate durante quel giorno di viaggio, quando Gherardo Monari e Cesare Diana entrarono nella tenda. […] «Qui non mi piace» disse Diana, «è un posto…aspro, ha qualcosa di lugubre, non dovremmo rimanere qui per la notte».

Il romanzo storico “Delitto a Dogali; la prima epopea coloniale italiana”, edito da Les Flâneurs, firmato da Daniele Cellamare, inizia con Gustavo Bianchi, un esploratore che veniva dall’Accademia militare, ma costretto ad abbandonare l’esercito per un serio problema agli occhi. Insieme con due compagni, Cesare Diana e Gherardo Monari, si avventura nel Corno d’Africa: la spedizione deve individuare una via di comunicazione tra l’Abissinia settentrionale e la baia di Assab. I tre esploratori sono guidati nella spedizione da un gruppo di dancali, uomini provenienti da un gruppo etnico nomade che vive soprattutto nel deserto della Dancalia, in Etiopia. I tre esploratori  temono questi uomini e con ragione, infatti, saranno trucidati proprio da loro.

L’episodio sarà la scintilla che darà il via alla prima campagna coloniale italiana.

Siamo alla fine del XIX secolo. L’opinione pubblica è sconvolta dall’eccidio dei tre esploratori, l’Italia è nel pieno dell’età permeata dalla Sinistra Storica, con alla presidenza del consiglio, Agostino De Pretis. In un clima incerto viene avviata la campagna coloniale. La storia inizia nel mese di febbraio del 1885, quando sbarca a Massaua, un anonimo porticciolo della costa eritrea sul Mar Rosso, il primo contingente italiano.

Il 17 gennaio del 1885, le truppe italiane, sotto la responsabilità del colonnello Tancredi Saletta, partono da Napoli per Assab, ma l’ufficiale scoprirà soltanto durante il viaggio, che la reale destinazione è il porto eritreo di Massaua.

Il colonnello in un incontro con gli ufficiali inglesi e con il colonnello Albert Cheriside, governatore in carica del Sudan orientale capisce che il governo britannico ha messo le truppe italiane sotto la propria custodia sino a Massaua. La sua non è più una spedizione per vendicare l’eccidio dei tre esploratori per cui si pone domande sullo scopo della nuova destinazione. Il caso sembra essere diventato puramente politico.

” «Conoscendo io ora soltanto la decisione definitiva presa dal nostro governo di occupare Massaua, mi importava di avere le mie artiglierie alla mano. Pregai perciò il comandante Delibero del Gottardo di trar profitto della nostra sosta a Suakin per estrarle dalla stiva. Il comandante vi mise la massima buona volontà e fu presto iniziato al lavoro, ma dopo poco tempo egli venne costernato da me per dirmi che facevano un lavoro inutile, poiché per estrarre le seicento e più tonnellate di carico che pesavano sulle artiglierie (imbarcate dopo) sarebbero occorsi più di dieci giorni coi mezzi che si avevano a disposizione».”

Si sente indifeso, viene preso da un grande sconforto. Come si sarebbe difeso e come avrebbe difeso i suoi uomini?

Alle 10 del 5 febbraio 1885, le truppe italiane hanno accesso per la prima volta nella città di Massaua.

In quel periodo l’Italia ha una forte ambizione di espandersi, aprire nuove frontiere commerciali. Certo, progetti positivi, ma non prende in considerazione i popoli, con le loro tradizioni e religioni e il clima che rende invivibile la vita ai militari italiani. Arriva lì e “pretende” di insediarsi. Nella disfatta di Adua gli italiani sono in minoranza di numero e di armi più antiquate rispetto ai nativi, che grazie al supporto di nazioni più forti riescono ad avere armi all’avanguardia.  

Il colonnello Saletta, si trova pertanto a governare la città di Massaua, ma ignora ancora il progetto di espansione imperialistica in Africa nord-orientale da parte di Roma.

Tra sospetti e perplessità, una sola cosa per lui è sicura. “Sono un soldato e devo ubbidire”.

L’arrivo dei militari italiani a Massaua, coincide con un misterioso delitto. La vittima è Padre Adelmo. Una figura equivoca che vive in zona, che si offre  di assistere spiritualmente i soldati.

Il caso si presenta più intricato del previsto. Molte le piste da seguire, diverse figure losche, una scena del crimine completamente priva di oggetti che possano dare un indizio, tranne alcuni affreschi sbiaditi dal tempo.  Il giallo si infittisce con l’arrivo di una donna, tanto affascinante quanto misteriosa, sbarcata a Massaua insieme ad alcuni funzionari. Di lei si sa soltanto che è appassionata di arte e restauro.

Qui il genio dell’autore inserisce un eccellente noir da cui nasce una trama parallela, ricca di numerosi colpi di scena, che affianca la parte storica vera e propria.

“Delitto a Dogali” abbraccia un lasso di tempo tra il 1885 e il 1896, quindi siamo nel Regno d’Italia, con presidente del consiglio Agostino De Pretis a cui gli succede Francesco Crispi. Per l’Italia inizia un periodo di grandi cambiamenti. Proprio Crispi sostiene una costosa politica coloniale in Africa per supportare la politica estera in Eritrea che, all’inizio ha successo, ma ne 1896 con la sconfitta di Adua sarà costretto a dimettersi e a mettere fine alla sua carriera politica.

“Si girò verso le schiere avversarie che avevano raggiunto il suo contingente e fermo in piedi offrì loro il petto. Solo per pochi secondi gli abissini smisero di sparare per ammirare il coraggio dell’ufficiale italiano, ma poi aprirono il fuoco e lo crivellarono di colpi.”

Una lettura che prende sin dalle prime pagine, attraverso le quali gli amanti della Storia si emozionano, restano intrappolati in quel clima desertico, assolato e arido, respirano la polvere che si alza dal campo di battaglia  di Dogali nella quale una generazione di giovanissimi figli di una nazione, unita politicamente soltanto dal 1871, combattono eroicamente, facendo sentire quell’atmosfera pulsante e viva e, attraverso l’onore e l’amore per la Patria, rilanciano il grido potente del “dovere”: in un intreccio di confronto-scontro di un mondo a loro completamente sconosciuto e per un progetto di cui sono ignare pedine. Uno spaccato di Storia che riporta indietro emozioni e sentimenti che oggi sembrano obsoleti. Un periodo storico del nostro Paese che va ben oltre l’egocentrismo celebrativo della (poco) edificante immagine dell’Italia: quel colonialismo che ha avuto un impatto profondo sull’utilizzo delle risorse naturali e lo sfruttamento, morale e materiale, di quelle popolazioni. Una figura dell’Italia come potenza coloniale tipica di una certa letteratura molto in auge negli anni ’20 del secolo scorso.

Qui risalta la bravura di Daniele Cellamare, nel descrivere gli ambienti, i combattimenti, il profilo accurato dei personaggi, rendendoli presenti e attuali dei quali abbiamo letto soltanto nei libri di storia. È un viaggio nel tempo. È lui, l’autore, che “assiste” agli eventi e li racconta ai lettori, trasformandosi in un inviato speciale. Una lettura che diventa anche un’immersione nel contesto geografico: portando alla luce un pezzo di Storia dimenticato.

Trama

La prima epopea coloniale italiana. Quando nel mese di febbraio del 1885 sbarcano a Massua, un piccolo e sconosciuto porticciolo della costa eritrea sul Mar Rosso, i soldati italiani sono ancora all’oscuro delle mire espansionistiche della politica nazionale. Roma ambisce a conquistare l’immenso territorio etiope e mentre fra proclami, giochi diplomatici internazionali, discutibili decisioni del governo ed eroici combattimenti, la fondazione della prima colonia italiana in terra d’Africa prende corpo, in una dimora abbandonata sulla strada per Dogali si consuma un delitto efferato: con una coltellata al cuore viene assassinato un sacerdote. Si tratta di tensioni religiose o dietro l’omicidio si nasconde altro? Sarà incaricato di scoprirlo un giovane capitano del Regio Esercito, che pur brillando per iniziativa non è di certo un investigatore di professione: commetterà infatti innumerevoli errori e disattenzioni, ma cercherà comunque di portare a termine le indagini. E intanto le anse del Tigrè, le truppe italiane subiranno una serie di terribili sconfitte fino al culmine del massacro di Adua, che segnerà la caduta del governo Crispi e la fine della prima epopea coloniale italiana.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.