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Viaggi letterari – Parigi: una passeggiata nei quartieri dove la città è diventata letteratura

Parigi è forse l’unica città europea che, più che essere raccontata, è stata costantemente interpretata dagli scrittori. Nei romanzi, nei poemi e nei saggi dell’Ottocento e del primo Novecento la capitale francese si trasforma in un vero laboratorio narrativo: uno spazio reale che cambia volto a seconda dello sguardo di chi lo attraversa. Parlare di Parigi letteraria significa raccogliere queste prospettive diverse, senza cercare una sola città, ma accettando la coesistenza di molte Parigi: monumentale e popolare, ufficiale e invisibile.

LA PARIGI DI VICTOR HUGO

Victor Hugo ci ha lasciato alcuni dei ritratti più incisivi della città di Parigi, soprattutto in Notre-Dame de Paris e ne I Miserabili. Camminando oggi per i quartieri parigini, possiamo seguire le tracce dei suoi personaggi ma dobbiamo tener presente che la città descritta da Hugo è molto diversa da quella attuale. Il contesto urbano che emerge nei romanzi di Hugo è quello della Parigi prima che diventasse la Ville Lumière: una città tetra, attraversata da vicoli stretti e poco illuminati, dove l’insicurezza faceva parte della vita quotidiana. Questo prima che l’urbanista Georges Eugène Haussmann, tra il 1853 e il 1870, ridisegnasse la città con ampi boulevard, palazzi eleganti, giardini ordinati e circa quindicimila lampioni a gas, trasformando radicalmente il tessuto medievale.

Per comprendere la Parigi di Hugo, è quindi utile partire da un quartiere che ha conservato in parte il suo volto storico: il Marais. Qui, in Place des Vosges, la più antica piazza di Parigi, si trova la casa dove Victor Hugo visse dal 1832 al 1848, prima di essere costretto all’esilio per le sue posizioni politiche. L’appartamento, ristrutturato nel 1902 e trasformato in museo, ricrea l’atmosfera della prima metà dell’Ottocento avendo conservato il mobilio originale. Le sale, dalla sala da pranzo di ispirazione cinese alla camera da letto e al grande salone, permettono di entrare nello spazio quotidiano dello scrittore, insieme agli oggetti personali esposti nelle vetrine, come il calamaio con cui scrisse I Miserabili.

Ed è proprio ne “I miserabili” che Hugo offre il ritratto più ampio e complesso di Parigi, una città stratificata, osservata dall’alto e dal basso, nei suoi quartieri borghesi come in quelli più poveri.

Uno sguardo diverso rispetto a Notre-Dame de Paris, dove l’autore restringe il campo alla Parigi medievale intorno alla cattedrale e alla cosiddetta Corte dei Miracoli, l’umanità esclusa, (emarginati, fuorilegge in fuga o “outcast” cioè disadattati), che trovava rifugio presso le chiese, allora considerate territori neutri.

Quando Hugo pubblica Notre-Dame de Paris ha solo ventinove anni, ma compie un’operazione inconsueta: trasforma un edificio inanime, la cattedrale, nel vero protagonista del romanzo. Notre-Dame non è solo un monumento, ma una presenza viva, capace di influenzare i destini dei personaggi e di dare senso alle loro esistenze.

Il successo del libro spinse i parigini a guardare con occhi nuovi un monumento in forte degrado contribuendo a una presa di coscienza collettiva che portò, nel 1844, all’avvio di un grande restauro destinato a restituire alla cattedrale la monumentalità e lo splendore celebrati da Hugo.

La chiesa di Notre-Dame di Parigi è certamente ancora oggi un maestoso e sublime edificio. Ma, per quanto bella si sia conservata col passare del tempo, è difficile non sospirare e non indignarsi di fronte alla degradazione e alle innumerevoli mutilazioni che il tempo e gli uomini alternativamente hanno inferto al venerabile monumento, senza rispetto per Carlomagno che ne aveva posto la prima pietra, né per Filippo Augusto che ne aveva posto l’ultima. […] Se avessimo agio di esaminare ad una ad una con il lettore le diverse tracce di distruzione impresse all’antica chiesa, il danno causato dal tempo sarebbe minimo, peggiore quello degli uomini, soprattutto degli uomini d’arte. Devo dire uomini d’arte, poiché ci sono stati individui che nei due ultimi secoli si sono arrogati il titolo di architetti.

Notre Dame de Paris – Libro III – Capitolo I “ Notre Dame”

Se della Parigi medievale di Notre-Dame de Paris molto è cambiato, della città de I Miserabili resta ancora meno, se non scendendo nel sottosuolo. Al Musée des Égouts de Paris è possibile esplorare quella che Hugo definiva “un’altra Parigi”, nascosta sotto la città visibile. È qui che Jean Valjean salva Marius, attraversando cunicoli e ombre.

Tornando in superficie, sulle orme di Cosette e Marius, si può invece passeggiare nei Giardini del Lussemburgo, grazioso parco cittadino dove si alternano castagni, roseti, meleti e statue risalenti al XVII secolo, dove i due amanti s’incontrano per la prima volta. Oppure visitare la chiesa di Saint-Paul-Saint-Louis, teatro del loro matrimonio. E infine, un salto nel Quartiere Latino, per immaginare Marius e i suoi amici rivoluzionari intenti a discutere davanti a un bicchiere di vino rosso.

IL QUARTIERE LATINO

Rimaniamo in zona, quella del frizzante Quartiere Latino, fulcro dei movimenti studenteschi degli anni Sessanta, in particolare quelli del maggio 1968, che con la sua atmosfera vivace lo rende ancora oggi uno dei quartieri più amati e autentici della città. Tra caffè bohémien e librerie storiche, è un luogo dove la letteratura ha lasciato segni indelebili.

Qui, nel 1821, nacque Charles Baudelaire; qui tra la Sorbonne, Rue des Écoles e il Boulevard Saint-Michel Parigi assume il volto del pensiero critico generando le idee che hanno cambiato il sistema di leggere il mondo.

Non è quindi un caso che proprio nel Quartiere Latino si trovi una delle librerie storiche più belle del mondo, la Shakespeare & Co., fondata nel 1919 da Sylvia Beach, libraia americana che trasformò il suo negozio in un punto di riferimento per la letteratura anglosassone. Fu luogo di ritrovo e aggregazione di giovani appassionati di letteratura e scrittori come Hemingway, Fitzgerald e Joyce, che proprio grazie a Sylvia Beach riuscì nel 1922 a pubblicare il suo romanzo, Ulisse, quando in Irlanda e negli Stati Uniti la censura ne bloccava l’uscita. La sua amicizia con James Joyce ha fatto la storia.

Storia che potete leggere nel romanzo “La libraia che salvò i libri” di Kerri Maher dove si celebra il coraggio silenzioso della cultura. Si racconta la Parigi degli anni Venti come un luogo fragile e vibrante, dove i libri non sono solo oggetti ma atti di resistenza. È una storia che ricorda come, nei momenti più incerti, salvare i libri significhi in fondo salvare anche le voci, le idee e la libertà di immaginare.

Quando Parigi viene occupata dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale, la Beach riceve numerose pressioni per chiudere o cedere la libreria: Sylvia resiste finché può, ma nel ‘41 viene deportata e la libreria chiude per sempre nella sua sede di rue de l’Odéon.

Nel 1951, grazie a George Whitman, riapre anche se con una nuova sede e una nuova veste. Non solo una semplice libreria ma anche l’equivalente di un piccolo albergo per gli autori, gli intellettuali e gli artisti dell’epoca.

Oggi i letti e gli arredi di quell’epoca sono ancora parte integrante della libreria e la Shakespeare & Co., tra libri impolverati, poltrone consunte, gatti assopiti conserva un’atmosfera capace di riportarci davvero indietro nel tempo.

E se siete degli scrittori emergenti potete prenotarvi come “Tumbleweed” e avere a disposizione una stanza con bagno privato, dove troverete libri a disposizione per qualsiasi esigenza letteraria che possa servire a scrivere il vostro progetto. In cambio si chiede un aiuto per organizzare gli eventi settimanali.

https://www.shakespeareandcompany.com/tumbleweeding?srsltid=AfmBOoodNfukuFdnKcm42h2XLBP5lXOiQzHe5fWiRezyyO6GBZyMJn7H

SAINT-GERMAIN

Saint-Germain è stato a lungo un quartiere di e per artisti. La sua reputazione come “cuore” letterario di Parigi iniziò a cavallo tra le due guerre mondiali, quando un gruppo di autori americani come Ernest Hemingway, Scott Fitzgerald e James Joyce, approdarono a Parigi dopo la Prima guerra mondiale, attratti da una città più economica, libera e intellettualmente fertile. Sono la “Generazione perduta“, come vennero chiamati da Gertrude Stein che rivolgendosi ad Ernest Hemingway disse: “ Siete tutti una generazione perduta voi giovani che avete prestato servizio nella guerra. Non avete rispetto di niente, pronti a bere fino a morire

“Siete tutti una generazione perduta” è la frase che Hemingway ha messo in epigrafe nel suo primo romanzo, “Fiesta“, pubblicato nel 1926. È il romanzo di una giovinezza ferita che continua a muoversi, bere, viaggiare, come se il movimento potesse colmare ciò che la guerra ha irrimediabilmente spezzato. Dietro l’apparente leggerezza di Parigi e dell’euforia di Pamplona, Fiesta è una storia di disincanto, di desideri irrisolti e di identità in frantumi.

Negli anni Venti e Trenta, il quartiere divenne luogo di ritrovo di scrittori, artisti e filosofi, tra librerie e caffè come Café de Flore e Les Deux Magots, dove si discuteva, si leggevano manoscritti e si scrivevano opere destinate a diventare iconiche.

Fin dai primi anni, la storia del Café de Flore si è intrecciata con la letteratura e l’arte. Charles Maurras, ospitato a lungo al primo piano della struttura, scrisse il libro “Au signe de Flore“, mentre nel 1913 furono Guillaume Apollinaire e André Salmon a trasformare il piano terra nella redazione della rivista “Les soirées de Paris“.

Durante l’occupazione nazista divenne per Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir una sorta di ufficio dove si fermavano a scrivere approfittando del riscaldamento. Al Café de Flore Simone osserva, ascolta, prende appunti mentali e impara a scrivere guardando gli altri vivere: è qui che nasce l’idea di una letteratura che non si separi dalla vita, è qui che con Sartre dà vita all’esistenzialismo.

Per immergervi nella Parigi di quel tempo vi consiglio il romanzo “Il fiore di Parigi” di Caroline Bernard, che racconta la storia di Simone De Beauvoir e il suo amore per Sartre, la sua voglia di indipendenza, la sua vita in controtendenza rispetto alle donne dell’epoca.

Anche Les Deux Magots, che s’affacciasulla chiesa di Saint-Germain-des-Prés, è uno dei più antichi caffè letterari di Parigi nonché storico rivale del Café de Flore e, come questo, punto di ritrovo di illustri artisti e intellettuali: si leggevano manoscritti, si discuteva per ore davanti a un caffè nero o a un bicchiere di vino. Ernest Hemingway veniva spesso a scrivere in questo caffè parigino, lasciando spesso i suoi manoscritti sotto la supervisione del personale del caffè, e vi scrisse alcune parti del suo famoso romanzo “Addio alle armi“.

Ancora oggi il ristorante, amato anche da Oscar Wilde, porta avanti un premio letterario fondato negli anni ’30 dai surrealisti, il “Prix des Deux Magots“.

I BOUQUINISTES

Nella Parigi letteraria entrano di diritto anche i bouquinistes con le loro scatole in metallo verde che scivolano lungo entrambe le rive della Senna. Sono un simbolo della cultura e della vita intellettuale parigina, una libreria all’aperto lunga 3 km che, non senza fatica, ha resistito al tempo e al modernismo che voleva addirittura eliminarla.

I bouquinistes, termine che deriva da bouquin, libro di poco valore o usato, vendono libri usati, rarità letterarie, vecchie riviste, stampe e piccoli tesori letterari fin dal XVI secolo, anche se solo nel XIX secolo si consolidò la struttura fissa che oggi conosciamo con le scatole di metallo verdi, anzi “verde vagone” come regola municipale.

Nel 1991 l’ UNESCO ha riconosciuto la loro importanza culturale, inserendoli nella Lista del Patrimonio Mondiale, insieme ai ponti e agli argini della Senna.

Passeggiare oggi tra i bouquinistes significa fare un viaggio nella memoria letteraria di Parigi, scoprendo volumi rari, vecchie fotografie e curiosità che rendono ogni passeggiata unica.

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