Recensione a cura di Raffaelina Di Palma
Il 1848 fu l’anno dei portenti, l’anno della primavera dei popoli e della rivoluzione europea che mise fine, a detta di diverse affermazioni in base alla narrazione di eventi storici, facente parte della importante Rivoluzione occidentale atlantica, composta da una serie di rivoluzioni l’ultima delle quali, secondo gli studiosi, iniziò nel febbraio del ’48 in Francia, anche se di fatto il primo evento rivoluzionario si era rivelato il 12 gennaio dello stesso anno con la sommossa di Palermo.
Andrea Camilleri, in questo breve saggio, ci fa conoscere il suo punto di vista con una analisi supportata da documenti storici, coinvolgendo il lettore ad appassionarsi alla sua esposizione dei fatti, in realtà, poco chiari dell’epoca. Ricostruisce minuziosamente lo sfondo storico in cui maturò il massacro di 114 detenuti nella torre-carcere della Borgata Molo.
Gli esperti considerano che, le origini di quegli eventi e i tratti di quella rivoluzione, furono una di quelle rivolte proprie della storia siciliana. Trovarono un’ampia approvazione tra plebei, notabili e nobili, che misero in ombra quella di Palermo, da quelle che contraddistinsero la grande rivoluzione europea. Infatti la rivolta raggiunse grandi dimensioni fino a raggiungere Napoli, tant’è vero che, il più conservatore dei principi italiani, re Ferdinando II, per non perdere il suo regno fu il primo degli stati italiani a concedere la Costituzione.

Quegli eventi di cui salvano la memoria le grandi tappe della storia, che però vennero cancellati completamente dalle vicende, che nello stesso periodo accadevano nei luoghi marginali della Sicilia, che Camilleri si impegna di divulgare con il suo stile originale. Un libro di poche pagine, che diventa una pregevole testimonianza.
” Non sempre la Borgata Molo si era chiamata così. Quando Agrigento era conosciuta come Akragas al tempo dei Greci o come Agrigentum al tempo dei Romani, forse la Borgata era il punto estremo e anonimo di una fitta serie di commerci che si svolgevano lungo tutta la pilaja a partire dalla contrada San Leone. La città era celebrata; poeti, storici, geografi, da Pindaro a Polibio, da Cicerone a Diodoro, quelli che la vedevano restavano ammammaloccuti per lo sfarzo degli edifici e il tenore di vita dei suoi abitanti.”
Ne “La strage dimenticata” di Andrea Camilleri , Sellerio 1984, vengono ricordati i periodi storici più significativi della Borgata Molo, un centro abitato, chiamato già dal Seicento Marina di Girgenti dal quale poi ebbe origine Porto Empedocle.
Circondata dal mare e collegata alla spiaggia da un ponte in muratura c’è la grande torre: sovrastante, grigia, di forma quadrata, teatro di un fatto esecrabile lì avvenuto conseguentemente alla sommossa antiborbonica del 12 gennaio 1848, diramatasi da Palermo anche nel suddetto territorio.
Ma oltre alla prima strage il libro parla di una seconda strage. Anche a Pantelleria giunse l’ondata della rivoluzione del ’48 e anche a Pantelleria ci fu una strage. Un uomo che aveva troppi conti in sospeso con gli abitanti del luogo: Federico Nedele. Ricevitore di dogana e capo della polizia, noto per la sua inflessibilità, appena ebbe notizie della rivoluzione si rinchiuse nella sua villa dove una delegazione con la complicità di un mafioso riuscì a entrare massacrando l’intera famiglia. Qualche ora dopo vennero catturate 15 persone che, secondo alcuni testimoni, avevano partecipato all’assassinio. I notabili del luogo riunitosi per una falsa battuta di caccia marciarono verso il castello dove erano stati portati i 15 malcapitati e li massacrarono. Ma nelle cronache del 1848 dei due tragici eventi non c’è menzione.
La scrittura di Camilleri è, come sempre, vivace e tagliente e pur dispensando sarcasmo e acume non nasconde accuse né amarezza. Riporta alla memoria quanto gli aveva raccontato la nonna paterna Carolina.
Con la sua magistrale penna, lo scrittore, ricostruisce con una metodica inchiesta ragionata, supportata dai dati e dalle testimonianze storiche, facendo nascere così smentite alle esposizioni già sostenute.
Una serie di eventi come: gli insorti che vogliono liberare i carcerati reclusi nella torre, i notabili del villaggio che pregano i Santi perché il loro tentativo fallisca, l’oscura decisione presa dal maggiore Sarzana, responsabile della guarnigione della torre alla Borgata Molo, che a suon di bastonate obbligò i forzati a calarsi nella fossa comune e quando iniziarono a urlare come unica soluzione fa sparare tre petardi all’interno della fossa: questo basta perché i forzati nella fossa vengano a trovarsi completamente senz’aria. Sono frammenti di un collage raffigurato con grande perizia, che riporta, come conclusione, alla strage di 114 uomini nella fossa comune di quel luogo: decisa certamente per la paura di una loro adesione alla rivolta contro i Borbone.

“Però c’erano, in paese, almeno duecento persone che della “dea fascinante” avevano preciso concetto e questa “dea” non aveva «il mistero del nuovo», anzi, aveva tutto di vecchio e di conosciuto: la famiglia non più vista da anni, le facce degli amici quasi dimenticate, il ritmo di una camminata fatta in campagna senza la palla al piede, l’odore di una femmina. E loro dall’occhio della tirannide erano stati sì votati, o almeno di questo erano certamente convinti, perché è risaputo che ogni carcerato è pronto a proclamarsi vittima innocente delle macchinazioni del potere.”
Camilleri mette in dubbio la tesi sostenuta nel 1926 dallo storico locale Baldassarre Marullo, che così descrive la cronaca dell’evento: “nessun fuoco di odii aveva animato i buoni e pacifici cittadini”.
La rivolta degli abitanti della Borgata, sempre secondo Marullo, si limitò a nient’altro che a un vociare chiassoso disordinato, di abbasso e di evviva, che si perdeva su per la collina.
Secondo Camilleri lo storico è sfuggente, approssimativo e persino fuorviante, schieratosi ad una sorta di cospirazione del silenzio e quel suo “troppo breve” scritto sull’argomento, dà a quelle informazioni equivocità e doppiezza.
C’è molto ancora da scoprire in questo racconto, molto particolare davvero, di poco più di sessanta pagine, ma nel quale ricostruisce il contesto storico in cui maturò l’omicidio di 114, “servi di pena,” (all’epoca così chiamati i carcerati), detenuti nella torre-carcere della Borgata Molo, nel gennaio del 1848.

L’analogia tra i tonni della mattanza che finiscono di vivere in un terrificante silenzio, quando la camera della morte viene alzata e i carcerati che muoiono urlando con tutte le loro forze per la mancanza d’aria, è una descrizione d’una tragica potenza narrativa, è un grido altissimo che riporta uno scorcio di storia, semplificata e a torto dimenticata.
Un Camilleri “breve”, ma ad alti livelli: il breve passo della mattanza dei tonni in Sicilia vale tutta la narrazione del libro.
Un libro che è una foto nitida di un momento tragico, omesso e dimenticato.
Una strage di uomini uccisi due volte: la prima volta nel fisico, la seconda nella memoria.
“«A me interessa che la seconda strage, quella della memoria, sia in qualche modo riscattata. Ricordare gli avvenimenti, ricordare queste persone è un piccolo modo per ricordare, per chiedere scusa».” (Andrea Camilleri)
Pro
Un plauso va alla casa editrice Sellerio che, con questi libri, compie un’opera divulgativa e culturale. Sottolineando e mettendo in rilievo eventi storici sottovalutati e ingiustamente dimenticati.
Contro
Molte volte la Storia emargina il corso di questi eventi, che pure ne richiamano tanti altri non meno importanti.

Trama
Alla fine di questo libro sono elencati centoquattordici nomi che non compaiono in nessuna lapide del nostro risorgimento, centoquattordici caduti nella rivolta del 1848 in Sicilia. «Servi di pena» – com’erano chiamati i galeotti nelle carte burocratiche del tempo a registrazione dei servigi col lavoro coatto – uccisi dalla polizia borbonica non per colpe particolari né perché rappresentavano un pericolo reale: se non quello, forse, che si associassero agli insorti. Le autorità, quelle borboniche e quelle unitarie, per diversa responsabilità ma per uguale malafede ne confusero e occultarono la sorte e nessuno storico si è mai occupato di loro. Gli assassini e i complici silenziosi fecero la loro carriera, sotto i Borboni, prima, e poi nell’Italia unita. La strage dimenticata trae dall’oblio quei nomi, rintraccia gli assassini, ricostruisce i moventi. Ci rammenta, una volta ancora, come sia più «maestra» di quella delle lapidi la storia che cerca le acri, tragiche ed umili verità.


