L’aprile del 1815 era iniziato come un mese qualunque nelle Indie Orientali Olandesi, l’odierna Indonesia, ma l’isola di Sumbawa custode del Monte Tambora si stava preparando a un cataclisma senza precedenti. Quando il vulcano esplose con un boato udito a migliaia di chilometri di distanza, proiettò nella stratosfera oltre cento chilometri cubi di rocce, ceneri e tonnellate di diossido di zolfo. Nessuno, nell’Europa sconvolta dai recenti strascichi delle guerre napoleoniche, poteva immaginare che quella distruzione lontana avrebbe plasmato il destino del continente nell’anno successivo.
Il 1816 passò infatti alla storia come l’anno senza estate. Un velo invisibile di aerosol di solfato avvolse l’intero pianeta, schermando la luce del sole e trascinando l’emisfero settentrionale in un incubo climatico dagli echi apocalittici. Durante i mesi che avrebbero dovuto portare tepore e raccolti, l’Europa e l’America del Nord furono invase da gelate improvvise, tempeste di neve a giugno e piogge incessanti che trasformarono i campi in paludi sterili. I fiumi strariparono, le temperature crollarono e la nebbia secca prodotta dalle particelle vulcaniche rese il cielo di un grigio opaco, quasi innaturale. La terra smise di produrre. Il prezzo del grano schizzò alle stelle e in breve tempo la carestia strinse la sua morsa attorno alla popolazione, portando con sé disordini sociali, epidemie di tifo e una disperazione strisciante che sembrava non dover finire mai.

Per le strade del New England e dei villaggi europei, la gente osservava quel clima surreale chiedendosi se la fine del mondo fosse finalmente giunta. Fu proprio in quell’atmosfera da fine dei tempi, tra il freddo pungente di un giugno anomalo e il rumore ossessivo della pioggia sui vetri, che la storia della letteratura da brivido prese una piega inaspettata… Sulle sponde del Lago di Ginevra, nella maestosa e isolata Villa Diodati, si era riunito un gruppo di giovani intellettuali inglesi: il celebre poeta Lord Byron, il suo medico personale John Polidori, il poeta Percy Bysshe Shelley e la sua giovanissima compagna Mary Wollstonecraft Godwin.
Incapaci di uscire per esplorare i dintorni a causa del maltempo perenne e costretti a passare le giornate accanto al camino acceso, gli ospiti ingannavano il tempo leggendo traduzioni francesi di storie di fantasmi tedesche. Fu Byron a lanciare una sfida che avrebbe fatto tremare le fondamenta dell’immaginario gotico: ognuno di loro avrebbe dovuto scrivere un racconto di terrore. Quella notte, mentre il vento sferzava le finestre della villa, la diciannovenne Mary iniziò ad avere una visione durante un momento di dormiveglia, quella di un pallido studente di arti profane inginocchiato accanto alla cosa che aveva messo insieme. Da quell’incubo nacque Frankenstein, o il moderno Prometeo, una creatura plasmata dal terrore e dall’angoscia di quell’estate perduta.

Nella stessa villa e nelle medesime ore di clausura forzata, Polidori rielaborò un frammento di Byron dando vita a Il Vampiro, la figura dell’aristocratico della notte che avrebbe spianato la strada a Dracula. L’anno senza estate si rivelò così un paradosso unico: se da un lato spezzò le vite di decine di migliaia di persone a causa della fame e del freddo, dall’altro nutrì l’oscurità della mente umana, trasformando la paranoia e il buio di un clima impazzito nell’incipit di alcune delle opere storiche e thriller più iconiche mai concepite.
Curiosità
Il primo antenato della bicicletta: La gravissima carestia del 1816 causò una morìa senza precedenti di cavalli e bestiame, dovuta alla mancanza di foraggio. Spinto dalla necessità di trovare un mezzo di trasporto alternativo che non richiedesse cibo, l’inventore tedesco Karl Drais ideò nel 1817 la draisina, la struttura in legno a due ruote considerata la capostipite della bicicletta moderna.
Il rosso dei tramonti di Turner: Le enormi quantità di cenere vulcanica ancora presenti nell’atmosfera alterarono la rifrazione della luce solare per diversi anni. Il celebre pittore britannico William Turner catturò questi spettacolari e inquietanti cieli arancioni e rossastri nei suoi celebri paesaggi dell’epoca, lasciando una testimonianza visiva diretta dell’impatto del Tambora.

Il minimo solare: Il congelamento del 1816 fu esasperato da un fattore astronomico: il Sole stava attraversando il cosiddetto minimo di Dalton, un periodo di attività solare eccezionalmente bassa tra il 1790 e il 1830. Il pianeta era quindi già immerso in una fase di raffreddamento naturale quando l’eruzione del vulcano portò il colpo finale.
La migrazione verso l’Ovest americano: Il congelamento dei raccolti nel New England spaventò a tal punto migliaia di agricoltori americani da spingerli ad abbandonare le loro fattorie sulla costa orientale. Questo fenomeno diede una spinta decisiva al primo grande movimento migratorio verso il Midwest, cambiando la demografia degli Stati Uniti.



