Entrare nel Novecento per un cittadino dell’epoca deve essere stato un po’ come approdare su un altro pianeta: il mondo correva veloce, le luci elettriche squarciavano il buio delle città e l’idea stessa di futuro sembrava una promessa di felicità infinita. Eppure, dietro i raffinati caffè concerto e i cappelli piumati della Belle Époque, si nascondeva un’umanità che cercava di dare un senso a scoperte scientifiche che faticava ancora a comprendere, dando vita a curiosità che oggi oscillano tra il comico e l’inquietante.

Una delle ossessioni più assurde di quegli anni fu senza dubbio quella per la radioattività, che dopo la scoperta del radio da parte di Marie Curie venne considerata una sorta di fonte della giovinezza; non era raro trovare in commercio dentifrici al radio, creme per il viso luminose e persino acqua radioattiva da bere come ricostituente, poiché si credeva che l’energia atomica potesse infondere vigore vitale al corpo umano, ignari del fatto che si stesse maneggiando un veleno invisibile e letale.
Questo entusiasmo per l’invisibile si rifletteva anche in un’altra moda bizzarra, quella delle “macchine della salute” elettriche: nei salotti buoni non poteva mancare qualche aggeggio per ricevere piccole scosse terapeutiche o sedie vibranti progettate per curare qualsiasi malanno, dall’isteria alla pigrizia intestinale, in un trionfo di pseudoscienza che oggi farebbe inorridire qualunque medico.
Ma la Belle Époque era anche l’era della velocità e dei primi grandi viaggi transatlantici, vissuti con una ritualità quasi maniacale, dove la gerarchia sociale veniva difesa con le unghie: sul Titanic o sulle altre grandi navi, le classi erano così separate che persino i cani dei passeggeri di prima classe avevano diritto a passeggiate dedicate e menu gourmet, mentre i migranti nei ponti inferiori venivano sottoposti a controlli igienici umilianti, spesso basati sulla forma del cranio per stabilirne l’affidabilità secondo i dettami della frenologia.
Anche il concetto di tempo libero subì una mutazione genetica, portando alla nascita di divertimenti che oggi definiremmo assurdi, come le gare di resistenza nel ballo che potevano durare giorni interi o la mania per le esposizioni coloniali, dove non venivano mostrati solo manufatti esotici ma purtroppo anche interi villaggi con persone portate da terre lontane, veri e propri “zoo umani” che attiravano folle curiose e vestite a festa.

La moda, dal canto suo, raggiunse vette di sofisticata crudeltà: se l’Ottocento era stato il secolo dell’arsenico, il primo Novecento fu quello del “passero e dell’airone” con le donne che sfoggiavano cappelli monumentali decorati non solo con piume, ma con interi uccelli imbalsamati, portando alcune specie quasi all’estinzione per soddisfare un capriccio estetico che oggi ci appare grottesco. Nelle strade, la comparsa delle prime automobili scatenò una sorta di panico sociale misto a euforia con leggi che sembrano scritte per un film comico, come l’obbligo in alcune città di farsi precedere da un uomo con una bandiera rossa per avvisare del pericolo imminente, mentre i “chauffeur” diventavano le nuove star dell’epoca, idoli di una gioventù dorata che amava il rischio.
Anche la comunicazione interpersonale aveva le sue stranezze come la voga delle cartoline illustrate “misteriose”, dove il messaggio non veniva scritto ma comunicato attraverso la posizione del francobollo o il linguaggio dei fiori, un codice segreto usato dagli amanti per sfuggire al controllo dei genitori in un’epoca che, nonostante la modernità, restava profondamente guardinga. Persino la cucina non fu risparmiata da questo spirito di sperimentazione estrema: nacquero i primi cibi in scatola pubblicizzati come miracoli della tecnologia, spesso contenenti conservanti che oggi definiremmo tossici, e si diffusero i menu “futuristi” che cercavano di eliminare la pasta in favore di bizzarre combinazioni di sapori e profumi chimici.

Questo mondo scintillante, che si sentiva invincibile grazie al vapore e all’elettricità, viveva in realtà su una polveriera, ma preferiva ignorarlo, divertendosi a guardare attraverso i primi cinematografi di Lumière immagini di treni che entravano in stazione, convinti che quel progresso non si sarebbe mai fermato. È proprio questo contrasto tra l’eleganza estrema, quasi barocca, e l’ingenuità di fronte ai pericoli della modernità a rendere la Belle Époque un periodo unico…un’ultima, grandiosa recita prima che il fumo delle trincee della Grande Guerra cancellasse per sempre quell’illusione di innocenza e quelle bizzarre abitudini che oggi ricordiamo con un misto di nostalgia e incredulità…



