Articolo a cura di Roberto Orsi

Se volessimo giocare a farvi scoprire la scrittrice di oggi – e già è volato dalla tastiera il primo suggerimento perché vi abbiamo svelato subito che si tratta di una donna -, potremmo fornirvi degli indizi e lasciarvi giocare a indovinare. Proviamo?

Potremmo dirvi che visse per un anno con la sua famiglia in un ranch chiamato Fruitlands (nel Massachusetts), una sorta di comunità utopica autosufficiente, almeno così doveva essere nelle intenzioni paterne. Come tutti i membri di questa comunità, seguiva una dieta vegetariana e si impegnò a non utilizzare animali “schiavi” per i lavori agricoli.

Acqua? Riconosco che forse questo non era proprio semplice! Allora passiamo al secondo indizio.

La sua situazione familiare era così misera che a 24 anni pensò addirittura al suicidio: in un giorno del 1857, camminando lungo il fiume Charles, a Boston, ebbe la tentazione di gettarsi di sotto, per poi confessare più avanti,  che le sembrò sbagliato “volgersi e scappare prima che la battaglia finisse (…) ho stretto i denti e ho giurato che avrei fatto funzionare le cose nonostante il mondo, la carne e il diavolo”.

Non ci siete ancora arrivati? Vi diamo un altro indizio.

Tra il 1862 e il 1863, fu infermiera presso l’Union Hospital di Georgetown. Ma, nel tentativo di curare i pazienti, fu la sua stessa salute ad avere la peggio: contrasse la febbre tifoide, dalla quale non si sarebbe mai davvero ripresa. I postumi della malattia la portarono ad approcciarsi all’uso di oppiacei e hashish.
La nostra scrittrice, infatti, si convinse che i disturbi post-tifo sofferti erano causati da un trattamento a base di cloruro mercuroso, sostanza tossica ma di comune uso a quell’epoca. Gli oppiacei la aiutarono a contrastare gli effetti collaterali dell’intossicazione e a riposare meglio, tanto che continuò a usarli a intervalli più o meno regolari per il resto della sua vita e a farle scrivere: “Il cielo benedica l’hashish, se i sogni finiscono così!
Un’altra voce dice che fosse affetta da una malattia autoimmune cronica, forse la lupus[1], che la lasciava spesso in precarie condizioni di salute.

No, non ci credo! Non è possibile che non abbiate ancora capito di chi parliamo!
Penultimo indizio… e se non indovinate vi mettiamo in penitenza alla lavagna a scrivere 1000 volte Thriller Storici e Dintorni, per esteso.

Scrisse duecento opere: libri per bambini, romanzi rosa, mistery e anche pulp. Ma per il 95% dei lettori è nota in tutto il mondo grazie a uno solo dei suoi duecento libri che scrisse nella sua casa di Concord.

Casa di Concord

Ma su, TieSseDini, non mi potete deludere, davvero non avete ancora capito di chi si parla? Allora volete proprio l’indizio facile facile? E va bene!

Se fosse ancora in vita, avremmo festeggiato oggi, 29 novembre, il suo compleanno. Avrebbe spento 186 candeline e magari le avremmo offerto una torta con inciso il frontespizio di… Piccole donne!

Ah! Ora sì che vi vedo esultare e dire tutti in coro: Louisa May Alcott!


[1] Il lupus è una patologia che causa danni al sistema immunitario, ovvero, il sistema immunitario della persona affetta attacca per errore le cellule e i tessuti sani. Questo può provocare danni a molte parti del corpo, anche alle articolazioni, alla pelle, ai reni, al cuore, ai polmoni, ai vasi sanguigni e al cervello.


Fonti:
https://biografieonline.it/biografia-louisa-may-alcott
https://www.ilpost.it/2016/11/29/louisa-may-alcott/
https://www.huffingtonpost.it/2018/11/16/dark-femminista-e-dedita-alloppio-perche-louisa-may-alcott-non-fu-mai-una-piccola-donna_a_23587406/
http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/louisa-may-alcott/

2 thoughts on “Oggi parliamo di…

  1. Federico Serena ha detto:

    Non conoscevo questa biografia. Grazie!

    1. Donatella Palli ha detto:

      Non sapevo niente di questa scrittrice che ho tanto adorato da bambina. Grazie

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