Narrativa recensioni

Recensione de “Il secondo piano” – Ritanna Armeni

Recensione a cura di Serena Colombo

È il 29 settembre del 1943, e già questa data dice moltissimo. Badoglio, primo ministro del governo italiano, sta ratificando con Eisenhower le condizioni della nuova alleanza, visualizza i piani degli alleati: l’Italia sarà bombardata a tappeto. Badoglio fissa la carta dove l’Italia è stata suddivisa in zone e si rende conto che anche Roma è cerchiata di rosso, quindi anche la città eterna sarà nuovamente bombardata. E nel cerchio rosso ci sono chiese, basiliche, istituti religiosi, ospedali, monasteri.

L’occhio narrativo si sposta su uno di questi monasteri e inquadra un gruppo di 5 persone che battono al suo portone e di fronte a una giovane suora chiedono asilo. Il lettore entra subito nell’emozione e nello sconcerto di una storia che più buia non c’è.

“Da oltre un mese Roma era schiacciata dall’occupazione nazista […]I tedeschi offrirono una ricompensa a chi rivelava la presenza degli ebrei. Le segnalazioni erano pagate bene. Cinquemila lire per un uomo, tremila per una donna, mille e cinquecento per un bambino. Nelle ore ancora buie di un livido mattino i tedeschi catturarono 1259 abitanti del Ghetto.”

Suor Lina, la novizia che non sa e non capisce cosa stia succedendo fuori da quelle mura tra le quali ha trovato pace, è incerta se farli entrare o meno. Gli abiti sono fradici, avvolgono corpi spossati, e tristi: il ghetto dista almeno due ore di cammino da quel convento. E suor Lina, troppo giovane e forse troppo acerba, li scorta in cucina dopo che un’altra delle sole sette suore del convento li ha fatti entrare senza alcuna esitazione.

Ma i dubbi assalgono la madre superiora: il convento non può ospitare nessuno ancor meno i tre uomini che compongono i due nuclei familiari rifugiatisi nel convento.
Sta violando la regola? C’è un atto ufficiale del Papa che autorizza l’ospitalità di ebrei perseguitati? Non le basta la rassicurazione del cappellano che anche altri monasteri, persino di clausura, stanno ospitando ebrei, lei vorrebbe una ufficialità che la Santa Sede, pur consapevole di quanto sta succedendo, non ha predisposto.

Papa Pio XII

I sette ebrei abitano così il secondo piano del monastero, quel secondo piano che doveva essere sgombrato da cianfrusaglie e mobili vecchi, opera per la quale era stato incaricato Remo, il sagrestano, simpatizzante tedesco. Un uomo che patisce di non poter combattere per la causa (per via di una impedente zoppìa) ma che promette a se stesso che aiuterà il regime in altro modo, divenendo i suoi occhi.

“Nel cuore di Remo l’amore per il Duce conviveva con un grande dolore. Non aveva potuto servirlo. Non poteva correre, battersi, ma poteva osservare e controllare.”

Le famiglie ebree protette dalle mura del monastero diventano tre, gli ospiti dodici, eppure nessuna delle suore ha paura, nessuna sente di volersi sottrarre a offrire protezione, pasti, persino una scuola dove i tre bambini ebrei si uniscono agli altri che donne romane lasciano per potersi dedicare al loro lavoro.

Scorcio del ghetto ebraico di Roma

In una Roma in cui i muri parlano della disperazione della città, dove persino i monumenti sono avvolti dalla tristezza, mentre procede il racconto dei rastrellamenti del Ghetto, della rabbia di Hitler perchè erano stati raccolti solo poco più di mille ebrei – il suo ordine era di arrestarne ottomila – anche il lettore viene avvolto dalla tristezza, dall’angoscia di non avere più un futuro, ma anche dalla speranza che qualcosa di buono può essere possibile.
Mentre l’unico che sembra sottrarsi alla carità, che sembra non volersi esporre è il Papa, che non fa giungere alcun atto scritto

“Il cappellano aveva fatto intendere che il pontefice approvava, ma che non avrebbe fatto alcun atto pubblico. Non dovevano aspettarsi niente di scritto o di ufficiale.”

Ma le suore non sanno che in Vaticano c’è un’altra città, fatta di rifugiati, di ebrei, di chi si sta schierando contro il potere nazista, non sanno che anche il Vaticano sta accogliendo, con altre regole, con altri ranghi, ma lo fa.

E le suore non sanno che Remo ha trovato in quel monastero e in quelle suore la sua possibilità di servire il regime, non sanno che le osserva, che inizia a notare quel secondo piano sempre chiuso nonostante lo sgombero e la pulizia, che lui conosce le madre romane e che col conto dei bambini non si trova; non sanno che si insospettisce della loro reticenza aintrattenersi con lui, che ha notato che l’orto è troppo ben tenuto e florido per essere coltivato solo da una suora anziana… potrebbe essere lui il loro pericolo più grave.

Targa Mausoleo delle Fosse Ardeatine

Cosa succederà quando i tedeschi scelgono proprio quel monastero come luogo dove allestire una loro infermeria? Come potranno convivere in uno stesso luogo vittime e carnefici? Basterà un solo piano di distanza a separare la vita dalla morte, a tener viva la speranza di salvare vite umane?

La scrittura della Armeni è limpida, pura, piana e con essa, senza virtuosismi, riesce con naturalezza a far vivere i giorni dei rastrellamenti, la disperazione composta degli ebrei in fuga, la paura determinata da una coscienza divisa tra obbedienza alla regola e carità cristiana di una suora che non si sottrae alla prima regola di Cristo: carità.
E così, tra una pagina di diario in cui le suore annotano e raccontano sè stesse, i loro pensieri, le loro riflessioni (e in cui la scrittrice ne cesella caratteri e ideologie) e la narrazione tout court, scorre la Storia, quella più buia che l’uomo abbia potuto scrivere: intermezzi in corsivo che narrano ciò che fuori da quel monastero sta accadendo. Storie da pelle d’oca come i 320 italiani (tra ebrei, detenuti, disertori) fatti ammazzare per vendicare i 32 tedeschi morti in un attentato ordito dalla Resistenza; o le 12 donne sparate alle spalle per aver fatto irruzione in un forno e preso pagnotte destinate ai tedeschi. La Storia di un treno con 1000 ebrei partito dalla stazione Tiburtina per “campi di lavoro “, di quei mille, 800 fra bambini, donne e anziani andranno direttamente alle camere a gas.

“Quel treno partito dalla Stazione Tiburtina. Oltre mille ebrei, donne, anziani, bambini, sono stati portati non si dove, Il pontefice non poteva fare qualcosa per fermarlo? Perché la grande madre Chiesa che ci unisce e ci conforta, non è intervenuta?”

E noi, come madre Ignazia, ci siamo fatti almeno una volta nella vita, la domanda…

La Storia di cittadini che si ribellano, si organizzano, si nascondono per ordire piani contro i tedeschi. La Storia di una “città aperta” che subisce ma resiste.

Una Storia che Ritanna Armeni, con penna lucida ma non fredda, ripercorre con coraggio, come il coraggio delle sette suore del convento delle francescane della Misericordia. E lo fa senza piaggeria, senza buonismo, affondando laddove è necessario, ma con delicatezza.

“Il secondo piano” che Ponte alle Grazie ha portato in libreria da pochissimo, è diverso dai soliti sull’argomento (che non deve essere dimenticato, ma nemmeno accarezzato con superficialità) che merita di essere letto perché mette in luce un aspetto di quel momento storico che la Storia non ha mai forse parlato perchè “Le suore restavano ai margini del quadro: sfocate, quasi invisibili. Difficile parlare di chi non si vede e non fa nulla per mostrarsi.”
Ma che non meritano di essere messe in “secondo piano”.

Pro: La scrittura e il taglio narrativo scelto, la totale assenza di falsa retorica, lo scandaglio storico attento, ma mai pesante; la speranza che una carità umana è possibile

Contro: Nessuno. Forse solo che l’argomento, in generale, fa ogni volta ghiacciare il sangue.

Un libro da rileggere?

Citaz. preferita “Ci sono momenti in cui la disperazione è più forte del dolore, la necessità di agire impedisce le lacrime, l’attenzione si concentra sulla ricerca di una soluzione.”

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Trama

In un convento francescano di periferia, tra i profumi del giardino e un nuovo quartiere in costruzione, suor Ignazia e le sue sorelle si trovano nella surreale situazione di ospitare al piano terra un’infermeria tedesca e al secondo alcune famiglie sfuggite per miracolo al rastrellamento del Ghetto. A separarli, solo una scala e l’audacia mite di chi non esita a mettersi in gioco fino in fondo. Roma, nell’ultimo anno di guerra, non è «città aperta». I tedeschi, a un passo dalla sconfitta, la stringono in una morsa sempre più spietata, gli alleati stentano ad arrivare, i romani combattono pagando con il sangue ogni atto di ribellione. In una città distrutta dalla fame, dalle bombe, dal terrore, gli ebrei vengono perseguitati, deportati, uccisi, come il più pericoloso e truce dei nemici. E la Chiesa? Mentre in Vaticano si tratta in segreto la resa nazista e il pontefice sceglie, più o meno apertamente, la via della cautela, i luoghi sacri si aprono ad accogliere – sfidando le regole e perfino alcuni comandamenti – chi ne ha bisogno. È così che Ritanna Armeni, con l’entusiasmo rigoroso e profondo di sempre, attraversa un passaggio cruciale della nostra Storia e dà corpo a una vicenda esemplare, che parla di coraggio e sorellanza, di forza e creatività, di gioia, paura, resistenza.

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