Articolo a cura di Concetta Di Lorenzo
In realtà le giornate di lotta con cui i napoletani riuscirono a liberarsi definitivamente dagli oppressori tedeschi furono tre e mezza. L’insurrezione, iniziata la mattina del 27 settembre 1943, era già finita nella mattina del 30 settembre perché, in nottata, i tedeschi avevano lasciato la città, non prima di aver compiuto l’ultima vigliaccata. Diedero alle fiamme i preziosissimi registri medievali della Cancelleria Angioina custoditi per sicurezza all’interno di Villa Montesano a San Paolo Belsito, nei pressi di Nola.
Quando i primi corpi d’avanguardia, i King’s Dragoon Guards britannici, della Quinta Armata del generale Mark W. Clark entrarono a Napoli alle 9,30 del 1° ottobre 1943, la città era già libera. Aveva fatto tutto da sola, costringendo gli ultimi reparti tedeschi a lasciare la città.

Che cosa aveva spinto un’intera popolazione a insorgere contro i tedeschi e a liberarsi da sola? La stanchezza e la rabbia. Napoli era stanca. Ed era arrabbiata. Era arrivata al massimo livello di sopportazione e aveva semplicemente detto “mo’ basta!”. Basta ai soprusi, alle ruberie, alle intimidazioni, alle imposizioni, ai rastrellamenti indiscriminati degli uomini, al razionamento al minimo del pane, alla fucilazione immediata per tutti quelli che non rispettavano i folli proclami del colonnello Scholl, l’uomo a capo del Comando tedesco in città, per il quale la vita di un solo tedesco valeva non dieci, ma trenta vite di napoletani.
Napoli, come è noto, è sempre stata una città di accoglienza e non si era smentita neppure con i tedeschi che la controllavano. Con essi il popolo napoletano aveva imparato a convivere abbastanza bene, quasi amichevolmente. I napoletani ce l’avevano non tanto con loro che li controllavano da terra, quanto con gli angloamericani che li bombardavano dal cielo, costringendo la popolazione a rifugiarsi continuamente nella galleria borbonica di Piazza del Plebiscito, che si estende sotto la collina di Pizzofalcone. Napoli era stata bombardata più di cento volte, qualche giornalista riporta 181 volte. Il bombardamento più feroce fu senza dubbio quello del 4 agosto del ’43, quando 400 “fortezze volanti”, i quadrimotori B24 americani, bombardarono il porto e la città per più di un’ora, dalle 13,35 alle 14,50, distruggendo stupendi monumenti storici, come la chiesa trecentesca di Santa Chiara, parte del settecentesco chiostro maiolicato delle clarisse. il palazzo reale, e le strade più famose di Napoli, giusto per far capire a tutti che, sebbene Mussolini fosse stato arrestato, la guerra continuava. Il bombardamento fece 3000 vittime civili e gli incendi che ne seguirono durarono 48 ore.
Poi arrivò l’8 settembre 1943.
In città, oltre a duemila tedeschi, c’erano anche novemila militari italiani: il XIX corpo d’armata al comando del generale Riccardo Pentimalli (la divisione “Pasubio” e cinque battaglioni della difesa costiera) e le truppe territoriali al comando del generale Ettore Del Tetto, ai quali non si sa se erano arrivate in tempo utile le disposizioni del Comando centrale sull’atteggiamento da tenersi con i tedeschi in caso di loro azioni aggressive. Probabilmente no. Il comando tedesco aveva invece disposizioni ben precise già da tempo e sapeva perfettamente cosa fare.

Subito dopo la notizia dell’armistizio, tra il 9 e il 10 settembre, i tedeschi cominciarono a occupare gli aeroporti di Capodichino e di Pomigliano d’Arco, le batterie costiere, i posti di avvistamento e cominciarono a fare blocchi stradali. Il 9 arrivò la notizia che gli angloamericani avevano iniziato lo sbarco a Salerno e i tedeschi intensificarono la loro azione. In città attaccarono la caserma Regina Elena e le caserme dei carabinieri di San Potito e di Poggioreale. Nel pomeriggio dell’11 settembre il maggiore Di Gennaro, ufficiale italiano di collegamento presso la divisione “Göring”, si presentò al generale Pentimalli con la richiesta tedesca di consegna delle armi. Il generale respinse la richiesta rispondendo che se i militari tedeschi si impegnavano a non commettere atti di violenza contro la popolazione civile, lui avrebbe tenuto le truppe nelle caserme. Cosa che i tedeschi non fecero. Poche ore dopo i tedeschi fucilarono a Nola il colonnello Di Pasqua, comandante del 48° reggimento di artiglieria, e nove artiglieri scelti a caso, per un incidente popolare in cui era stato ucciso un camerata tedesco.
Nel pomeriggio del 12 settembre, dodici carri armati circondarono seimila persone sul rettifilo, sfondarono con una cannonata la porta dell’università, ma non trovarono i “ribelli” che credevano di trovare. Per ripicca portarono via dai laboratori tutta la strumentazione scientifica e diedero fuoco alle aule; poi, ai seimila fermati tolsero orologi, portafogli, catenine e ogni altra cosa di valore.
Il 12 settembre iniziarono gli assurdi proclami del colonnello Scholl.
Nel primo proclama Scholl ordinò il coprifuoco dalle 20 alle 6 e ordinò la consegna delle armi e delle munizioni entro le ventiquattr’ore. Nessun civile obbedì all’ordine di consegna delle armi. Nella stessa giornata del 12 e il lunedì 13 furono uccisi decine di militari italiani e 27 civili nelle vie della città; 185 persone furono aggredite e mandate all’ospedale. Più di quattromila militari e cittadini furono fatti prigionieri e trasportati alla stazione del comando per essere deportati. Le caserme furono aperte; i militari in fuga o catturati. Il generale Riccardo Pentimalli e il generale Ettore Del Tetto si rifugiarono prima in un convento, poi in abitazioni civili. Infine, in abiti borghesi, abbandonarono la città.
La razione giornaliera pro capite del pane, già ridotta da 200 gr a 50 gr, venne soppressa del tutto, determinando la fame per la popolazione. Il colonnello Scholl stava praticamente dicendo ai napoletani “se volete mangiare arrangiatevi!”.
Un proclama del 23 ordinò che tutti gli uomini delle classi dal 1919 al 1925 e che abitavano a Napoli, Pozzuoli e Resina (oggi Ercolano) dovevano presentarsi al comando tedesco per “il servizio obbligatorio del lavoro” portandosi dietro il vestiario necessario “per una lunga assenza”.
Il giorno dopo, il 24, un nuovo proclama ordinò lo sgombero entro le 20 di tutta la fascia costiera cittadina, fino a una distanza di trecento metri dal mare. In pratica 240 mila persone vennero costrette ad abbandonare le proprie case per permettere la creazione di una “zona militare di sicurezza”.
Il giorno 27 arrivò la chicca dei proclami di Scholl: tutti gli uomini che non si erano presentati per il servizio obbligatorio del lavoro (se ne erano presentati solo 150 su 30.000) sarebbero stati cercati dalle ronde e fucilati. Come se non bastasse quella mattina i militari tedeschi cominciarono a saccheggiare tutti i negozi, sia per assicurarsi scorte alimentari, sia per ridurre alla fame i napoletani.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso!
La rivolta ebbe origine tra Via Scarlatti e via Cimarosa, improvvisa, spontanea. Iniziarono scontri tra giovani studenti e militari tedeschi. Molti morti da una parte e molti morti dall’altra. La voce corse e altri quartieri e altre strade insorsero. Altri scontri a San Ferdinando, Largo della Carità, piazza Dante, via Pessina e Santa Teresa al Museo; poi scontri più violenti in via Foria, a Capodimonte, San Giovanni a Teduccio, Doganella, Porta San Gennaro, Capodichino e Largo del Reclusorio. Si organizzarono i primi comandi partigiani al Vomero, a Montecalvario, al Duomo, a Chiaia, all’Avvocata, a Posillipo, a corso Garibaldi. Si alzarono barricate per ostacolare il movimento dei mezzi tedeschi con tutto quello che si poteva trovare a portata di mano: tram rovesciati, macerie dei bombardamenti, auto rotte, mobili, tavoli, materassi. Qualsiasi cosa pur di fermare i tedeschi che reagirono con violenza, sparando all’impazzata, forse a voler obbedire agli ordini del comando centrale: “se proprio dovete abbandonare la città, lasciate solo cenere e macerie “.
Un solo grido si sentiva in ogni strada di Napoli: “Se n’hanna j! Se n’hanna j a chillu paese! Hanno rutt’ ‘o ….. ” (“Se ne devono andare! Se ne devono andare a quel paese! Hanno rotto le scatole!”)
Napoli era arrabbiata e determinata e non faceva più sconti a nessuno. Tutti partecipavano all’insurrezione, combattendo fianco a fianco: uomini, donne, studenti, operai, professionisti, soldati del Regio Esercito che, rimasti senza ordini dopo l’armistizio, misero a disposizioni degli insorti le armi rimaste e le loro competenze militari. Determinanti furono gli “scugnizzi”, chiamati più tardi “ ‘e guagliune surdate” , giovani e giovanissimi di strada, che parteciparono attivamente alla liberazione, preoccupandosi del rifornimento delle armi e delle munizioni, prendendole nelle caserme abbandonate e ai soldati morti nelle strade. Furono tanti, tra cui meritano particolare menzione la giovanissima staffetta partigiana Maddalena Cerasuolo, detta Lenuccia; l’adolescente Filippo Illuminato, 13 anni, partigiano combattente, ucciso da raffica di mitra il 28 settembre, medaglia d’oro al valor militare alla memoria; Pasquale Formisano, 17 anni, partigiano combattente, ucciso da raffica di mitra il 28 settembre, medaglia d’oro al valor militare alla memoria; Mario Menichini, 18 anni, partigiano combattente, ucciso da raffica di mitra il 29 settembre, medaglia d’oro al valor militare alla memoria.
Ma la figura simbolo delle Quattro Giornate di Napoli è lui, l’undicenne Gennaro Capuozzo, detto Gennarino, colui che osava quello che altri insorti non osavano, forse per incoscienza giovanile o per vero fervore. O forse per entrambe le cose.
Gennarino prese parte ai combattimenti in via Santa Teresa degli Scalzi, dove abitava con mamma e fratelli, e si posizionò sulla terrazza delle Maestre Pie Filippine da dove si poteva controllare la via che viene da Capodimonte, centro delle forze corazzate tedesche. Come tutti i più giovani, si occupò prima di rifornire di munizioni gli insorti poi partecipò più attivamente ai combattimenti, avvicinandosi ai carri armati tedeschi e lanciando granate per fermarli. Morì eroicamente, dilaniato dall’esplosione di una granata nemica, il 29 settembre proprio mentre cercava di fermare a colpi di granate un carrarmato tedesco.

Secondo alcune fonti, negli scontri morirono 170 insorti e 150 cittadini inermi. Secondo la commissione ministeriale per il riconoscimento partigiano i morti furono 155; nei registri del cimitero di Poggioreale sono invece registrati 562 morti. I combattenti, secondo la commissione, furono 1589, ai quali va aggiunta parte della popolazione che ha fatto una resistenza civile e non violenta.
Il 10 settembre del 1944 fu conferita a Napoli la medaglia d’oro al valor militare.
Quando il 1° ottobre del ‘43 il generale Clark arrivò infine a Piazza del Plebiscito trovò migliaia di napoletani che lo acclamarono e abbracciavano i soldati, a piedi e nelle jeep. Il giorno dopo il generale inviò un telegramma alla moglie, dicendole: “Ti regalo Napoli per il tuo compleanno. Ti amo. Wayne”.
Noi quella vittoria di liberazione vogliamo invece dedicarla al più giovane e più audace dei combattenti: a Gennarino Capuozzo, medaglia d’oro al valor miliare alla memoria. E se l’è meritata tutta!
Principali studi e articoli di riferimento.
Ermete Ferraro – Le Quattro Giornate di Napoli, doc
Sergio Lepri – Le Quattro Giornate di Napoli, pdf
Archivio Storico de Il Mattino di Napoli



