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La Venere di Milo: dal II secolo a.C. al Louvre di Parigi. Una storia avventurosa

Ci sono un greco, tre-quattro francesi e un turco-armeno… no, in TSD non abbiamo iniziato a raccontare barzellette.
Questi sono i protagonisti del ritrovamento prima, e del riconoscimento del suo valore poi, di colei che ai suoi piedi raccoglie milioni e milioni di visitatori ogni anno: l’Afrodite in marmo pario del II secolo a.C., a tutti nota come la Venere di Milo.

Risalente al 130 a.C. circa, 202 cm di altezza, è un’opera ellenistica, sebbene in essa si riscontrino i diversi stili dell’arte del periodo classico.
L’opera è all’unanimità riconosciuta come il ritratto scultoreo di Afrodite per come è stata raffigurata: per metà nuda, con curve sensuali e marcatamente femminili, e per la sua somiglianza iconografica con altre due famose statue, la Venere di Arles (datata alla fine del I secolo a.C., all’epoca di Augusto) e l’Afrodite di Capua (databile intorno al II secolo d.C.)
Ma le braccia mancanti avrebbero potuto porgere una mela, un arco o un’anfora, oggetti che identificherebbero altre tre divinità.
Secondo un’altra teoria, potrebbe essere invece Anfitrite, divinità venerata a Milo.

Come e quando è arrivata a noi?

È l’8 aprile 1820, e un contadino greco, Yorgos Kentrotas, sta scavando nei pressi dell’antico teatro dell’isola di Milo (allora parte dell’Impero Ottomano). Cerca delle pietre per la costruzione della sua casa ricavandole dai resti di un muro mezzo sepolto. In una nicchia ritrova il busto di una statua in marmo raffigurante una donna non vestita, in buono stato ma privo di entrambe le braccia. Non ci dà molta importanza e lo rimette a terra, lasciandolo lì.

Ma nell’isola di Milo, non c’è solo il greco-armeno a scavare. In quegli anni sono in atto degli scavi archeologici da parte dei francesi che, fortemente ispirati dal neoclassicismo, sono fra i più attivi nelle ricerche. A Milo è stato assegnato agli scavi l’ufficiale francese Olivier Voutier insieme a due marinai francesi (tutte le operazioni di scavo di quei giorni sono raccontate nelle lettere di Voutier raccolte da Gregory Curtis nel libro Disarmed).

Voutier, dopo alcuni ritrovamenti nei pressi del teatro antico, si sposta nell’area dove stava scavando il contadino; si interessa al busto da quegli ritrovato e gli dà dei soldi per far sì che continui a scavare lì attorno. Insieme trovano le gambe velate, ossia la più grossa parte mancante della statua, un pezzo laterale di busto che la faceva stare eretta, una mano che porgeva una mela, un braccio malridotto e due busti marmorei (di origine tuttora sconosciuta). La statua viene così ricomposta e Voutier ha modo di vederla meglio.

Voutier e i due marinai ne rimangono affascinati e subito pensano a come fare per trasportarla in Francia. Non possono caricarla sulla loro nave, troppo piccola e carica di uomini e provviste, né hanno soldi per comprarla, almeno non la cifra che Kentrotas richiede, ovvero l’equivalente di un asino.
Così si rivolgono all’unico francese residente in quell’isola, il viceconsole Louis Brest. Gli propongono di comprarla in attesa del ritorno di una nave francese più grande e adatta al trasporto. Ma Brest non dispone della cifra richiesta, e prende tempo per pensarci su.

La lunga trattiva dei francesi

Intanto, Kentrotas alza sempre più la posta e la richiesta, la popolazione teme le reazioni del dragomanno, che se avesse saputo che la statua era stata venduta avrebbe come minimo frustato qualcuno (ricordiamo che il dragomanno era, in pratica, il rappresentante dell’autorità dei pascià perché, come abbiamo detto sopra, l’isola era parte dell’Impero Ottomano), e Voutier riesce solo a far sì che Brest “prenoti” la statua fino all’arrivo di altri francesi. E lascia l’isola.

Ma ecco che a Milo, sbarca Jules Dumont d’Urville, un ambizioso ammiraglio francese grazie al quale, il 19 aprile 1820, si compie il destino della donna di marmo che sarebbe divenuta la Venere di Milo.

L’Ammiraglio, infatti, venuto a conoscenza dell’eccezionale scoperta effettuata dal contadino e, dopo aver visto la statua, ne comprende l’inestimabile valore. Capisce, però, di non poterla acquistare per cui ne fa un disegno e appunta tutto nel suo diario – dove, peraltro, si dà tutti i meriti della scoperta, ed è per questo che spesso il ritrovamento della Venere di Milo viene, erroneamente, datato il 19 aprile 1820.

D’Urville sa che di lì a poco si sarebbe trovato a Costantinopoli, dove avrebbe avuto l’opportunità di parlare della questione con l’ambasciatore francese, de Rivière, e così accade. Incontra l’assistente dell’ambasciatore, il conte di Marcellus, il quale vede in quella storia un’opportunità tanto personale quanto di compiacimento dell’ambasciatore. Ma quest’ultimo sembra poco interessato, e si convince solo quando il conte di Marcellus gli dice che avrebbe potuto regalare la statua, qualora avesse avuto un valore, a re Luigi XVIII, e avrebbe così potuto ottenere dal sovrano il suo consenso a rientrare in Francia, come l’ambasciatore voleva da tempo.

Quando d’Urville e il conte di Marcellus arrivano sull’isola, la statua era stata però formalmente venduta a un delegato del dragomanno che, arrivato a Milo nelle settimane precedenti, l’aveva comprata pagando a Kentrotas l’equivalente di 750 franchi.

D’Urville e il conte di Marcellus fanno di tutto per bloccare l’affare. Si appellano al precedente accordo fatto dal viceconsole, il quale aveva “prenotato” la statua in attesa del ritorno degli ufficiali francesi. Usano anche la forza intimando lo schieramento al porto cinquanta uomini armati, e di una nave da guerra francese a impedire la partenza verso altra destinazione della statua. Le trattative durano due giorni, mentre anche un bastimento inglese si aggira attorno alla costa, minacciando di inserirsi nella gara. 

Finalmente, il 23 maggio 1820 la statua viene comprata per conto del console francese di Costantinopoli per 750 franchi più un terzo come “risarcimento”, e il 29 ottobre 1820 la Venere di Milo lascia Costantinopoli con destinazione Parigi dove vi giunge nel febbraio del 1821.

Si dice che re Luigi XVIII, da tempo malato di gotta e con cancrene diffuse, non l’abbia mai vista: appena arrivata, la dona subito al Museo del Louvre (dove la statua si trova tuttora) e tre anni dopo muore.

Ma perché i francesi ci tenevano tanto ad avere questa statua?

Perché qui si era creato un grosso vuoto lasciato dalla preziosissima Venere de’ Medici, portata in Francia da Napoleone ma poi, con la Restaurazione, nel 1815 restituita al Granducato di Toscana. E questo spiega la grande propaganda che le autorità francesi fecero dopo la sua collocazione al museo, per cui la Venere di Milo viene ampiamente “sponsorizzata” dai francesi dando così all’opera, già sicuramente bella e perfetta e pertanto degna di attenzione, la grande fama raggiunta poi nel XIX secolo.

Una volta giunta al museo, si pone un problema: come restaurarla? Perché insieme al corpo diviso in tre pezzi – busto, gambe con panneggio e parte superiore dei capelli – erano giunti a Parigi alcuni frammenti ritrovati nel medesimo terreno: un avambraccio in pessimo stato, la metà di una mano che regge una mela. Appartenevano alla stessa scultura? I pezzi di marmo e l’assenza di attributi rendono molto complicata l’identificazione e quindi i lavori di restauro. Ma per fortuna il problema dell’attribuzione si risolve: a Costantinopoli, in uno dei sacchi di reperti arrivati con la statua, viene trovata un’incisione con il nome del probabile autore, Alessandro di Antiochia. Quel ritrovamento risolve parzialmente la prima questione, ma lasciano aperte tutte le altre rimasero, e lo sono tuttora.
Al sovrano Luigi XVIII viene attribuita la decisione di “non restaurarla” affatto. 

Curiosità

A guardare bene da vicino (potendolo fare), la Venere di Milo presenta un taglio nel marmo che si mimetizza tra le pieghe del lenzuolo che avvolge i fianchi della dea.
Una rottura durante i lavori di scolpitura del marmo? Niente affatto!
Con i mezzi di più di duemila di anni fa, per i greci dell’epoca realizzarla e trasportarla non era certo uno scherzo. Per cui l’autore di quella che oggi è l’icona della bellezza classica lavorò la scultura in due blocchi separati, uno corrispondente alla veste, l’altro al nudo, facendoli combaciare perfettamente.


Quando fu ritrovata, alla statua mancavano il naso (poi ricostruito) e il piede sinistro, mentre sugli avambracci e sul collo c’erano evidenti segni di ornamenti metallici, forse monili andati anch’essi perduti


Celebrata e fonte di ispirazione di tantissimi artisti, da Delacroix a Dalì, ha avuto un solo “detrattore”: Renoir che la giudicò una figura troppo rigida, definendola senza troppe cerimonie “un gran gendarme”


Il fascino della statua senza braccia ha raggiunto cinema e tv: del primo ricordiamo la citazione che ne fa Bernardo Bertolucci in The Dreamers; della seconda ricordiamo la serie cult degli anni ’90 I segreti di Twin Peaks: qui David Lynch porrà nell stanze delle Loggia Nera, la mutilata ed enigmatica Venere di Milo (contrapposta alla Venus Pudica, la Venere de’ Medici).


La musica, naturalmente, non è stata da meno all’arte cine e tele-visiva. Miles Davis ha dedicato alla Venere di Milo un brano jazz (composto da Gerry Mulligan), Venus de Milo.
E con questo brano, di cui vi lasciamo all’ascolto, vi salutiamo dandovi appuntamento al prossimo incontro con la Storia e con l’arte. O con l’arte della Storia.

Fonti

https://www.arte.it/notizie/mondo/buon-compleanno-venere-di-milo-17099

http://www.ildialogodimonza.it/19-aprile-1820-riscoperta-venere-milo/

https://www.vivaparigi.com/la-venere-di-milo-louvre-parigi/

https://it.wikipedia.org/wiki/Venere_di_Milo

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