Recensione a cura di Concetta Di Lorenzo
“Carlotta mia, io dell’arancio amaro conosco solo le spine e ormai non mi fanno più male. Ma il profumo del suo fiore bianco è il tuo ed è quello della libertà”.
È quello che scrive la madre alla figlia in una lunga lettera, augurandole un futuro diverso da quella che è stata la sua vita fatta di decisioni difficili da accettare perché prese da altri. Sacrificando la sua maternità per il bene della figlia, la madre le augura di essere forte e resistente come l’arancio amaro, in Sicilia molto usato per gli innesti, su cui possa innestarsi e fiorire una nuova vita e una nuova libertà.
Lo stupendo romanzo Come l’arancio amaro di Milena Palminteri, edito da Bompiani, non a caso ha vinto il premio Bancarella 2025: è un romanzo molto vigoroso e allo stesso tempo delicato, reso ancora più prezioso dall’espressiva musicalità della lingua siciliana. Non è un romanzo d’amore deluso come il titolo potrebbe far pensare; è piuttosto un romanzo di resistenza femminile, un cammino di rinascita e liberazione dalle restrizioni della società siciliana del secolo scorso, in cui la donna e il suo corpo erano ancora considerati proprietà di un uomo-padrone, che ne poteva fare quello che voleva, alla stessa stregua di un pezzo di terreno. Sulla donna l’uomo siciliano aveva radicato le sue ataviche aspettative anche grazie all’accettazione di chi le subiva e le alimentava, senza mai ribellarsi: soddisfarne le voglie sessuali, essere madre e moglie ubbidiente, non pensare per proprio conto e non avere desideri né aspirazioni proprie. In breve, mettere la vita completamente nelle mani del marito, annullando totalmente sé stessa.
Il tentativo di liberazione dagli ancestrali schemi siciliani il lettore lo segue in tre donne – Nardina, Sabedda e Carlotta – che condividono un segreto che si intuisce man mano che la narrazione si snoda su due piani temporali.
Nardina, studentessa in procinto di laurearsi, vive negli anni venti e per migliorare il rango sociale della famiglia viene costretta dalla madre a sposare il barone Cangialosi, molto più vecchio di lei, da cui non riesce ad avere figli. La sterilità la condanna come donna al silenzio e alla devozione forzata al marito.
“Da che mondo è mondo, il maschio è il capo della famiglia, lui che dà e toglie, che fa e sfa, che ordina e comanda, inutile tentare di cambiare le sorti, battaglia persa è! Tuo padre ragionava come tutti… però non ho mai conosciuto uno più di lui rispettoso delle donne! Sono stata fortunata io, non so quanto lo sarai tu.” dice Nardina a sua figlia. Ma lei stessa non è convinta di quello che dice.
Sabedda è la figlia del fattore dei Cangialosi ed ella stessa serva della famiglia. Donna un po’ selvatica, viene abusata e messa incinta da Stefano, figlio del barone D’Amelio, ma la colpa di quell’abuso ricade solo su di lei che ne pagherà le conseguenze.

Carlotta si muove invece negli anni ’60. Si laurea in giurisprudenza, ma non riesce a fare l’avvocato perché l’avvocatura, a quei tempi, non era cosa per donne. Viene costretta al lavoro più tranquillo di direttrice dell’archivio notarile di Agrigento ed è proprio là che tutto viene sconvolto. Quando in archivio Carlotta scopre un documento che riguarda la sua famiglia, ha inizio il suo viaggio a ritroso nel tempo, là dove tutto aveva avuto origine e dove un insieme di intrecci e silenzi omertosi hanno cambiato per sempre la vita delle tre donne.
Accanto alle protagoniste femminili l’autrice delinea personaggi maschili molto autentici. Al barone Cangialosi simbolo di una nobiltà ormai agli sgoccioli, si alterna zù Peppino, avvocato e consigliere della famiglia Cangialosi, uomo allo stesso tempo antico e moderno: antico nell’amore nascosto e silenzioso per la dolce Caterina, prigioniera in un matrimonio infelice, e per un senso di protezione verso Carlotta; uomo moderno perché comprende il bisogno di emancipazione di Carlotta a cui dice di non abbandonare mai il suo sogno di diventare avvocato.
E poi c’è il campiere don Calogero, mafioso vecchio stampo, ritenuto un vero protettore e l’unico aiuto per chi non ha altri mezzi e che riesce a risolvere tanti problemi, chiaramente non senza il proprio tornaconto.
“Pochi di quegli uomini e quelle donne in attesa di udienza sapevano quale prezzo sarebbe stato chiesto dal campiere in cambio della grazia cercata, e i più uscivano dalle grotte senza avere avuto da lui richiesta alcuna. Era questa la procedura adottata dalla razza mafiosa quando, benevola e opportuna, offriva la risoluzione di problemi che per altre strade, soprattutto quelle lecite, sembravano irrisolvibili. In verità la contropartita era una cambiale in bianco: si chiamava “sottomissione”, era a tempo indeterminato e non richiedeva firma.”
Le cose infine cambieranno col tempo, come sempre succede, ma alle tre protagoniste saranno costate una vita di rinuncia ad essere sé stesse. A soffrirne di più sarà stata Sabedda, vittima di una società profondamente maschilista che la punisce per una colpa commessa da un uomo su di lei. Ma proprio don Calogero salderà i conti con Stefano e porterà Sabedda con lui in America, dove ella troverà un po’ di pace e quella liberta che non aveva mai provato prima.

Trama
Agrigento, 1960. Carlotta ha trentasei anni ed è convinta che nessuna persona amata possa rimanerle vicino: suo padre è morto la notte in cui lei nasceva, la sua adorata bambinaia se n’è andata quando lei era piccola e sua madre è sempre stata simile a un’algida istitutrice. Cresciuta durante il Ventennio e la guerra in una Sicilia dove da sempre tutto cambia per rimanere immutato, Carlotta ha imparato che il solo modo per non soffrire è annoiarsi con pazienza. Così, dopo gli studi di legge, anziché lottare per diventare avvocato si è rinchiusa a lavorare all’Archivio notarile. Ma il destino ci insegue anche se noi ci nascondiamo: è proprio uno dei polverosi documenti dell’Archivio a rivelarle la terribile accusa rivolta da sua nonna paterna a sua madre, di non averla partorita ma comprata. Carlotta comincia un’indagine che la porterà a scoprire le radici della rabbia e della sete che per tanti anni ha cercato di mettere a tacere. Sarraca (Agrigento), 1924. È inutile essere giovane e piena di progetti, se sei nata nel tempo sbagliato. Mentre da Roma scende l’onda nera del fascismo, la diafana Nardina sposa il nobile Carlo Cangialosi ma non riesce a rimanere incinta, e questa colpa si allunga su di lei come un’ombra. E la bellissima e selvatica Sabedda, umile serva, si trova in grembo un figlio che non potrà sfamare. I percorsi di queste due ragazze si intrecceranno grazie al piano scellerato ordito da Bastiana, madre di Nardina, e dal campiere don Calogero, in odore di mafia. Milena Palminteri esordisce con un romanzo generoso, sostenuto da una lingua ricca di sfumature, popolato di personaggi memorabili per la dolente fierezza con cui abbracciano i propri destini.
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