A cura di Raffaelina Di Palma
Ci sono voluti due romanzi storici e una ricerca di diversi anni per restituire alla comunità marchigiana la figura di Elisabetta Malatesta Varano (1407-1477), una delle donne più illuminate del Quattrocento italiano. E questo è merito di Clara Schiavoni che, prima con “Sono tornata” (Edizioni Simple) e poi con “Saprò ricominciare” (Affinità Elettive) ha tratteggiato la personalità e la vicenda di una donna il cui ricordo era finora relegato soltanto ad un breve saggio storico del 1911 di Bernardino Feliciangeli (1862-1921).
Dopo averci raccontato di Elisabetta Malatesta Varano, Clara Schiavoni ci ha fatto conoscere la sconosciuta storia di Cleofe Malatesta, principessa di Mistra, (Raffaelli Editore), appartenente, come Elisabetta, alla potente famiglia dei Malatesta di Pesaro-Rimini quindi parente del signore di Brescia e sorella del vescovo della città; lei andò in sposa al principe Teodoro II Paleologo dell’Impero Bizantino, per volere di papa Martino V. Da una parte si nota come da Brescia sia passato un ambizioso tentativo di riunire tutte le chiese cristiane, (in parte riuscito), dall’altra emerge il triste epilogo di una donna in balia di giochi di potere più grandi di lei: una dama per salvare un impero.

L’INTERVISTA
Come e quando è nato il tuo interesse per la scrittura, in particolare il genere storico?
Il mio interesse per la scrittura è nato presto: già in terza elementare scrivevo piccole storie per mia sorella, gliele leggevo e lei si divertiva a fare disegni del testo nelle parti dei fogli dove lasciavo spazio appunto per la sua creatività. Ho continuato a scrivere e a 15 anni ho inviato un mio racconto a un giornale femminile che lo ha pubblicato tra la meraviglia dei miei genitori e dei miei parenti. In seguito, per anni, tutto ciò che era espressione del mio bisogno di scrivere l’ho riposto nel classico cassetto compresi i brevi racconti storici perché l’amore per la Storia è stato coevo all’amore per la lettura e per la Storia il mio grande ispiratore è stato mio padre con i suoi racconti serali su indomiti cavalieri che arrivavano con galoppate pazzesche sempre a un castello o per battagliare o per salvare principesse in pericolo. I castelli che mio padre mi descriveva mi hanno preso il cuore e il Medio Evo è diventato la mia era. Come la mia passione, fin da piccola, è stato il castello dei Varano in località Sfercia vicino a Camerino (Mc): per me bambina era il castello delle fate, per me adulta è stato l’input per studiare la Signoria dei Varano, appunto, di Camerino e non solo, studi da cui è emersa prepotente la figura di Elisabetta Malatesta Varano e poi di sua zia coetanea Cleofe Malatesta.

Quali sono gli autori di riferimento a te più vicini, nell’intreccio tra strutture sociali e aspetti culturali?
Mia prima autrice di riferimento è stata Anna Banti, grande autrice da cui ho imparato l’importanza dell’incipit di un racconto e di un romanzo dopo essere stata sedotta dal suo incipit in “Radici nell’Itinerario di Paolina”: l’ho letto e riletto mentre lo snodarsi delle frasi mi meravigliava e mi appagava e mi insegnava, ma la mia ispiratrice più profonda e totalizzante, la mia “Maestra” è stata Maria Bellonci e per quanto riguarda la documentazione da lei ho imparato a non basarmi su articoli storici di terza mano bensì di andare alle fonti storiche autentiche, costi il tempo che costi per i viaggi che si devono fare a Biblioteche, Archivi storici anche situati in diverse città italiane.
Hai mai dovuto modificare un evento storico per esigenze narrative?
Non ho mai modificato un evento storico per esigenze narrative né mai lo farei, perché significherebbe cambiare la Storia.
Le descrizioni ambientali vanno di pari passo con l’approfondimento psicologico dei tuoi personaggi?
In generale i vari ambienti esterni protagonisti delle scene li ho studiati recandomi in loco più e più volte per osservarli in varie ore della giornata e nelle diverse stagioni; per quelli interni, quali coreografia della situazione che il personaggio sta vivendo, ne ho curata la descrizione in base, appunto, alla situazione psicologica in cui il personaggio si trova arricchendoli di luce, di colori, di allegria architettonica per i momenti felici, il contrario in quelle avverse.
Ti sei mai imbattuta in un personaggio storico che non amavi?
I personaggi principali dei miei romanzi li ho scelti perché attratta dalla loro storia di vita, li ho amati e continuo ad amarli in una sorta di sorellanza elettiva, considerato che i miei personaggi principali sono donne.
Tra i personaggi secondari, di cui comunque dovevo scrivere, ne ho incontrati di negativi in tutto il loro essere e più li disprezzavo più riuscivo a descriverne la personalità, a evidenziarne i lati oscuri quasi diabolici e posso citarne due, i cognati di Elisabetta Malatesta Varano: Gentilpandolfo Varano e Berardo Varano.

Nella trilogia dei Malatesta, “Sono tornata” “Saprò ricominciare” e “La cupa fiamma”, Elisabetta e Cleofe: queste due grandi donne, anzi, queste due “personagge”, come tu ami chiamarle hanno, in qualche modo, influenzato il tuo pensiero sul periodo storico che esse hanno attraversato?
Cleofe nacque a Pesaro nel 1405, Elisabetta nacque a Pesaro nel 1407. Cleofe è la zia coetanea di Elisabetta, crebbero come sorelle alla corte di Pesaro (Cleofe anche in quella di Rimini) e fino alle loro rispettive età di 15 e 13 anni le ho “viste” crescere in una corte ad alto livello culturale in mezzo agli agi da cui erano circondate, quindi un periodo di vita che storicamente conoscevo (era identico per tutte le bambine e ragazze di corte) e non ha influenzato il mio pensiero storico in alcun modo. Una volta andate spose, le loro situazioni di vita matrimoniale, invece, mi hanno turbato emotivamente, ma non a livello storico, perché anche in questo caso Elisabetta e Cleofe hanno avuto comportamenti che rispecchiavano l’educazione ricevuta.
Quanto è importante l’uso dei cinque sensi per descrivere un’epoca?
Quando ci si concentra fortemente in un’epoca storica avviene una sorta di transfert in cui tutti sensi sono allertati: si vede, si ode, si tocca, arrivano odori e anche il gusto ha il suo daffare: si ode il frusciare del lungo vestito di una dama che ti viene incontro nel silenzio di una stanza rotto solo dal crepitare del camino, si può sfiorare il suo morbido vestito damascato, ti arriva l’odore dell’unguento che lei ha usato come profumo e nella cena a due gusti il sapore di cibi cotti e conditi secondo l’uso del tempo. E tu in questa epoca storica ci sei dentro con tutti i tuoi cinque sensi sia che ti trovi in un interno sia all’aperto nei vicoli di un paese o a cavalcare in mezzo alla natura.
Inoltre, e non è un aspetto di importanza irrilevante, nel lettore nasce il coinvolgimento con l’opera proprio se le descrizioni dell’autore riescono a farlo vedere, udire, captare odori, toccare e degustare.

Qual è l’aspetto più difficile nella ricostruzione di un periodo storico. Ce n’è uno che vorresti rivivere?
Nella mia esperienza, l’aspetto più difficile nella ricostruzione di un periodo storico è stato il reperimento di documenti storici validi. Ho avuto, comunque, la fortuna di conoscere persone giuste che mi hanno saputo indirizzare. E come seconda difficoltà è stato lo studio dei documenti riguardanti le battaglie e gli innumerevoli accordi e tradimenti politici. Nonostante i lati negativi iniziali rivivrei con piacere tutta la ricostruzione storica che mi è servita per il primo romanzo su Elisabetta, quel viaggiare “nei territori della Signoria dei Varano” per trovare riscontro di luoghi, di percorsi del 1400 e di atmosfere antiche che erano solo dentro di me, ma mi hanno dato la forza per scriverne.
Nei tuoi romanzi, come hai reso credibile la mentalità dei personaggi dell’epoca senza renderla anacronistica?
Ci si deve avvicinare a qualsivoglia epoca storica con molto rispetto nei confronti della sua cultura, del suo senso religioso, dei valori fondanti su cui donne e uomini di quel tempo hanno impregnato la propria vita. Il modo di pensare, di ragionare, di parlare dei personaggi deve avere la tipicità di quel periodo storico. Ad esempio, è catastrofico mettere in bocca a un fraticello del 1435 frasi psicologiche appartenenti all’epoca dell’autore perché il fraticello era semplice e parlava in modo semplice. Il grande rischio è di far parlare personaggi vissuti in un’epoca lontana secoli dalla nostra con il “nostro” linguaggio cosa che trovo in molti romanzi di ambientazione storica e ciò mi dà un fastidio enorme anche se è vero che la maggior parte dei lettori non se ne accorge.



