Sinossi
Antiche leggende raccontano le gesta del popolo dei Fanes che, secondo il mito, sarebbe vissuto sulle Dolomiti a cavallo tra l’Età del Bronzo e quella del Ferro. Tuttavia, della sua reale esistenza non si è mai trovata alcuna traccia. Ma la sua epopea è narrata anche in un misterioso manoscritto in lingua celtica, rinvenuto fortuitamente in un antico baule di bronzo. Sara Varzi di Casteldelbosco, la Contessa Rossa, e la sua inseparabile amica Anna “Care” Caremoli si sono ritrovate tra le mani la cronaca di fatti realmente accaduti e quindi la prova concreta che i Fanes sono veramente esistiti, o si tratta del primo esempio al mondo di romanzo storico, scritto almeno tre secoli prima della nascita ufficiale del genere? E quali segreti nasconde la grossa bambola di lana rinvenuta insieme al manoscritto? Quali legami, infine, possono esserci tra questa scoperta e l’affannosa caccia che il misterioso Ordine del Sole Nero sta dando da secoli al diario di un monaco vissuto alla fine del Millecinquecento? Dalle rive del lago di Acquapartita, sugli Appennini romagnoli, a quelle del lago di Braies sulle Dolomiti, passando per Cesenatico, Padova e Cortina d’Ampezzo, la ricerca della verità trascinerà Sara e Care in una nuova avventura, dai risvolti totalmente imprevisti.

Recensione a cura di Laura Pitzalis

Un romanzo, “La donna di lana”, difficile da catalogare: è un genere storico?, un fantasy?, un giallo?, un genere d’avventura? Tre, infatti, sono i perni su cui Niky Marcelli costruisce il suo racconto, la Leggenda, la Storia e l’Esoterismo, l’Avventura e Investigazione.

La leggenda è quella del popolo dei Fanes, la cui esistenza non è stata mai provata con documenti o tracce reali. Un popolo misterioso, la cui storia, tramandata soprattutto dalla tradizione orale e poi raccolta e trascritta in una versione romanzata da Karl Felix Wolff nel 1932, ci riporta a una dimensione mitologica in cui si narra dell’espansione e declino del loro regno leggendario, di personaggi magici, poteri sovrannaturali, regni misteriosi e vicende che ruotano intorno all’eterno conflitto tra il bene e il male, la luce e le tenebre, la vita e la morte.

Una leggenda senza  l’ “happy end” finale: i Fanes sconfitti, devono rifugiarsi nel regno delle marmotte, situato in un antro all’interno della montagna Croda del Becco. Si dice che ancora oggi aspettino che suonino le trombe argentate che ne segnaleranno la rinascita.

«Avvicinati, Vivona». Sorrise la sovrana. «Ti ho fatta chiamare, dopo tutti questi anni, per affidarti una nuova missione: l’ultima. […] Noi attenderemo il tempo promesso ma, come sai, po­trebbero volerci dei secoli e, probabilmente, ognuno tra i presenti in questo palazzo sarà polvere molto prima. […] Perciò ho deciso di affidare a te questo incarico, in attesa del giorno in cui il nostro regno potrà risorgere. Dovrai partire, donna della lana. Andare molto lontano […] E dovrai custodire il nostro segreto e tenere viva la nostra memoria fino al giorno in cui torneranno a squillare le trombe d’argento».

La Storia e l’esoterismo è quella che rimanda all’ “Ordine del Sole Nero” un ordine esoterico molto antico, di cui non si sa molto perché tutti i documenti e archivi finirono bruciati nell’incendio che nel 1842 distrusse la città d’Amburgo, sede della Casa Madre. Dopo il rogo, l’ordine in pratica si estinse fino a quando non fu rimesso in piedi da Heinrich Himmler, comandante della polizia e delle forze di sicurezza del Terzo Reich, discendente di uno dei gran maestri del Sole Nero e appassionato di esoterismo. Come base scelse il castello di Wawelsburg e nello specifico una vasta sala circolare della grande Torre nord, sul cui pavimento, con un mosaico verde, è rappresentato il simbolo del Sole Nero, lo Schwarze Sonne, la ruota del sole.

Il Sole Nero, dopo Amburgo, era andato in sonno in maniera talmente profonda da far pensare che fosse morto, fino a quando lui, discendente di uno degli ultimi gran maestri, non lo aveva risvegliato radunando gli eredi dei membri superstiti in quello che sarebbe diventato il primo nucleo delle SS. Una élite nella élite, che ben presto avrebbe dominato il mondo.

L’avventura e investigazione riguarda la parte del libro dove ci sono tutti gli ingredienti che danno vita al romanzo d’azione, più avventuroso che giallo, che a tratti mi ha ricordato “Indiana Jones”.
Qui ritroviamo le protagoniste di altri due romanzi di Marcelli, Sara Varzi di Casteldelbosco, la Contessa Rossa, e Anna “Care” Caremoli, “Care”, questa volta alla ricerca del Regno dei Fanes e del loro tesoro. Ed eccole ad affrontare insidie, marchingegni, gallerie sotterranee con una disinvoltura che, confesso, ho trovato un po’ inverosimile: troppe le favorevoli e provvidenziali coincidenze, sicuramente costruite per un finale soddisfacente.

Lo stile narrativo è scorrevole e accattivante grazie ai dialoghi freschi, schietti, arricchiti da intercalari propri della parlata dialettale, che marca l’aspetto ironico del romanzo.

L’ambientazione in luoghi naturali mozzafiato, così egregiamente descritti dal Marcelli tanto da farmi nascere il desiderio di vederli realmente; il tenore di vita dei protagonisti che richiama il lusso sfrenato con Hotel e locali 5 stelle e automobili sfarzose; e un fine umorismo, mi hanno portato alla mente, in versione femminile, la serie tv “Attenti a quei due” con Roger Moore e Tony Curtis. Un altro richiamo ai film, ma in effetti tutto il romanzo si muove su un piano cinefilo!

Una storia che ci trasporta dal lago di Acquapartita sull’Appennino romagnolo a Cesenatico, Padova, Cortina d’Ampezzo fino al lago di Braies in Trentino Alto Adige. Una storia ricca di mistero e miti che parte inizialmente in modo molto semplicistico e a volte prevedibile per poi aumentare il ritmo dell’azione che diventa adrenalinico e spettacolare con un finale consono alla realtà che mi piace.

Aveva appena finito di pronunciare queste parole che la statua di un guerriero Fanes, colpita da un masso staccatosi dal soffitto, si sbriciolò e le rovinò addosso, seppellendola fino ai reni.[…] «Non c’è tempo! Dobbiamo uscire adesso!» Gridò Vivy, mentre intorno a loro piovevano pietre e calcinacci. […] Sara, Care, Vivy e Corsini erano quasi a metà sala quando una porzione del soffitto, staccandosi, cadde a ostruire la loro via di fuga.

Una pecca, giudizio assolutamente soggettivo, che ho riscontrato nella narrazione e che, confesso, mi ha un po’ disturbato, sono le numerose e minuziose descrizioni dei vari capi d’abbigliamento dei protagonisti con annesso il brand di lusso. Non necessari ai fini dello svolgimento della narrazione, potevano essere evitati.

Per finire il titolo “La donna di lana”. Chi è? Ė un’anguana figura mitologica , spirito delle acque , una specie d’incrocio tra ninfa e sirena. Ma, scrive Marcelli , non si esclude possa appartenere a “una casta di realissime e umanissime sacerdotesse, che sono sopravvissute nei secoli e si sono tramandate l’incarico di custodire questa storia” (la storia del popolo dei Fanes). A questo punto sorge spontanea la domanda: perché “donna della lana” e non “donna delle acque”? Perché, scrive sempre Marcelli, “Secondo le leggende, le anguane avrebbero insegnato agli uomini molte attività artigianali, tra cui … la filatura della lana, appunto!”

E di lana nel romanzo se ne troverà parecchia e utilizzata in modo straordinario! Non vi dico dove e come … lo leggerete nel romanzo e vi stupirete!

Editore: Niky Marcelli (14 dicembre 2020)
Lingua: Italiano
Copertina flessibile: 413 pagine
ISBN-13: 979-1220234924
Link di acquisto cartaceo: La donna di lana

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