Trama Figlio di emigrati in Sudamerica alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Santo Bellomo torna in Sicilia esausto per le conseguenze fisiche e psicologiche che ha dovuto subire a causa della dittatura argentina. A San Vito Lo Capo, il ritrovamento del più caro amico del padre, il grande feeling che nasce col padrone e cuoco della locanda dove alloggia e la conoscenza di un enigmatico turista straniero, lo condurranno in un viaggio che rimbalza nel tempo e nella memoria, alla ricerca di qualcosa che ha segnato la loro storia individuale e la Storia degli uomini in modo indelebile. Qualcosa di indicibile si fa largo tra i pranzi e le cene succulente dei protagonisti, che riporta immediatamente al terribile eccidio di Marzabotto, luogo in cui la follia umana raggiunse il parossismo. Misurato tra l’ironia, la nostalgia e la tensione, Follia di fine estate è la storia di una (R)resistenza personale e collettiva, che grazie a un ritrovato legame umano, riesce a essere condivisa e, finalmente, celebrata, come il più grande atto liberatorio. Recensione a cura di Maria Marques Cesare Pavese scrisse: “questo è l’ostacolo, la crosta da rompere: la solitudine dell’uomo – di noi e degli altri.” Questo libro è intriso di solitudine e dolore. Il protagonista, Santo Bellomo è figlio di emigranti che percorre al contrario il viaggio dei genitori, tornando in Italia per vivere e lavorare e che, riesce a regalarsi una vacanza, proprio nel paese di origine della sua famiglia, in Sicilia. Ogni viaggio dona qualcosa: se ne esce arricchiti nell’animo, negli occhi, nell’olfatto, in una girandola di emozioni che difficilmente si dimenticano; le stesse emozioni ,sono amplificate se si torna nel luogo di origine; è un po’ come se si aprisse un libro di ricordi, che affiorano alla memoria dal cuore, sommergendolo e costringendolo ad abbattere le corazze che la vita purtroppo ci insegna a costruire, a rispolverare il lessico famigliare, con quella alternanza che ancora è presente in alcuni paesi, tra la lingua italiana ed il dialetto. Il viaggio per Bellomo, diventa un momento di riflessione per cercare di ricostruire la propria esistenza devastata da una ferita fisica, ricevuta quando era poliziotto in Argentina, dalla perdita drammatica della sorella ed infine dall’abbandono della sua donna che gli preferisce un altro. La sua vita non sembra avere molto da offrire:un lavoro squallido, un ritrovo con gli amici, il calcio, il ciclismo , il fumo, tante letture ed un vuoto nell’animo che non riesce a colmare in nessun modo. Con l’animo invaso dalla collera e dal dolore, egli osserva con apparente aria di superiorità le persone che lo circondano e con cui si scontra durante la vita di ogni giorno ed ancora di più durante la sua vacanza. Questa esistenza così piatta, viene movimentata dall’incontro con alcune persone: un misterioso, anziano, turista tedesco con cui instaura uno strano rapporto fatto di incontri casuali nei luoghi più impensati ,con vaghi accenni alla sua presenza in Italia durante la guerra;con un anziano pescatore del luogo, Gaetano ,vecchio amico del padre, che lo accoglie nella propria casa come se lo stesse aspettando da una vita, quasi fosse un figlio ritrovato. Ultimo incontro, ma non meno importante, quello con uno dei titolari dell’albergo in cui soggiorna,cuoco sopraffino che là, dove tace ascoltando in silenzio, parlano per lui i suoi piatti. L’elemento che accomuna Bellomo e Gaetano, è il dolore. Il primo ha perso la sorella durante il regime dittatoriale in Argentina, nel modo più drammatico :facendola scomparire nel nulla per poi restituirla alla famiglia, vittima di ogni abuso e sevizia, con nessuna speranza di sopravvivenza. La ragazza che con un poco di fiato riesce a raccontare al fratello quanto le è accaduto, è come se raccontasse il dolore, la paura e la sofferenza, di una altra persona. “Sopravvivere ad un figlio è forse la più grande condanna di questa vita” e questo sarà il dolore che accompagnerà gli anziani genitori e lo stesso Bellomo, che si sente “genitore” della propria sorella. Il vecchio pescatore invece racconta ,in modo pacato, una storia agghiacciante che si collega all’eccidio perpetrato dai nazisti a Marzabotto, durante il quale la sua amata ed il figlio, che doveva ancora nascere, persero la vita. Un eccidio che pesa ancora sulla coscienza di chi ne fu parte attiva, che toglie ogni parola ed il fiato nella sua crudeltà verso vittime civili ed indifese, in un parossismo di atrocità che non dovrebbero avere nulla a che fare con gli uomini. La guerra è atrocità, morte, soppressione di vite umane; la guerra può trasformare alcuni uomini in esseri senza coscienza, amorali ed altri, in persone che perseguono ideali di libertà sino all’estremo sacrificio; la guerra colpisce gli innocenti ;la guerra sembra nascondere nell’ombra alcuni colpevoli. L’aver indossato una divisa non pone l’uomo, una volta terminato il conflitto, al sicuro ,quasi come se la frase “Obbedivamo a degli ordini” possa giustificare ogni azione .L’uomo deve essere responsabile, deve sempre rispondere delle proprie azioni, sia nel bene che nel male. “Non essendo riuscito a morire in guerra, io solo qua potevo tornare e cercare di uscire dalla vita di tutti” . Gaetano desiderava soltanto essere ricordato da qualcuno, che qualcuno si accorgesse del suo trascinare una esistenza con l’unico “coraggio di aspettare”, qualcuno con cui condividere il suo dolore, qualcuno che lo ascoltasse e lo ritrova proprio nel figlio del suo amico. Il verbo “aspettare” accomuna i due uomini, dice infatti Bellomo “Decidi di ritirarti con te stesso quando riesci a realizzare che hai perso il paradiso che avevi tanto desiderato con la tua compagna , e lo hai perso così in fretta, in maniera dolorosa che decidi di fare una scelta: aspettare”. Ma, come lui stesso sa bene, c’è una grande differenza tra aspettare e vivere. Questo mondo di specchi, dove si riflette una realtà che non è quella dentro ciascuno di noi, dove ci si nasconde dai sentimenti e dalle lacrime,avrà il suo deus ex machina nell’anziano ed enigmatico tedesco , la cui frase più ricorrente è “Credo di essere uomo giusto,forse solo alla fine di tutto”; una frase moralmente impegnativa da pronunciare, da collegare alla propria esistenza. Vorremmo essere giusti?Ma cosa significa essere giusti? Giustizia o verità, ci si chiede spesso,ben consci che qualunque si scelga,qualcuno ne soffrirà. Questo è un libro decisamente “maschile”,scritto da un uomo che racconta i sentimenti dalla parte degli uomini, con gli occhi degli uomini. Il protagonista del libro, Santo Bellomo, è sgradevole, si esprime in modo scurrile, trancia giudizi su tutto e tutti e persino l’autore lo chiama ben poche volte con il nome proprio, quasi a mantenere il distacco, al contrario degli altri protagonisti che si segnalano per l’uso del nome di battesimo. Tuttavia l’uso della cucina, in cui un piatto succulento ,cementa amicizie,scatena una sorta di empatica condivisione di sentimenti, questa ricerca del ricordo, del non dimenticare, dell’aspettare ,ha un sottofondo suggestivo,malinconico che non conquista, ma attrae. Un po’ lento in alcuni passaggi e forse troppo dilatato in alcune descrizioni, ma interessante per l’uso del dialetto siciliano in moltissime frasi, questo libro diventa una lettura che lascia spunti di riflessione su drammatici avvenimenti che hanno interessato la storia del nostro paese, sul valore della amicizia e della condivisione del dolore che, insormontabile singolarmente, diviene esperienza di vita, quasi ,forse, una via per la guarigione dell’animo. Copertina flessibile Editore: Bonfirraro (15 settembre 2017) Collana: Romanzo B. Lingua: Italiano ISBN-10: 8862721501 ISBN-13: 978-8862721509 Link d’acquisto:  Follie di fine estate  

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